Quesito
Buonasera,
avrei bisogno di un chiarimento sul recupero dei meriti persi a causa di un peccato grave.
Da quanto ho capito, il recupero dei meriti persi dopo aver peccato gravemente è proporzionato all’intensità del pentimento con cui mi accosto al sacramento della riconciliazione.
Ora mettiamo il caso che una persona vada a messa per una particolare intenzione ogni giorno per un mese, quindi 30 giorni, ma nel mentre cade in peccato grave e nel confessarsi non abbia un pentimento assai intenso, rischierebbe di perdere i meriti di quelle messe o almeno di alcune di esse come se ad esse non avesse mai partecipato?
Credo che in questa mia ipotesi ci sia qualcosa di sbagliato per questo chiedo un aiuto a comprendere.
La ringrazio.
Risposta del sacerdote
Carissimo,
1. per “reviviscenza” si intende il tornare in vita.
San Tommaso a questo proposito distingue tra la reviviscenza delle virtù e la reviviscenza delle opere buone e cioè dei meriti.
A proposito della reviviscenza delle virtù San Tommaso parte da ciò che dice il Signore nel Vangelo proposito del figliol prodigo: quando torna a casa, viene rivestito con il vestito più bello, simbolo della grazia e delle virtù infuse.
Da questo conclude che con il sacramento della penitenza “vengono restituite tutte le virtù” (Somma teologica, III, 89, 1).
2. Dice nello stesso tempo che il pentimento o contrizione non causa la restituzione della grazia e delle virtù, ma “costituisce come l’ultima disposizione al conseguimento della grazia” (Ib., ad 2).
È invece il potere delle chiavi espresso con la assoluzione data dal sacerdote a causare l’infusione della grazia e delle virtù (cfr. Ib.).
3. San Tommaso si chiede inoltre in quale misura venga recuperata la grazia e quindi anche il merito per la vita eterna.
A questo proposito dice che “a seconda che il moto del libero arbitrio nella penitenza sia più intenso o più debole, il penitente ricupera una grazia maggiore o minore.
Sicché capita talvolta che l’intensità di questo moto sia proporzionata a una grazia superiore a quella da cui il penitente era decaduto col peccato; talora invece capita che sia uguale; e talora inferiore.
Perciò il penitente talora risorge con una grazia superiore a quella precedente; talora con una uguale; e talora con una grazia inferiore. Lo stesso si dica delle virtù che accompagnano la grazia” (Ib., III, 89, 2).
4. Ricorda anche che “il sacramento della penitenza di per sé ha la virtù di riparare alla perfezione tutti i difetti, e anzi di promuovere a uno stato superiore: questo però talora viene impedito da parte dell’uomo, che si muove con poco impegno nella ricerca di Dio e nella detestazione del peccato.
Anche nel battesimo, del resto, gli adulti conseguono una grazia maggiore o minore a seconda del diverso modo col quale vi si dispongono” (Ib., ad 2).
5. A proposito della reviviscenza dei meriti i teologi distinguono tra opere vive, che sono quelle compiute in grazia di Dio in quanto tralci innestati nella vite che è Cristo, opere morte, che sono le opere buone compiute in seguito al peccato mortale e quindi non più innestati in Cristo mediante la grazia, opere mortifere, che sono quelle che causano la morte della vita spirituale, cioè i peccati mortali, e opere mortificate che sono le opere compiute in grazia di Dio ma che hanno perso i loro meriti a causa del peccato mortale.
6. Evidentemente le opere vive rimangono vive e perciò non si parla in nessun modo di reviviscenza.
Neanche risorgono le opere che hanno causato la morte perché queste con il sacramento della penitenza vengono distrutte.
Il problema si restringe alle opere morte e alle opere mortificate.
7. Per le opere morte San Tommaso parte da ciò che dice la Sacra Scrittura e più precisamente dalle parole di San Paolo: “Quando anche distribuissi tutte le mie sostanze ai poveri, e consegnassi il mio corpo alle fiamme, se non ho la carità non mi giova a nulla” (1 Cor 13,3).
E conclude che questo non avverrebbe se con il sacramento della penitenza queste opere potessero essere verificate: “Perciò la penitenza non ridà vita alle opere morte” (Ib., III 89 6, sed contra).
Successivamente argomenta che si dicono morte “nel senso cioè che mancano della vita spirituale che deriva dalla carità, mediante la quale l’anima è unita a Dio di cui essa vive come il corpo mediante l’anima. E in questo senso anche la fede priva della carità si dice che è morta, secondo
Partendo dalle parole di San Giacomo: “La fede senza le opere è morta” conclude che “tutte le opere buone compiute senza la carità, devono dirsi morte: poiché esse non derivano da un principio vitale.
Perciò la distinzione tra opere morte e opere vive è fatta in base al principio da cui procedono. E poiché le opere passano e non possono essere ripetute nella loro identità numerica, è impossibile che le opere morte ridiventino vive mediante la penitenza” (Ib., III, 89, 6).
8. San Tommaso dice anche che “Dio si ricorda del bene che uno compie in stato di peccato, per ricompensarlo non già nella vita eterna, dovuta solo alle opere vive, cioè fatte nella carità, ma con una ricompensa di ordine temporale. San Gregorio, p. es., nel commentare la parabola del ricco e del povero Lazzaro, afferma che “se quel ricco non avesse fatto in vita nessun bene, mai più Abramo gli avrebbe detto: “Tu hai ricevuto dei beni nella tua vita”.
Oppure questo ricordo può riferirsi a una certa mitigazione della condanna.” (Ib., ad 3).
9. Il problema tanto si restringe infine alle opere mortificate e cioè alle opere buone il cui merito si è perso con il peccato mortale.
Anche qui in San Tommaso parte dalla Sacra Scrittura, e in particolare dal testo di Gioele: “Vi compenserò delle annate divorate dal bruco e dalla locusta” (Gioe 2,25).
Riporta poi il sentire comune che interpreta così le parole di Gioele: “Non permetterò che perisca l’abbondanza che la perturbazione della vostra anima ha fatto perdere” (Ib., III, 89, 5, sed contra).
10. Nell’argomentazione successiva ricorda che queste opere buone compiute in grazia di Dio avevano il potere di condurre alla vita eterna. Compiute in grazia di Dio rimangono eternamente nell’accettazione di Dio.
E questo perché “le opere compiute nella carità non vengono distrutte da Dio, nella cui accettazione rimangono: ma solo incontrano un impedimento da parte dell’uomo. Perciò, tolto questo impedimento, Dio compie da parte sua quello che le opere meritavano” (Ib., ad 1).
Questi meriti risorgono o reviviscono in proporzione della grazia del pentimento. In base al principio che tutto ciò che è ricevuto, viene ricevuto secondo la capacità di colui che riceve (quid quid recipitur ad modum recipientis recipitur).
In altre parole, dal grado di comunione con Dio.
Perciò “colui che mediante la penitenza risorge con una carità minore, conseguirà il premio essenziale secondo la misura della carità in cui si trova a morire: tuttavia avrà una gioia più grande per le opere compiute nel primo periodo vissuto nella carità, che per quelle compiute nel secondo, gioia che rientra nel premio accidentale” (Ib., ad 3).
Con l’augurio che tu non abbia mai a perdere ciò che hai meritato, ti benedico e ti ricordo nella preghiera.
Padre Angelo
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