Quesito

Reverendissimo P. Angelo Bellon,
le scrivo perché di recente ho avuto una discussione che molto mi ha turbato, circa la definizione di peccato mortale, veniale e l’esistenza di tali diciture (e dell’esistenza e della validità attuale di tali definizioni).
In un dialogo con altre due persone, che sulla carta dovrebbero essere esperte dell’ambito teologico, si è parlato di peccato mortale e veniale, e di peccato in generale. Oggetto della questione era la tesi, sostenuta dai miei interlocutori, secondo la quale una persona che non conoscesse il concetto di peccato, commettendolo di fatto non starebbe peccando, poiché ignaro (mancherebbe la piena avvertenza). Un ragazzo, ad esempio, che non sappia che per la Chiesa sia peccato mortale la masturbazione non starebbe allora peccando, allo stesso tempo veniva affermato, sempre dai miei interlocutori, che se la coscienza della persona compie un atto disordinato (peccaminoso) ma senza percepirne la gravità sarebbe allo stesso modo esente da colpe, de facto non peccando. Inoltre è stato affermato che, ad esempio, se una persona abusata sessualmente compie un atto peccaminoso, come la masturbazione, l’atto non può essere considerato tale (peccato), poiché la sua condizione ferita non gli permette di essere libero (mancherebbe il deliberato consenso). Mi è stato poi detto che le diciture di peccato mortale e veniale non sono più valide.
La prego con tutto il cuore di chiarire la questione, poiché ha turbato me e scandalizzato dei piccoli che ascoltavano la discussione.
Vengono in mente le parole di Pasteur: “Poca scienza allontana da Dio, molta scienza porta a Dio”.
Nel nome di Cristo Risorto la Pace sia con Lei,
G.B.


Risposta del sacerdote

Carissimo, 
1. la dizione “peccato mortale” è biblica.
Si parla infatti di “peccato che conduce alla morte” (1 Gv 5,16).
L’espressione è molto incisiva perché fa riferimento alla morte della vita di grazia o comunione con Dio all’interno di una persona e a quella che San Giovanni nell’Apocalisse chiama la seconda morte, e cioè l’inferno (cfr. Ap 21,8).

2. Non ogni peccato è mortale. Anche questo risulta, oltre che dalla nostra esperienza, dalla Sacra Scrittura che parla di “peccato che non conduce alla morte” (1 Gv 5,17).
Ora come si può dire che il linguaggio della Sacra Scrittura è superato?
Non è questo il nostro punto di partenza?

3. A proposito della piena avvertenza è vero che l’ignoranza scusa.
Ne fa riferimento il Concilio Vaticano II il quale dichiara: “Succede non di rado che la coscienza sia erronea per ignoranza invincibile, senza che per questo perda la propria dignità” (GS 16). 

4. Il Catechismo della Chiesa Cattolica ricorda che in tal caso “il male commesso dalla persona non può esserle imputato”.
Tuttavia – ricorda il Catechismo – anche se soggettivamente non c’è colpa, “il peccato rimane un male, una privazione, un disordine”. 
E soggiunge: “È quindi necessario adoperarsi per correggere la coscienza morale dai suoi errori” (CCC1793).
In questa linea si era già espresso il santo Papa Giovanni Paolo II nell’enciclica Veritatis splendor: “Il male commesso a causa di una ignoranza invincibile, o di un errore di giudizio non colpevole, può non essere imputabile alla persona che lo compie; ma anche in tal caso esso non cessa di essere un male, un disordine in relazione alla verità sul bene” (VS 63).

5. Il peccato infatti viene definito da Sant’Agostino: “dictum vel factum vel concupitum contra legem aeternam” (“detto, fatto o desiderato contro la legge eterna”, Contra Faustum, 22, 27).
Questa definizione mette in risalto il potere devastante del peccato.
Infatti, dal momento che la legge eterna non è esterna all’uomo, ma interna, anzi è costitutiva del suo essere, si capisce bene che dire, fare o desiderare qualcosa contro la legge eterna si identifica in ogni caso col fare del male a se stessi.
Già nell’Antico Testamento si legge: “Chi pecca, danneggia se stesso” (Sir 19,4).

6. Giovanni Paolo II non teme di dire che il peccato “è un atto suicida (Reconciliatio et Penitentia 15) e che “atto della persona, il peccato ha le sue prime e più importanti conseguenze sul peccatore stesso: cioè nella relazione di questi con Dio, che è il fondamento stesso della vita umana; nel suo spirito, indebolendone la volontà ed oscurandone l’intelligenza” (RP 16), e così, offendendo gravemente Dio, “finisce col rivolgersi contro l’uomo stesso, con un’oscura e potente forza di distruzione” (RP 17).
L’analogia con il veleno è opportuna. Lo si può bere per errore e non si commette alcun peccato. Ma l’effetto letale è il medesimo.
Nel nostro caso non ci sarà la perdita della grazia, ma i mali conseguenti al fatto che si è agito contro le inclinazioni più profonde del nostro essere rimangono.

7. Il Concilio Vaticano II ricorda anche che non sempre l’ignoranza invincibile è incolpevole. Questo avviene “quando l’uomo poco si cura di cercare la verità e il bene, e quando la coscienza diventa quasi cieca in seguito all’abitudine del peccato” (Gaudium et spes, 16).
Secondo il Magistero della Chiesa vi è dunque una ignoranza invincibile e colpevole.
Vi sono infatti alcuni principi generali della morale che tutti sono tenuti a conoscere. Nessuno si può difendere dicendo: “Io non sapevo che uccidere, rubare o commettere adulterio fosse un male”.
Ugualmente tutti sono tenuti alla conoscenza dei doveri del proprio stato. Nessuno può dire: “Io non sapevo che mettere al mondo dei figli è la stessa cosa che assumersi delle responsabilità nei loro confronti”.
Ugualmente nessuno può dire: “Io non sapevo che la fornicazione fosse potenzialmente procreativa” e che pertanto sia sgravata da responsabilità morale.
Ugualmente l’ignoranza invincibile è colpevole quando la coscienza si è addirittura accecata a motivo dell’inveteramento nel peccato al punto da vantarsi di ciò di cui ci si dovrebbe vergognare, come ricorda San Paolo in Fil 3,19.

Ti ringrazio di avermi dato l’ennesima occasione per ricordare verità così importanti per la vita umana e per il suo destino temporale ed eterno.
Ti auguro ogni bene, ti benedico e ti ricordo nella preghiera.
Padre Angelo

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