Quesito
Complimenti, padre Angelo Bellon, per la sua dedizione, la chiarezza e la profondità con cui trasmette la fede.
Vengo al dunque, mi sono sempre chiesto come una persona che non conosce Dio e le sue leggi possa commettere un peccato grave. La risposta mi è arrivata su YouTube, ascoltando per caso che una persona può peccare gravemente anche senza conoscere Dio, semplicemente trasgredendo alcune leggi naturali che abbiamo dentro di noi, se ben ricordo.
Siccome non ho compreso bene, potrebbe spiegarmi meglio che cosa significa e in che modo una persona che non conosce Dio e le sue leggi può commettere un peccato grave?
La ringrazio in anticipo.
Luca
Risposta del sacerdote
Caro Luca,
1. la Sacra Scrittura, a proposito di quelli che non conoscono Dio e la sua rivelazione, ricorda che tutti hanno una luce interiore che indica loro almeno nelle linee generali e nei precetti più importanti ciò che è bene e ciò che è male.
Il riferimento più esplicito lo si trova nella lettera ai romani là dove San Paolo dice: “Quando i pagani, che non hanno legge (positiva), per natura agiscono secondo la legge, essi, pur non avendo la legge, sono legge a se stessi; essi dimostrano che quanto la legge esige, è scritto nei loro cuori, come risulta dalla testimonianza della loro coscienza e dei loro stessi ragionamenti, che ora li accusano ora li difendono. Così avverrà nel giorno in cui Dio giudicherà i segreti degli uomini per mezzo di Gesù Cristo, secondo il mio vangelo” (Rm 2,14-16).
2. Sant’Alberto magno, dottore della chiesa e maestro di San Tommaso d’Aquino, a proposito della coscienza dice che “come nel campo delle verità speculative vi sono dei principi che l’uomo non deve acquisire, perché gli sono dati naturalmente per aiutarlo nella conoscenza del vero, così, al livello delle conoscenze pratiche, vi sono dei principi universali che dirigono l’azione e aiutano l’intelligenza pratica a discernere l’onesto dal male morale. Non sono acquisiti con lo studio, ma sono la legge naturale iscritta nello spirito dell’uomo. Per Sant’Agostino si tratta di massime del diritto, come ‘bisogna biasimare la fornicazione, non bisogna uccidere, bisogna compatire l’infermità degli afflitti’…” (Summa de creaturis, II, 71, 1).
3. Sulla voce e sulla testimonianza della coscienza che è capace di illuminare tutti gli uomini il concilio Vaticano II in una pagina molto bella della Gaudium et spes scrive: “Nell’intimo della coscienza l’uomo scopre una legge che non è lui a darsi, ma alla quale invece deve obbedire e la cui voce che lo chiama sempre ad amare e a fare il bene e a fuggire il male, quando occorre, chiaramente dice alle orecchie del cuore: fa questo, fuggi quest’altro.
L’uomo ha in realtà una legge scritta da Dio dentro il suo cuore: obbedire ad essa è la dignità stessa dell’uomo, e secondo questa egli sarà giudicato.
La coscienza è il nucleo più segreto e il sacrario dell’uomo, dove egli si trova solo con Dio, la cui voce risuona nell’intimità propria. Tramite la coscienza si fa conoscere in modo mirabile quella legge, che trova il suo compimento nell’amore di Dio e del prossimo” (GS 16).
4. La coscienza indica i primi principi morali che sono identici in tutti gli uomini. Ed è per questo che tutti gli uomini, aldilà delle razze, delle culture e delle religioni, almeno su alcuni principi si trovano d’accordo.
5. Per San Tommaso “il ruolo della coscienza è di protestare contro il male e di inclinare al bene. E in ciò non può esserci deficienza” (De Veritate, 16, 2).
Afferma anche che “la coscienza nei suoi primi principi è intatta anche nei non credenti per ciò che riguarda la luce naturale” (In II Sent., 39, 3, 1, ad 3).
6. Per San Bonaventura, il grande teologo francescano, “la coscienza è come l’araldo di Dio e il messaggero, e ciò che dice non lo comanda da se stessa, ma lo comanda come proveniente da Dio, alla maniera di un araldo quando proclama l’editto del re. E da ciò deriva il fatto che la coscienza ha la forza di obbligare” (In II Sent., d. 39, a.1, q.3).
Sotto questo aspetto Dio è vicino a tutti, anche se non tutti riconoscono la sua presenza.
Per questo giustamente viene detto che la coscienza è “la voce di Dio nell’anima”.
7. Il tema della coscienza come voce di Dio è stato particolarmente caro a J.H. Newmann che Leone XIV il 1° novembre prossimo proclamerà dottore della Chiesa.
Tra le varie affermazioni, eccone una molto bella: “La coscienza non consiste… in un desiderio di essere coerenti con se stessi; essa è un messaggero che viene da Colui che, tanto nella natura che nella grazia, ci parla quasi attraverso un velo e ci ammaestra e ci guida col mezzo dei suoi rappresentanti. La coscienza è un vicario aborigeno (il primo fra tutti) di Cristo, un profeta delle sue informazioni, un monarca nei suoi ordini, un sacerdote nelle sue benedizioni e nei suoi anatemi; ed anche se l’eterno sacerdozio che si trova incarnato nella Chiesa potesse cessare di esistere, nella coscienza permarrebbe il principio sacerdotale ed avrebbe il predominio” (Lettera al duca di Norfolk, c. 5).
Ecco il motivo per cui tutti riconoscono immediatamente alcuni principi morali identici in tutti.
Con l’augurio di ogni bene, ti benedico e ti ricordo nella preghiera.
Padre Angelo
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