Quesito
Buongiorno Padre,
da quasi un anno la mia vita ha subito un cambiamento profondo che mi ha riportato verso la Chiesa, Gesù, gli insegnamenti dei santi, la confessione, l’Eucaristia e la preghiera quotidiana. Sento che questo cammino di conversione è ancora in corso, giorno dopo giorno, e sto cercando di trasformare concretamente il mio modo di vivere, dalle piccole alle grandi cose. Spesso, però, mi domando se sto davvero camminando nella direzione giusta: è una domanda che mi accompagna e a volte mi assale. Per questo ho pensato di scriverle. Vorrei condividere con lei come vivevo prima del mio cambiamento e come cerco di comportarmi oggi, per chiedere un suo parere, un suo discernimento e, se possibile, qualche consiglio prezioso che possa sostenermi.
Un tempo credevo che “essere autentici” significasse esprimere sempre e senza filtri ciò che pensavo, seguire i miei sentimenti come se fossero un oracolo interiore, mettere me stesso al centro e vivere secondo gli impulsi del momento. Oggi invece so che non basta essere “se stessi” per vivere nella verità: occorre diventare ciò che Dio desidera, liberandosi dalle illusioni del proprio ego.
Avevo l’idea che la “sincerità totale” — dire sempre tutto ciò che si pensa, senza misura — fosse segno di forza e libertà. Oggi comprendo che la vera maturità consiste nel saper unire verità e carità, parlando con rispetto, delicatezza, carità e amore verso il prossimo.
Prima vivevo un po’ secondo il “carpe diem”, pensando che libertà significasse godere senza limiti, senza domande morali. Ora ho capito che la vera libertà non è fare ciò che si vuole, ma avere la forza di scegliere il bene. Chi non ha limiti non è più libero: diventa schiavo dei suoi desideri.
Un tempo mi fidavo ciecamente dei miei sentimenti, convinto che non sbagliassero quasi mai. Ora so che le emozioni sono preziose, ma non possono essere l’unica bussola morale: spesso parlano più le ferite che la verità. Per questo cerco sempre di confrontare ciò che penso e sento con il Vangelo e con l’insegnamento della Chiesa. Sperando di azzeccare.
Mi capitava a volte di dire: “Io sono fatto così, prendere o lasciare”. Oggi so che la superbia precede la rovina, e cerco di praticare l’umiltà, facendo ogni giorno un serio esame di coscienza.
Prima mettevo me stesso al primo posto; oggi cerco di pensare anche agli altri e partecipo ad attività di volontariato che mi donano una gioia dentro che nessun successo terreno può dare.
Anche i confronti, le competizioni interiori e i paragoni che prima riempivano la mia mente ora lasciano spazio alla gratitudine. Ringrazio Dio per ciò che ho e prego per chi vive nell’ostentazione o nelle vanità del mondo, cercando di rimanere saldo nella semplicità.
La frase “valutare con sapienza i beni della terra e tenere fisso lo sguardo su quelli del cielo” è diventata parte del mio quotidiano. Da quando è iniziato questo cambiamento, provo sempre meno interesse per ricchezze e successi terreni, e cerco invece di costruire tesori che potrò gustare un giorno in Cielo.
C’è però un punto che vorrei affidarle: quando sento bestemmiare amici o conoscenti, resto in silenzio e dentro di me provo dolore e fastidio. Allo stesso tempo, mi vergogno davanti a Dio perché penso che potrei intervenire. Ma temo anche che un intervento possa peggiorare la situazione. Non so come comportarmi. Mi torna alla mente una frase attribuita a Sant’Agostino: “Con certe persone conviene non perdere tempo a parlare loro di Dio, ma è più vantaggioso parlare di loro a lungo con Dio”. Vorrei capire qual è l’atteggiamento giusto.
Anche l’insegnamento di Gesù sull’amore verso i nemici ha cambiato molto il mio modo di agire. All’inizio pensavo fosse impossibile. Col tempo, però, ho scoperto che posso evitare di rispondere al male con odio, posso pregare per chi mi ferisce e posso perdonare con maggiore facilità. Sto imparando che amare i nemici significa cercare di vederli con lo sguardo di Dio: come figli che possono ancora cambiare e ritrovare la strada del bene.
Riflettendo sulla frase «Se uno ti percuote sulla guancia destra, porgigli anche l’altra», ho capito che non è un invito a subire abusi o ingiustizie. Gesù stesso, quando viene colpito, non si lascia umiliare in silenzio ma risponde con dignità e verità: «Se ho parlato male, dimostramelo; ma se ho parlato bene, perché mi percuoti?». Ho compreso che “porgere l’altra guancia” significa resistere al male senza imitarlo, rifiutare l’odio e rimanere nella pace.
Infine, penso che “fare del bene a quelli che vi odiano” significhi anzitutto pregare per loro e, quando si presenta l’occasione, compiere gesti di carità e bontà, senza rancore.
Ci tengo a precisare che non sempre riesco a comportarmi così, a volte mi accorgo troppo tardi di essermi comportato in modo non consono alla mia fede, poi però torno sempre nei miei passi.
La ringrazio per il tempo che vorrà dedicarmi. Ci tengo molto a una sua parola, un suo giudizio, un suo consiglio per continuare il cammino che ho iniziato.
Con stima e riconoscenza,
Luca
Risposta del sacerdote
Caro Luca,
1. sono contento per quanto mi hai scritto.
È la storia della metamorfosi che si è attuata in te per mezzo della conversione.
2. La parola conversione in greco viene detta “metànoia”, che letteralmente significa cambiamento di pensiero.
Sì, nella tua vita è cambiato tutto perché è cambiato l’obiettivo.
Quando si comprende che l’obiettivo è la santità e la vita eterna da raggiungere, si comincia a diventare sapienti e si inizia a usare delle cose della terra, che Dio ci ha dato, in vista del cielo.
3. Desidero sottolineare una sola delle tue preziose osservazioni.
Dici giustamente: “Ora ho capito che la vera libertà non è fare ciò che si vuole, ma avere la forza di scegliere il bene. Chi non ha limiti non è più libero: diventa schiavo dei suoi desideri”.
Uno degli errori più grossi di cui è vittima la nostra cultura contemporanea è proprio un concetto errato di libertà.
Nell’enciclica Centesimus annus, scritta nel 1991 da Giovanni Paolo II nel centenario della Rerum Novarum di Leone XIII, si legge che uno degli errori più grandi di cui è vittima il nostro tempo “consiste in una concezione della libertà umana che la sottrae all’obbedienza alla verità e, quindi, anche al dovere di rispettare i diritti degli altri uomini. Contenuto della libertà diventa allora l’amore di sé fino al disprezzo di Dio e del prossimo, amore che conduce all’affermazione illimitata del proprio interesse e non si lascia limitare da alcun obbligo di giustizia” (CA 17).
4. Ci si può domandare: obbedienza alla verità, ma quale verità? Dove si trova questa verità?
La si trova nella coscienza che in alcuni principi fondamentali è identica in tutti gli uomini.
In una delle sue espressioni più belle il concilio Vaticano II ha dichiarato: “Nell’intimo della coscienza l’uomo scopre una legge che non è lui a darsi, ma alla quale invece deve obbedire e la cui voce che lo chiama sempre ad amare e a fare il bene e a fuggire il male, quando occorre, chiaramente dice alle orecchie del cuore: fa questo, fuggi quest’altro. L’uomo ha in realtà una legge scritta da Dio dentro il suo cuore: obbedire ad essa è la dignità stessa dell’uomo, e secondo questa egli sarà giudicato.
La coscienza è il nucleo più segreto e il sacrario dell’uomo, dove egli si trova solo con Dio, la cui voce risuona nell’intimità propria. Tramite la coscienza si fa conoscere in modo mirabile quella legge, che trova il suo compimento nell’amore di Dio e del prossimo” (Gaudium et spes 16).
5. “Fare il bene e fuggire il male” può sembrare un’affermazione generica. Ma non si fatica a comprendere che cosa sia il bene o il male almeno nelle sue linee generali: il rispetto per la vita di tutti, il rispetto per il bene di tutti. Mentre per converso è male ciò che attenta alla vita e ai beni degli altri.
Così pure non si fatica a comprendere che alcuni atteggiamenti dell’uomo sono malvagi.
Il Concilio Vaticano II ne ha menzionati alcuni, tra i quali: “Tutto ciò che viola l’integrità della persona umana, come le mutilazioni, le torture inflitte al corpo e alla mente, le costrizioni psicologiche; tutto ciò che offende la dignità umana, come le condizioni di vita subumana, le incarcerazioni arbitrarie, le deportazioni, la schiavitù, la prostituzione, il mercato delle donne e dei giovani, o ancora le ignominiose condizioni di lavoro, con le quali i lavoratori sono trattati come semplici strumenti di guadagno, e non come persone libere e responsabili: tutte queste cose, e altre simili, sono certamente vergognose. Mentre guastano la civiltà umana, disonorano coloro che così si comportano più ancora che quelli che le subiscono e ledono grandemente l’onore del Creatore” (Gaudium et spes 27).
6. È molto importante l’affermazione del Concilio: “Nell’intimo della coscienza l’uomo si trova solo con Dio.
Non dice che “si trova solo”, ma che “si trova solo con Dio e scopre una legge che non è lui a darsi”.
La coscienza non chiude l’uomo in se stesso, ma lo apre a Dio.
E, aprendolo a Dio, nello stesso tempo lo apre al prossimo e ai suoi diritti.
E scopre una legge che non è lui a darsi. È la legge naturale impressa nella coscienza.
È questa l’obbedienza alla verità di cui parla Giovanni Paolo II.
Ma prima di lui l’aveva già detto lo Spirito Santo per bocca di San Pietro: “Dopo aver purificato le vostre anime con l’obbedienza alla verità per amarvi sinceramente come fratelli, amatevi intensamente, di vero cuore, gli uni gli altri” (1 Pt 1,22).
L’obbedienza alla verità purifica la coscienza.
7. Giustamente osservi che quando si vuole essere senza limiti si diventa facilmente schiavi dei propri desideri.
Nostro Signore qui è stato ancora più netto parlando di schiavitù del peccato: “In verità, in verità vi dico: chi compie il peccato, è schiavo del peccato” (Gv 8,34).
San Tommaso, in compagnia di Sant’Agostino, dice che “la schiavitù del peccato è pesantissima… perché lo schiavo di un uomo può trovare scampo dal suo padrone con la fuga, ma lo schiavo del peccato trascina con sé il peccato dovunque egli fugga. Infatti il peccato che ha commesso è dentro di lui” (Commento a S. Giovanni, 1203).
In tal modo senza accorgersene si perde la libertà interiore e si diventa schiavi di ciò che alla fine inevitabilmente si giunge a detestare.
Non vado più in là nel commento della tua mail per non diventare troppo pesante.
Ti auguro di permanere sempre in questo atteggiamento per essere luce per molti.
Accompagno questo augurio con la preghiera.
Ti benedico.
Padre Angelo
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