Quesito

Buonasera padre,
sono un docente di religione e da diverso tempo mi assilla un pensiero. Circa la salvezza delle anime ci è sempre stato insegnato che i buoni saranno in Paradiso, i malvagi all’inferno e poi c’è il Purgatorio come regno di mezzo dove è necessario passare per chi ancora non è pronto per il Cielo. Il punto è questo: noi uomini quando nasciamo ereditiamo un certo codice genetico che ci fa essere gentili, buoni, compassionevoli o, al contrario, cattivi, mal disposti verso gli altri, con il cuore arido ecc.
Tutto ciò però detta la nostra esistenza, ovvero chi ha la fortuna di nascere “buono” è già predestinato per il Paradiso, viceversa chi nasce con un pessimo carattere, con il cuore malvagio, finirà all’inferno.
A questo punto si potrebbe parlare di una sorta di “predestinazione genetica”? Calvino in qualche modo aveva intuito qualcosa, ma sbagliava nel contenuto, non nella forma, a mio modesto avviso. Non è Dio a predestinare al Paradiso, bensì la casualità di nascere con un determinato DNA che poi influenzerà il nostro stare al mondo. 

La seconda domanda invece riguarda un passaggio della Lumen Gentium: “Non possono salvarsi quegli uomini che, pur non ignorando che la Chiesa Cattolica è stata fondata da Dio per mezzo di Gesù Cristo come necessaria, non abbiano tuttavia voluto entrarvi o in essa perseverare“.
Ecco padre, questo passaggio mi è oscuro; cosa significa? Se da un lato solo un folle potrebbe continuare ad essere (ad esempio) un testimone di Geova o un metodista pur sapendo che la Chiesa cattolica è la vera Chiesa, dall’altro lato si potrebbe capire che, in qualsiasi religione tu sia incorporato, alla fine, se ti comporti bene, comunque Dio ti salva. A questo punto allora a cosa serve essere bravi cristiani, andare a Messa tutte le domeniche se poi anche un feroce criminale, in punto di morte, si “converte”? 
O ancora, a che serve aderire alla Chiesa cattolica se, da come sembra trapelare da Lumen Gentium io posso salvarmi anche appartenendo alla Chiesa battista, piuttosto che all’islam o all’ebraismo?
Mi scusi per essermi dilungato. 
Una santa serata, Alberto


Risposta del sacerdote

Caro Alberto,
1. ci sono molte imprecisioni nel tuo scritto.
Innanzitutto non è vero che sia sempre stato insegnato che i buoni vanno in paradiso e i malvagi all’inferno.
Certo, per andare in paradiso è necessario essere buoni, ma non basta.

2. Il criterio per andare in paradiso è quello della “veste nuziale” di cui parla il Signore nel Vangelo di Matteo. Vi si legge che il re entrando nella sala vide un uomo non vestito con l’abito nuziale (Mt 22,12).
Quest’abito nuziale è Cristo, secondo le parole di Paolo: “Quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo” (Gal 3,27).
San Tommaso commenta: “Avere l’abito nuziale è rivestire Cristo mediante l’attività buona, un genere di vita santo, una carità vera: e se viene una sola di queste cose, è un male”.
Si può essere buoni, ma si può essere privi della grazia di Dio. Il peccato mortale non è equipollente col diventare malvagi.
No, no. Quante persone sono buone, ma non santificano alla festa pur sapendo che è un dovere. Quante persone commettono atti impuri di vario genere, eppure sono buone.
Essere in grazia di Dio implica essere buoni, ma non tutte le persone buone sono in grazia di Dio.

3. È vero che tutti ereditiamo un codice genetico che predispone ad un certo comportamento. Ma non è vero che il codice genetico costringa una persona a vivere in quel modo. Al di sopra delle inclinazioni c’è la libertà che aiuta ad essere signori delle inclinazioni ereditate.
Le disposizioni ereditate col DNA non costringono, ma inclinano.
Per mezzo della libertà e con l’aiuto della grazia si diventa signori delle proprie inclinazioni tanto nel bene quanto nel male.

4. Sappiamo di San Francesco di Sales, il santo della mitezza e della dolcezza, che non ereditò un carattere mite e dolce.
Anzi!
Si legge di lui che “dotato di spiccata sensibilità, era facile agli sbalzi di umore e agli scatti d’ira. “Impulsivo e focoso” lo definiscono i contemporanei; insultato “cambiava di colore e il suo volto si infiammava”.
Un suo biografo E. J. Lajeunie scrive: “Francesco di Sales era un vero Savoiardo, abitualmente calmo e dolce, ma capace di terribili collere; un vulcano sotto la neve. Vaugelas l’ha inteso dire che per natura era molto pronto a montare in collera, ma che si impegnava tutti i giorni a correggersi.
Con questo temperamento vivo e sanguigno, la sua dolcezza abituale fu sovente messa alla prova; spesso la collera bolliva nella sua testa come l’acqua in una pentola sul fuoco! Era molto ferito da parole insolenti e spiacevoli, da gesti volgari. (…). 
Nel 1619 a Parigi confessava che aveva ancora degli scatti di collera nel suo cuore e doveva tenerne a freno le briglie con due mani! «Ho fatto un patto con la mia lingua di non dire una parola quando fossi stato in collera. Per grazia di Dio ho potuto avere la forza di frenare la passione della collera, cui naturalmente ero incline». Noi abbiamo visto la violenza che talvolta doveva farsi per non violare questo patto. (…).
È per la grazia di Dio, confidava a G. Rolland, che aveva acquistato la capacità di dominare le passioni colleriche a cui la sua indole era portata. Per cui la leggenda di un Francesco naturalmente dolce è da mettere in soffitta. La sua dolcezza era dunque una forza, il frutto di una vittoria” (È. J. Lageunie, St. François de Sales. L’homme, la pensée, l’action, t. II, p. 118-119). 

5. La predestinazione in senso biblico non consiste nell’essere privati della libertà. Implica invece che dal momento che l’obiettivo da raggiungere è di ordine soprannaturale, anche i mezzi che vi conducono, devono essere di ordine soprannaturale. Ci si salva pertanto solo con l’aiuto della grazia.
In nessun modo si può equiparare il concetto teologico di predestinazione al senso che si applica comunemente a questa parola.

6. Quanto poi viene scritto nella Lumen gentium non è una cosa difficile da comprendere. Quante persone sanno che la Chiesa è stata fondata da Dio per mezzo di Gesù Cristo, ma non vivono al suo interno con una condotta santa.
Gesù nel discorso della montagna ha messo in guardia dal pensare che essere tra i suoi seguaci sia sinonimo di salvezza. Ha detto infatti: “Del resto è ben chiaro ciò che ha detto Gesù nel discorso della montagna: “Non chiunque mi dice: «Signore, Signore», entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. In quel giorno molti mi diranno: «Signore, Signore, non abbiamo forse profetato nel tuo nome? E nel tuo nome non abbiamo forse scacciato demòni? E nel tuo nome non abbiamo forse compiuto molti prodigi?». Ma allora io dichiarerò loro: «Non vi ho mai conosciuti. Allontanatevi da me, voi che operate l’iniquità!»” (Mt 7, 21-23).

7. È vero, infine, che Dio offre a tutti l’opportunità della salvezza. Egli stesso ha detto per bocca di Paolo che “vuole che tutti gli uomini si salvino e giungano alla conoscenza della verità” (1 Tm2,4).
Per questo attraverso vie a lui solo note offre l’abito nuziale della grazia.
Ma quale differenza con la Chiesa cattolica dove le vie ordinarie della salvezza sono così visibili e a portata di mano come ad esempio i sacramenti e la comunione ecclesiale.
Si pensi solo alla confessione sacramentale. Tutti possono peccare, ma quale differenza tra chi è nella Chiesa cattolica e chi appartiene alle aggregazioni da te menzionate nel conoscere la strada del vero pentimento e della riconciliazione con Dio.
Germi di bene vi sono dappertutto. Ma nelle altre religioni insieme a questi germi vi sono “lacune, insufficienze ed errori” (Redemptoris missio, 55).
Non si tratta di lacune, di insufficienze ed errori di poco conto. Ne può andare di mezzo la salvezza eterna.
Augurandoti ogni bene, ti benedico e ti ricordo nella preghiera.
Padre Angelo