Quesito

Preg.mo Padre Angelo
Quando prego secondo la formulazione attuale delle preghiere generalmente adottata, noto talvolta uno stile desueto che però giustifico per due ragioni: perché così sono state da tempo definite dalla Chiesa Cattolica per la quale ho un atteggiamento deferente e, in alcuni casi, per  il loro valore altamente poetico. Inoltre, spesso mi rivolgo al Signore secondo un formulario tutto mio, magari variabile secondo le circostanze, in una corrispondenza a volte più “attrattiva” di quella ottenuta con le formulazioni correnti.
Ma una preghiera, che pure recito spesso, non mi convince proprio, e anzi vorrei tanto che fosse modificata, (non saprei da quale ente preposto), per i motivi che seguono. (…).  Si tratta de “L’eterno riposo”.
Dunque, fin dall’inizio, chiedere al Signore di donare alle anime l’eterno riposo esula del tutto da come concepisco lo stesso, almeno dal mio punto di vista umano, pur accettando ciò che Lei aveva già affermato nella Sua risposta. (…).
Riprendendo il discorso, io preferirei vivere la nuova vita piuttosto come è descritto nella “Salve Regina” (… e mostraci dopo questo esilio Gesù, il frutto benedetto del ventre Tuo,), ma senza dedicarmi a uno stato di pura contemplazione estatica, perché ragionando da essere umano, tenderei piuttosto a costruire sempre qualcosa, magari  senza le fatiche e le sofferenze di questo mondo, (come anche Lei ha giustamente osservato), e vorrei immaginarmi in un Paradiso perennemente voglioso e appagato per un continuo coesistere e compenetrarmi in Dio, non solo in via puramente contemplativa, ma in un coacervo di felici sempre nuove esperienze per il momento inimmaginabili.
E passiamo al finale, della preghiera, risplenda ad essi la luce perpetua.
Oso formulare un’idea un po’ sciocca, ma quella “luce perpetua” mi fa venire a mente le luci funerarie dei cimiteri.
E’ una luce che perciò mi genera un senso di melanconia, o di paura, quasi, piuttosto che rasserenarmi. Capisco che l’estensore della preghiera intendesse ben altra luce (come anche Lei ha osservato) ma io, anima semplice che vive quaggiù, di primo acchito provo una sensazione completamente diversa. Scrivo sempre dal punto di vista puramente formale.
E ancora: riposino in pace. Si ripete il tema del riposo, quasi lo si  ribadisce..
Capisco che all’operosità noi umani avremmo dovuto pensarci fin da quando eravamo immersi in questo mondo, capisco ancora che, secondo la mia mentalità di terricolo, operare un qualcosa  da qui, sarebbe stato un mezzo per ottenere risultati che dopo la morte fisica avrei già acquisito, eppure vorrei immaginare che in Paradiso la visione di Dio, fusa in tutte le sue creature, si rendesse vivibile e acquisibile non in uno stato di quiete assoluta, ma in un caleidoscopio di sensazioni, come in salti sfrenati fra le nuvole, per sfruttare appieno quella molteplicità di gaudio che non mi sembra concepibile con il concetto del “riposo eterno”, sia pure abbacinato da quella cattiva interpretazione della luce cui mi porta a pensare la preghierina di cui parlo.
Ma lasciamo fare a Lui, poiché i superlativi assoluti, come un  qualcosa di gradevolissimo  che il Signore avrà preparato per il nostro futuro, dovrà pur esserci. Ma il testo di quella preghiera mi prospetta una visione statica che tende a limitare la mia concezione di Paradiso, regolando l’irregolabile in una quiete che mi prospetterebbe piuttosto una determinata condizione perenne dopo la morte, incitandomi, oltretutto a fare un “pensierino” teso a deviare completamente il mio spirito, verso un percorso volto al nulla eterno, idea che potrei anche accettare, se non avessi quella Fede da me perseguita per  una vita.
Quanto tutto ciò mi sembra ben lontano dalla solennità di quel “et lux perpetua luceat eis”, del terzo secolo, premonitore di un insieme di eventi che non si conclude, ma anzi viene dilatato dall’”amen” finale!
Se è possibile vorrei un Suo parere, Padre e, nel caso condividesse anche solo in parte queste mie considerazioni e ci fosse la possibilità di un intervento, a chi ci si potrebbe rivolgere?
Ringrazio e attendo di conoscere il Suo pensiero al più presto.
Bruno B.


Risposta del sacerdote

Caro Bruno,
1. anzitutto desidero complimentarmi con il tuo linguaggio fiorito ed efficace che aiuta a penetrare e ad andare oltre quanto viene espresso in termini semplici, come in genere tendo a fare io, e che a volte tendono a semplificare realtà che invece sono ricchissime e molto alte.

2. Convengo che la preghiera “l’eterno riposo” sia formulata con un linguaggio che per noi oggi non è pienamente comprensibile nella sua bellezza.
Quando nella Sacra Scrittura si parla del riposo di Dio non s’intende dire che Dio sia inattivo o che riposi secondo il nostro comune modo di pensare.
In realtà Dio agisce e riposa nello stesso tempo. Non compie alcuna fatica per le sue opere.
La Sacra Scrittura esorta ad entrare nel riposo di Dio (Ebr 4,11).
Anche noi dobbiamo desiderare di essere là dove è lui.
Per la pienezza di comunione di vita con Lui potremo agire senza faticare.
Potremo amare, donarci e convertire a Cristo senza faticare.
La Sacra Scrittura ricorda che le opere dei giusti li seguono (Ap 14,13), e cioè sono sempre con loro. I giusti continuano a compiere da un’altra postazione, più efficace, più universale e più eterna quanto hanno cominciato a fare di qua.

3. Mi è capitato di recente di buttare gli occhi su una risposta del Card. Martini, che era ormai diventato arcivescovo emerito di Milano, a proposito della preghiera dell’eterno riposo.
Ecco la domanda che gli venne fatta: “Eminenza, ho un dubbio: che la preghiera «Requiem aeteram dona eis Domine et lux perpetua luceat eis, requiescant in pace» (L’eterno riposo dona loro, Signore, e splenda ad essi la luce perpetua, risposino in pace) sembri poco cristiana. Mi fa pensare al paradiso come a un grande dormitorio. Non sarebbe meglio se suonasse così: «Gaudium aeternum dona eis Domine et lux perpetua luceat eis, gaudeant in pace et in laetitia»? (Gioia eterna dona loro, Signore, e splenda ad essi la luce perenne, gioscano in pace e in letizia”).

4. Il Cardinale rispose: “La preghiera proposta è certamente bella e chi vuole la può recitare così.
Ma anche la preghiera tradizionale è bella perché secondo la pregnanza biblica del termine requies (riposo) va intesa non come un sonno, ma come il giusto riposo che segue alle battaglie della vita.
La «luce eterna» è lo splendore del Verbo che illumina ogni cosa (cfr. Apocalisse 21,23: La città non ha bisogno della luce del sole né della luce della luna perché la gloria di Dio la illumina e la sua lampada è l’Agnello»).
Similmente il «requiescant in pace» (riposino in pace) è l’augurio di entrare con pienezza nello shalom (pace), che è, secondo la Scrittura, la sintesi di tutti i doni di Dio” (Carlo Maria Martini, Il comune sentire, p. 35).

5. Tanto la mia interpretazione, quanto quella del card. Martini aiutano a leggere questa preghiera in termini diversi, più veri di quelli che comunemente si è portati a pensare.

Ti ricordo al Signore e ti benedico.
Padre Angelo