Quesito

Caro p. Angelo,
vorrei sottoporle alcune perplessità che mi sono sorte leggendo i testi di un noto scrittore cattolico e che riguardano soprattutto il modo in cui questo autore – di cui peraltro ho la massima stima – concepisce la natura dell’atto di fede e il rapporto tra la fede e le opere.
Per chiarezza e completezza, riporto qui di seguito le affermazioni “sospette”; deciderà poi lei se ometterne alcune al fine di rendere l’esposizione più sintetica e scorrevole.
“Nel mese precedente abbiamo meditato sull’atto di fede come un rapporto vivo con Dio: aver fede vuol dire credere nell’amore di Dio”.
“Credere nell’amore di Dio, aver fede nell’esistenza di questo rapporto d’amore e volerne fare parte per assaggiare la beatitudine della vita eterna, che noi siamo chiamati a vivere, o meglio a percepire, quando viviamo nella nostra vita terrena. La fede è precisamente questo abbandono, questo aprirsi dell’anima ad accogliere il dono”.
Credere vuol dire affidarsi totalmente a Dio, vivere una dipendenza assoluta da Dio: l’atto di fede implica un totale, vivo, cosciente abbandono nelle mani di Dio”.
“Si parlava della fiducia (fides fiducialis) che dobbiamo avere in Dio. Tutta la nostra vita spirituale trova il suo inizio, il suo sostegno in questa fiducia, nella fede. Dice il Concilio di Trento: “Fundamentum et radix totius justificationis”. Però la fede, se dà il fondamento, non inizia il cammino: il cammino è sempre suscitato dalla speranza, da una fides fiducialis, da una fede che è fiducia, da una fede che già si trasforma in forza che ti muove, forza che ti stimola, che suscita in te una risposta”.
Tali affermazioni sulla fede mi sembrano difficilmente conciliabili con quelle tratte da un noto manuale di teologia dogmatica di impostazione tomista:
“Secondo il Concilio di Trento la fede è “l’inizio della salvezza e la radice di ogni giustificazione” … Per quanto concerne il contenuto della fede giustificante, non è sufficiente la cosiddetta fede fiduciale, ma si richiede quella teologica o dogmatica, che consiste nel ritenere vere le verità rivelate a motivo dell’autorità di Dio rivelante. …
Secondo la testimonianza della Scrittura la fede, e precisamente quella dogmatica, è la condizione previa indispensabile per il conseguimento della salvezza eterna. Mc 16,15-16: “Predicate il Vangelo ad ogni creatura: chi crede e si fa battezzare sarà salvato; chi non crede, sarà condannato”. Gv 20,31: “Questi sono stati scritti affinché crediate che Gesù il Cristo è Figlio di Dio e affinché credendo abbiate la vita nel suo nome”. Eb 11,6: “Senza fede è impossibile piacere a Dio; poiché chi si accosta a Dio deve credere che Egli esiste e ricompensa quelli che lo cercano” Cfr. Gv 3,14 ss.; 8,24; 11,26; Rm 10,8 ss”.
I passi addotti dagli avversari che accentuano molto l’importanza della fiducia (Rm 4,3 ss.; Mt 9,2; Lc 17,19; 7,50; Eb 11,1) non escludono la fede dogmatica, poiché la fiducia nella misericordia divina è una conseguenza necessaria della fede nella verità della rivelazione divina.
Una prova patristica di fatto in favore della necessità della fede dogmatica per la giustificazione è l’istruzione dei catecumeni nelle verità cristiane di fede e la professione del Credo prima del Battesimo. … S. Agostino dice: “Il principio della vita buona, della vita che merita la vita eterna è la retta fede” (Sermo 43, I, I)” [ LUDOVICO OTT, Compendio di teologia dogmatica, pagg. 296-297].
Dallo studio del manuale appena citato e di testi analoghi mi risulta che l’atto di fede, definibile come “assenso dell’intelletto alle verità rivelate”, sia essenzialmente un atto razionale, sebbene implichi anche l’intervento della volontà che, in mancanza di verità intrinsecamente evidenti, sceglie liberamente di credere a quanto rivelato da Dio. Tale atto di fede è poi finalizzato ad introdurre il credente all’interno di quella relazione personale con Dio in cui propriamente consiste la vita cristiana. La conoscenza che si acquisisce attraverso la fede non è dunque fine a se stessa, ma aperta alla relazione e all’amore: credere non significa tanto aderire a un complesso di verità astratte, quanto piuttosto aderire a Dio stesso come suprema Verità. Nondimeno, l’atto di fede in sé e per sé resta un atto conoscitivo, e quindi razionale, che ha per oggetto immediato quelle verità che Dio ha voluto rivelarci per la nostra salvezza e per motivo l’autorità di  Dio stesso, il quale, essendo infinita Sapienza e Veracità, non può né ingannarsi né ingannare.
(…)
Confidando nella sua gentile disponibilità, la saluto caramente con la promessa di ricordarla nelle mie preghiere,
Tommaso

 


 

Risposta del sacerdote

Caro Tommaso,
1. il termine fede fiduciale non ti deve trarre in inganno.
I due autori l’intendono in maniera diversa perché “il noto autore” cui ti riferisci e quanto asserito da Ott sono su piani diversi.

2. Il primo non disquisisce sotto il profilo teologico, ma su quello pastorale.
I termini che usa sono pastorali perché propriamente la fede non si può definire come “credere nell’amore di Dio”.
Vedi che mette nella definizione (credere) ciò che c’è nella domanda perché la fede è l’atto del credere.
Di per sé sarebbe un petitio principii.
Ma la sua affermazione è comprensibile perché vuol far capire che cosa sia il credere sotto il profilo esistenziale o pastorale.

3. Quando “il noto autore” parla di fede fiduciale usa una terminologia alla quale non vuol dare assolutamente il senso conferito da Ott e condannato dal Concilio di Trento.
Il “noto autore” vuol dire semplicemente un aprirsi a Dio.

4. Ott invece fa un trattato teologico sulla fede e rifiuta la fede fiduciale di Lutero secondo il quale non conta tanto ciò Dio ha rivelato quanto piuttosto l’aver fiducia in lui.
Ora se conta aver fiducia in Dio perché è doveroso e giusto, conta anche sapere a chi si dà fiducia e a quale verità si dia fiducia.
Il patrimonio delle verità rivelate che San Paolo chiama il “deposito della fede” 1 Tm 6,20 e 2 Tm1,14) è importante quanto l’aspetto fiduciale.
Anzi, ne è la premessa, perché se Dio non fosse credibile, perché aver fiducia in lui?

5. Questo è il motivo per cui la Chiesa cattolica ci tiene alla purezza della dottrina della fede.
Mentre nel mondo protestante nel quale non c’è Magistero ognuno può credere quello che vuole e fare una chiesa nuova seconde le proprie idee.
Ma se così fosse, si cesserebbe di credere a Dio. E sarebbe più giusto dire che ognuno crede a se stesso e al proprio modo di ragionare che giudica infallibile.

6. Infine è vero che l’oggetto della fede sono le verità di fede ma – prima ancora che le verità di fede – la fede ha per oggetto Dio che si rivela.
Per questo quanto ha scritto L. Ott va integrato con quanto insegna il Concilio Vaticano II che nella Costituzione dogmatica Dei Verbum definisce la fede con se seguenti parole: “A Dio che si rivela è dovuta l’obbedienza della fede (Rm 16,26) con la quale l’uomo si abbandona a Dio tutto liberamente, prestandogli il pieno ossequio dell’intelletto e della volontà (DS 3008) e acconsentendo volontariamente alla rivelazione da lui data.
Perché si possa prestare questa fede, è necessaria la grazia di Dio che previene e soccorre e gli aiuti interiori dello Spirito Santo, il quale muova il cuore e lo rivolga a Dio, apra gli occhi della mente e dia a tutti la dolcezza del consentire e nel credere alla verità.
Affinché poi l’intelligenza della rivelazione diventi sempre più profonda, lo stesso Spirito Santo perfeziona continuamente la fede per mezzo dei suoi doni” (DV 5).
Questa definizione è completa.
L’oggetto della fede è Dio che si rivela.
La fede nel suo dinamismo è la risposta che l’uomo dà a Dio che si rivela.
In questa risposta c’è l’accettazione di tutto quanto Egli ci ha rivelato.

Mentre ti ringrazio della preghiera promessa ti auguro di progredire sempre più nella fede, ti ricordo a mia volta al Signore e ti benedico.
Padre Angelo

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