Quesito

Caro Padre Angelo,
volevo sapere in cosa consiste il “remedium concupiscentiae”. Può riferirsi a ciò che dice S. Paolo quando afferma che è meglio sposarsi che ardere? Se sì, esso è uno dei fini del matrimonio? Ma non è “avvilente” per la sacralità del matrimonio se in esso vi è un fine che contempla solo la soddisfazione sessuale?
La ringrazio per la risposta e che Dio La benedica
Michele


Risposta del sacerdote

Caro Michele,
1. la Gaudium et spes del Concilio Vaticano II e il Codice di diritto canonico del 1983 non parlano più del remedium concupiscentiae (appagamento della concupiscenza), che era invece espressamente nominato dal Codice di diritto canonico del 1917 e dalla Casti Connubii (1930).
Il silenzio forse è dovuto al fatto che con questa terminologia c’è il rischio di intendere il matrimonio come una valvola di sicurezza rispetto a possibili disordini.

2. Lo spunto per parlare di remedium concupiscentiae era offerto certamente anche da 1 Cor 7,1-2, dove San Paolo dice: “è cosa buona per l’uomo non toccare donna; tuttavia, per il pericolo dell’incontinenza, ciascuno abbia la propria moglie e ogni donna il proprio marito” e anche da 1 Cor 7,9: “Ma se non sanno vivere in continenza, si sposino; è meglio sposarsi che ardere”. Il matrimonio dovrebbe mettere fine a ogni fornicazione, a ogni rapporto carnale fuori del matrimonio.

3. Tuttavia questo non è il motivo per cui Dio istituì il matrimonio e che San Paolo non riduce a questo la realtà meravigliosa del matrimonio, di cui parla con accenti sublimi in altri passi e in particolare in Ef 5,30 dove lo definisce Mistero o sacramento: “Questo mistero è grande; lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa!”.

4. Ma bisogna ricordare che il peccato originale ha rotto l’armonia primordiale tra l’uomo e la donna. Essi continuano, sì, a essere chiamati alla mutua donazione, ma questa donazione è insidiata da una ferita all’autodominio e diventa oggetto di attrazione dei sensi. La concupiscenza comporta un certo scollamento tra le pulsioni sessuali e il rispetto della persona.
Ecco allora il significato del remedium concupiscentiae: il matrimonio aiuta a superare la pura concupiscenza. L’impulso sessuale viene messo a servizio della donazione reciproca e della trasmissione della vita.
Per questo il Catechismo della Chiesa cattolica, senza parlare di remedium concupiscentiae, ne ribadisce la consistenza: “Dopo la caduta, il matrimonio aiuta a vincere il ripiegamento su di sé, l’egoismo, la ricerca del proprio piacere, e ad aprirsi all’altro, all’aiuto vicendevole, al dono di sé” (CCC 1609).

5. Allora il remedium concupiscentiae è un fine del tutto secondario e storicamente sopraggiunto in seguito al peccato originale.
Soprattutto non va mai realizzato fine a se stesso. Se così fosse, sarebbe avvilente per i coniugi e per il “mistero” che nasconde.

Ti ringrazio del quesito, ti prometto una preghiera e ti benedico.
Padre Angelo