Vivo con un mio collega ateo da molti etichettato come comunista e mi son chiesto perché il comunismo non va d’accordo con la Religione

////Vivo con un mio collega ateo da molti etichettato come comunista e mi son chiesto perché il comunismo non va d’accordo con la Religione

Vivo con un mio collega ateo da molti etichettato come comunista e mi son chiesto perché il comunismo non va d’accordo con la Religione

Caro Padre Angelo,
sono uno studente di 21 anni cattolico che studia informatica.
Vivo con un mio collega ateo da molti etichettato come comunista (non so quanto ciò rifletta la realtà) per il quale nutro una certa stima come collega.
Io sono apolitico e non ho mai inteso cosa sia veramente il comunismo, sono abbastanza ignorante in materia, ma sono rimasto molto sorpreso tanto tempo fa quando ho scoperto che la Chiesa e il comunismo non vanno d’accordo.
Ciò che mi ha fatto accendere una certa curiosità sull’argomento è stato il fatto che io e questo ragazzo siamo molto in sintonia su certi argomenti, nelle nostre conversazioni ci piace immaginare un’evoluzione del mondo basata sulla condivisione delle risorse per mezzo della tecnologia.
Oggi giorno condividiamo numerose informazioni attraverso internet, ma nella mente di molti ricercatori e scienziati già si prospetta un mondo in cui anche le risorse materiali siano in condivisione a beneficio di tutti.
Questo concetto in un primo momento sembrerebbe condivisibile sia da un cristiano che da un comunista.
Dunque cosa ci può essere di sbagliato nella condivisione delle risorse materiali?
Noi cristiani ci lamentiamo continuamente della divisione tra ricchi e poveri. Siamo noi propensi alla carità e alla condivisione. Fin qui sembra quadrare.
Mi corregga se sbaglio ma facendo delle ricerche mi è parso di capire che il principale problema del comunismo (tralasciando il fatto che vieta la religione) è il riuscire a mettere in atto tale politica senza ricorrere alla violenza, infatti si fa inevitabilmente violenza verso il ricco se lo si costringe a condividere le proprie risorse con i poveri, piegando la sua volontà a favore della collettività.
Le pongo una serie di domande.
Il ricco non è di per se intrinsecamente violento verso il povero nel trattenere per se un’abbondanza di risorse?
Secondo la chiesa la proprietà del ricco vale più della sofferenza del povero?
La volontà dell’individuo è più importante della volontà collettiva?
La ricchezza rientra nella dignità umana?
Allora perché la ricchezza è tanto criticata? Perché è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago che un ricco entri nel regno dei cieli? Pare chiara una critica contro la ricchezza.
La ricchezza è un male di per se o dipende dall’uso che se ne fa? Non è forse più facile fare il male che il bene?
Perché si difendono le classi sociali, quando gli uomini sono tutti uguali di fronte a Dio?
Un sentimento di condivisione deve nascere spontaneamente dell’individuo? Il comunismo è un attacco alla libertà dell’individuo in quanto imposizione?
La libertà di lasciare spazio alla realizzazione personale e all’arricchimento non da adito alla superbia e ad altri peccati producendo comunque male?


Carissimo,
1. quando si parla di comunismo è necessario evitare degli equivoci.
Quello che tu chiami comunismo non corrisponde al comunismo come ideologia e col partito che è comparso nel secolo scorso.
Il tuo è un comunismo utopico, il comunismo di un sognatore.
È un comunismo che per alcuni versi potrebbe somigliare alla comunione dei beni attuata dai primi cristiani.
Il tuo comunismo è animato dall’amore.

2. Mentre il comunismo come ideologia, detto anche comunismo scientifico, è altra cosa.
Il comunismo comparso nella storia era quello che Pio XI aveva davanti a propri occhi quando nel 1930 scriveva l’enciclica Quadragesimo anno.
Questo Papa affermò che il comunismo “insegna e persegue due cose, né già per vie occulte o per rigiri, ma alla luce aperta e con tutti i mezzi, anche più violenti: una lotta di classe la più accanita e l’abolizione assoluta della proprietà privata.
E nel perseguire i due intenti non v’ha cosa che esso non ardisca, niente che rispetti; e dove si è impadronito del potere, si dimostra tanto crudele e selvaggio, che sembra cosa incredibile e mostruosa.
Di ciò sono prova le stragi spaventose e le rovine che esso ha accumulati sopra vastissime regioni dell’Europa orientale e dell’Asia.
Quanto poi sia nemico dichiarato della Santa Chiesa e di Dio stesso, è cosa purtroppo dimostrata dall’esperienza e a tutti notissima.
Noi crediamo perciò premunire i figli buoni e fedeli della Chiesa contro la natura empia e ingiusta del comunismo” (QA 111).

3. L’esperienza ha dimostrato che l’abolizione della propria privata col pretesto di rendere tutti uguali non è a vantaggio di nessuno.
In particolare non è a vantaggio dei più poveri che rimangono privi di ogni risorsa, soprattutto quando lo stato viene ad identificarsi con il partito.
La proprietà privata, estesa a tutti, è un valido baluardo dei propri diritti.
Giovanni XXIII nell’enciclica Mater et magistra aveva sottolineato che là dove è bandita la proprietà privata vengono repressi tutti gli altri diritti: “storia ed esperienza attestano che nei regimi politici che non riconoscono il diritto di proprietà privata sui beni anche produttivi, sono compresse o soffocate le fondamentali espressioni della libertà; perciò è legittimo dedurre che esse trovino in quel diritto garanzia e incentivo” (MM 114).
E a scanso di equivoci proseguiva: “In materia pertanto facciamo nostri i rilievi di Pio XII: difendendo il principio della proprietà privata la Chiesa persegue un alto fine etico sociale.
Essa non intende già sostenere puramente e semplicemente il presente stato di cose, come se vi vedesse l’espressione della volontà divina, né di proteggere per principio il ricco o il plutocrate, contro il povero e il non abbiente…
La Chiesa mira piuttosto a far sì che l’istituto della proprietà privata sia quale deve essere secondo il disegno della sapienza divina e le disposizioni della natura.
E cioè che sia garanzia dell’essenziale libertà della persona e al tempo stesso un elemento non sostituibile dell’ordine della società” (MM 116).

4. Giovanni Paolo II nel centenario della prima grande enciclica sociale (la Rerum novarum di Leone XIII, 15.5.1891) ha pubblicato l’enciclica Centesimus annus.
Parlando delle cose nuove (res novae) di oggi, dice che la prima è costituita dal fallimento del socialismo reale.
E dice subito che questo fallimento è dovuto alla negazione della proprietà privata e che “Papa Leone previde le conseguenze negative sotto tutti gli aspetti, politico, sociale ed economico, di un ordinamento della società quale proponeva il socialismo, che allora era allo stadio di filosofia sociale e di movimento più o meno strutturato.
Qualcuno potrebbe meravigliarsi del fatto che il papa cominciava dal socialismo la critica delle soluzioni che si davano alla questione operaia…
Tuttavia egli valutò esattamente il pericolo che rappresentava per le masse l’attraente presentazione di una soluzione tanto semplice quanto radicale della questione operaia di allora…
Il rimedio si sarebbe così rivelato peggiore del male” (CA 12).

5. Giovanni Paolo II poi afferma che l’errore fondamentale del socialismo e del comunismo è di carattere antropologico perché “considera il singolo uomo come un semplice elemento e una molecola dell’organismo sociale, di modo che il bene dell’individuo viene del tutto subordinato al funzionamento del meccanismo economico-sociale” (CA 13).
“Se ci si domanda poi donde nasca quell’errata concezione della natura della persona e della soggettività della società, bisogna rispondere che la prima causa è l’ateismo.
È nella sua risposta all’appello di Dio, che l’uomo diventa consapevole della sua trascendente dignità…
La negazione di Dio priva la persona del suo fondamento, e di conseguenza induce a riorganizzare l’ordine sociale prescindendo dalla dignità e responsabilità della persona” (CA 13).

6. Se l’uomo viene dal nulla o dalla materia ed è ordinato al nulla o alla materia, vale nulla.
Se invece è creato da Dio ed è destinato ad una comunione di vita eterna con Dio, allora diventa un assoluto.
Tutto deve girare attorno a questo fine ed essergli subordinato.

7. Giovanni Paolo II dice che un secondo errore del socialismo e del comunismo, già condannato nella Rerum novarum e che deriva “dalla medesima radice ateistica”, consiste nella lotta di classe.
La lotta di classe in se stessa potrebbe essere una cosa positiva quando è lotta contro il male, contro un’ingiustizia.
Già la Quadragesimo anno affermava che “la lotta di classe, quando si astenga dagli atti di violenza e dall’odio vicendevole, si trasforma a poco a poco in una onesta discussione, fondata nella ricerca della giustizia”.
La lotta di classe in senso marxista mira invece alla “distruzione del potere di resistenza della parte avversa, distruzione attuata con ogni mezzo, non esclusi l’uso della menzogna, il terrore contro i civili, le armi di sterminio (che proprio in quegli anni cominciavano a essere progettate)” (CA 14).
Giovanni Paolo II ne aveva esperienza diretta.
All’interno della società vi sono bisogni diversi ed occorrono ruoli diversi.
Non si tratta di sentirsi gli uni superiori agli altri, ma di riconoscere la complementarietà dei ruoli.

8. Giovanni Paolo II ricorda anche che “il fattore decisivo che ha avviato” il crollo del sistema comunista “è certamente la violazione dei diritti del lavoro.
Non si può dimenticare che la crisi fondamentale dei sistemi, che pretendono di esprimere il governo e anzi la dittatura degli operai, inizia con i grandi moti avvenuti in Polonia in nome della solidarietà.
Sono le folle dei lavoratori a delegittimare l’ideologia, che presume di parlare in loro nome, e a ritrovare e quasi riscoprire, partendo dall’esperienza vissuta e difficile del lavoro e dell’oppressione, espressioni e principi della dottrina sociale della chiesa” (CA 23).

9. Nel suo rapporto con la religione il comunismo non soltanto l’ha vietata, ma l’ha repressa e perseguitata.
Pio XI in un’enciclica intitolata Divini Redemptoris (che ha come sottotitolo: contro il comunismo ateo) dice che “il comunismo ha innescato una violenta persecuzione contro la Chiesa: “Dove il comunismo ha potuto affermarsi e dominare – e qui Noi pensiamo con singolare affetto paterno ai popoli della Russia e del Messico. – ivi si è sforzato con ogni mezzo di distruggere (e lo proclama apertamente) fin dalle sue basi la civiltà e la religione cristiana spegnendone nel cuore degli uomini, specie della gioventù, ogni ricordo.
Vescovi e sacerdoti sono stati banditi, condannati ai lavori forzati, fucilati e messi a morte in maniera inumana; semplici laici, per aver difeso la religione, sono stati sospettati, vessati, perseguitati e trascinati nelle prigioni e davanti ai tribunali” (DR 19).
“Anche là dove, come nella Nostra carissima Spagna, il flagello comunista non ha avuto ancora il tempo di far sentire tutti gli effetti delle sue teorie, vi si è, in compenso, scatenato purtroppo con una violenza più furibonda.
Non si è abbattuta l’una o l’altra chiesa, questo o quel chiostro, ma quando fu possibile si distrusse ogni chiesa e ogni chiostro e qualsiasi traccia di religione cristiana, anche se legata ai più insigni monumenti d’arte e di scienza.
Il furore comunista non si è limitato ad uccidere Vescovi e migliaia di sacerdoti, di religiosi e religiose, cercando in modo particolare quelli e quelle che proprio si occupavano con maggior impegno degli operai e dei poveri; ma fece un numero molto maggiore di vittime tra i laici di ogni ceto, che fino al presente vengono, si può dire ogni giorno, trucidati a schiere per il fatto di essere buoni cristiani o almeno contrari all’ateismo comunista.
E una tale spaventevole distruzione viene eseguita con un odio, una barbarie e una efferatezza che non si sarebbe creduta possibile nel nostro secolo” (DR 20).

10. E proseguiva: “Per la prima volta nella storia stiamo assistendo ad una lotta freddamente voluta e accuratamente preparata dall’uomo contro tutto ciò che è divino.
Il comunismo è per sua natura antireligioso, e considera la religione come l’oppio del popolo perché i principii religiosi che parlano della vita d’oltre tomba distolgono il proletario dal mirare al conseguimento del paradiso sovietico, che è di questa terra” (DR 22).

11. Venendo adesso alle tue precise domande, mi chiedi se il ricco non sia di per se intrinsecamente violento verso il povero nel trattenere per se un’abbondanza di risorse.
No, perché le ricchezze sono un bene e con esse si può fare un bene immenso. Tutto dipende dal loro uso.
Chiedi se secondo la chiesa valga di più la proprietà del ricco vale o la sofferenza del povero?
La domanda è mal posta perché la sofferenza è sempre un male e la proprietà privata di per sé dovrebbe essere ordinata infine ad una migliore distribuzione dei beni.
Anche la terza domanda è mal posta perché la volontà dell’individuo non va intesa in senso paleoliberale come diritto di fruire, di usare e di abusare come piace.
E la volontà collettiva potrebbe poggiare su fondamenta sbagliate, come ad esempio la pretesa superiorità di un popolo contro un altro.
Mi chiedi se la ricchezza rientri nella dignità umana.
È presupposto della dignità della persona non tanto l’essere ricchi (vi sono persone ricche di che sono prive di umanità e di dignità) quanto l’aver a disposizione tutta una serie di beni che permettano di attingere la propria perfezione nell’ordine temporale e in quello trascendente.
Chiedi perché la ricchezza sia tanto criticata.
Non è la ricchezza in quanto tale che va criticata, ma il suo cattivo uso. In questo senso rimangono vere le parole di Gesù sulla difficoltà per i ricchi di poter entrare nel regno dei cieli.
È vero poi tutti gli uomini sono uguali di fronte a Dio, ma è compito della società tutelare in particolare i più deboli.
Per questo Leone XIII nella Rerum novarum osservava che “il ceto dei ricchi, forte per se stesso, abbisogna meno della pubblica difesa; le misere plebi, che mancano di sostegno proprio, hanno specialmente necessità di trovarlo nel patrocinio dello stato.
E però agli operai, che sono nel numero dei deboli e bisognosi, deve lo stato a preferenza rivolgere le cure e la provvidenza sua” (RN 29).
Tanto per fare un esempio attuale: la classe dei bambini dentro il grembo della loro madre sono uguali per dignità a tutti gli uomini?
Sì, ma perché è concesso di ucciderli a patrocinio gratuito da parte dello stato.
Lo stato viene meno ai suoi principali doveri quando tutela le pretese dei forti contro i diritti dei deboli.
In sentimento di condivisione deve essere favorito.
In questo senso la Chiesa insegna che la proprietà privata dev’essere ordinata ad una migliore ed equa distribuzione dei beni.
Che, se questo non avvenisse, sarebbe ingiustamente posseduta.

Spero di aver portato un po’ di chiarezza.
Ti auguro ogni bene, ti ricordo al Signore e ti benedico.
Padre Angelo