Quesito

Caro Padre Angelo,
quando ero piccolo, ora ho 75 anni, nell’insegnamento del catechismo era citato come materia grave il non assistere alla messa domenicale (ricordo che l’obbligo era valido entro certi limiti di età, ma non é di questo che voglio parlare).
Da molto tempo mi si presenta difficile capire, sopratutto con il cambiamento di linguaggio e di reazione a certe parole,  quando si potrebbe parlare di materia grave. Oggi ho l’impressione che parlare di peccato sia inteso come parlare di colpa, ma non é socialmente accettato il senso di colpa o, detto altrimenti, il sentimento di sentirsi colpevoli, e quindi … non si parla più di peccato.
Ho chiesto a sacerdoti e diaconi se fosse colpa grave (alias peccato mortale) non partecipare alla messa domenicale. La stragrande maggioranza dice che non é più grave.
Un sacerdote mi ha detto: é colpa grave, é peccato mortale, ma avrei difficoltà a parlarne coi miei fedeli.
Da un’altro mi sono stati citati i martiri di Abitine.
Lei Padre cosa mi dice in proposito? La materia grave esiste nel non partecipare a quell’incontro in cui, colui che ci attende con amore, resta solo e in attesa? In un certo linguaggio si potrebbe dire che gli si é fatto il bidone.
Che giustificazione si può dare al considerare che il cambiamento di comportamento morale sia giustificato dal cambiamento del tempi?
La ringrazio per il suo ascolto.
Camillo


Risposta del sacerdote

Caro Camillo,
1. fatico a credere che molti sacerdoti e diaconi, come tu attesti, dicano che non partecipare alla S. Messa nelle domeniche e nei giorni di festa non sia un peccato grave.
Mi domando: ma che cosa hanno studiato?
Che cosa insegnano alla gente?

2. Il sacerdote è ministro di Dio e deve insegnare alla gente ciò che ha detto Dio e quanto insegna la Chiesa.
Il Catechismo della Chiesa Cattolica, ribadendo la dottrina di sempre, afferma che “i fedeli sono tenuti a partecipare all’Eucaristia nei giorni di precetto, a meno che siano giustificati da un serio motivo (per esempio, la malattia, la cura dei lattanti o ne siano dispensati dal loro parroco)” (CCC 2181) e che “coloro che deliberatamente non ottemperano a questo obbligo commettono un peccato grave (Ib.).

3. Ho parlato della dottrina di sempre.
Infatti la prassi di santificare la domenica con la partecipaziome all’Eucaristia è di tradizione Apostolica.
S. Paolo fa pensare che i fedeli fossero soliti radunarsi di domenica quando scrive “ogni primo giorno della settimana ciascuno metta da parte ciò che gli è riuscito di risparmiare” (1 Cor 16,2).
San Giustino, nella sua prima Apologia indirizzata all’imperatore Antonino e al Senato, poteva descrivere con fierezza la prassi cristiana dell’assemblea domenicale, che riuniva insieme nello stesso luogo i cristiani delle città e quelli delle campagne.
Nella Didascalia degli Apostoli (è un trattato del III secolo) si legge: “Lasciate tutto nel giorno del Signoree correte con diligenza alla vostra assemblea, perché è la vostra lode verso Dio. Altrimenti, quale scusa avranno presso Dio quelli che non si riuniscono nel giorno del Signore per ascoltare la parola di vita e nutrirsi dell’alimento divino che rimane eterno?” (II, 59, 2-3).
Quando, durante la persecuzione di Diocleziano, le assemblee furono interdette con la più grande severità, furono molti i coraggiosi che sfidarono l’editto imperiale e accettarono la morte pur di non mancare alla Eucaristia domenicale. È il caso di quei martiri di Abitine, in Africa proconsolare, che risposero ai loro accusatori: “È senza alcun timore che abbiamo celebrato la cena del Signore, perché non la si può tralasciare; è la nostra legge”; “Noi non possiamo stare senza la cena del Signore”. E una delle martiri confessò: “Sì, sono andata all’assemblea e ho celebrato la cena del Signore con i miei fratelli, perché sono cristiana” (Acta SS. Saturnini, Dativi et aliorum Plurimorum martyrum in Africa, 7, 9, 10).
Il Concilio Vaticano II lega il precetto domenicale alla Tradizione apostolica: “Secondo la Tradizione apostolica, che trae origine dal giorno stesso della risurrezione di Cristo, la Chiesa celebra il mistero pasquale ogni otto giorni… In questo giorno infatti i fedeli devono riunirsi in assemblea per ascoltare la parola di Dio e partecipare all’Eucaristia” (SC 106).

4. Già nell’Antico Testamento la violazione del sabato era considerata un peccato grave  da meritare addirittura la pena di morte.
Il Vangelo di Giovanni lo ricorda quando i giudei decidono di mettere a morte Gesù: “Proprio per questo i Giudei cercavano ancor più di ucciderlo: perché non soltanto violava il sabato, ma chiamava Dio suo Padre, facendosi uguale a Dio” (Gv 5,18).
I primi cristiani, trasferendo dal sabato alla domenica il giorno di culto, avevano viva coscienza della grandezza di questa obbligazione morale.

5. In questa linea si esprime il Concilio di Elvira del 300: “Chi abita in città e non viene alla Chiesa per tre domeniche, deve essere escluso per un certo tempo, in modo che appaia che è stato ripreso” (can. 21). Così pure Concilio di Sardica e il Concilio di Agde del 506.
Giovanni Paolo II nella lettera sulla Domenica Dies Domini dice: “Questi decreti di Concili particolari sono sfociati in una consuetudine universale di carattere obbligante, come cosa del tutto ovvia…
Una tale legge è stata normalmente intesa come implicante un obbligo grave: è quanto insegna anche il Catechismo della Chiesa Cattolica (CCC 2181), e ben se ne comprende il motivo, se si considera la rilevanza che la domenica ha per la vita cristiana” (DD 47).

6. Mi chiedi se vi sia materia grave perché “nel non partecipare a quell’incontro in cui, colui che ci attende con amore, resta solo e in attesa, in un certo linguaggio si potrebbe dire che gli si é fatto il bidone”.
No, no, caro Camillo. Non è per questo.
San Tommaso dice: “Il precetto della santificazione del sabato letteralmente è insieme morale (diritto naturale) e cerimoniale (diritto positivo). È un precetto morale nel senso che l’uomo deve destinare un dato tempo della sua vita alle cose divine. Infatti l’inclinazione naturale porta l’uomo a destinare a ogni cosa necessaria un dato tempo: così egli fa per il vitto, per il sonno e per altre cose simili. Perciò l’uomo secondo il dettame della ragione naturale deve destinare del tempo anche al ristoro spirituale, saziando di Dio la propria anima. Ecco quindi che la destinazione di un dato tempo per attendere alle cose divine costituisce un precetto morale.
Ma la determinazione di un giorno particolare, quale ricordo della creazione del mondo, fa di questo comandamento un precetto cerimoniale (diritto positivo)” (Somma Teologica, II-II, 122, 4, ad 1).
Nel non santificare la festa non facciamo alcun male a Dio, ma priviamo noi stessi della sua presenza, della potenza del sacrificio di Gesù, della S. Comunione, del nutrimento della sua parola e della comunione ecclesiale.
È come se dicessimo: le mie pigrizie o i miei divertimenti sono ben di più di tutto quello che mi viene dato a Messa.
Ma insieme con questo si attua un disorientamento di fondo nella propria vita: Dio non è più al primo posto, ma ai margini. La vita non ruota più attorno a Lui, principio e fine della nostra esistenza e di ogni nostra azione.
Così la persona si priva della luce e della grazia di Cristo e si trova in stato di peccato mortale.

7. Infine domandi: “Che giustificazione si può dare al considerare che il cambiamento di comportamento morale sia giustificato dal cambiamento del tempi è un male molto grave”.
Tu dai già per scontato che quanto hai sentito da alcuni sacerdoti e diaconi sia vero.
Invece è vero il contrario, come insegna la Chiesa.
Ciò significa in pratica che chi deliberatamente non partecipa alla Messa la domenica e nei giorni di precetto non può fare la S. Comunione senza essersi prima confessato.
La legge di Dio è regolata dalla sua Sapienza infinita e mira esclusivamente a custodire l’uomo dal male e a farlo crescere nel bene.
Non è condizionata ai cambiamenti dei tempi e cioè dagli umori degli uomini. Piuttosto gli uomini trovano la loro salvezza conformandosi alla legge di Dio, nella quale è inserito anche il terzo comandamento.

Ti saluto, ti ricordo al Signore e ti benedico.
Padre Angelo