Quesito

Caro Padre,
le scrivo per esprimerle in questa sede il mio personale punto di vista, che come tale non pretendo venga elevato a verità assoluta.
Mi è capitato di ascoltare una trasmissione religiosa che trattava il tema dei divorziati e del ( difficile ) rapporto di essi con la chiesa.
Il sacerdote che la conduceva sottolineava come la chiesa non può dare i sacramenti a queste persone, in quanto ci sono delle leggi da rispettare, e che tali persone, qualora si sentano in qualche modo “discriminate” per questo motivo, non devono dare la colpa alla chiesa, bensì unicamente a loro stesse, in quanto sono loro stessi la causa del loro fallito matrimonio.
Ho trovato queste parole, glielo dico apertamente, un pò dure…
Io capisco che esistano delle regole nel mondo cattolico, e che queste regole vadano rispettate…
però mi permetto qui di fare una precisazione :
Gesù è venuto tra di noi non per negare la vecchia legge testamentaria, come disse lui stesso, ma per arricchirla.
Il Cristo ci ha portato un insegnamento nuovo: ha detto che il più grande comandamento è quello dell’amore e ci ha insegnato così la via dell’amore e del perdono, piuttosto che la via della condanna e del risentimento… del resto, condannare è facile, perdonare un pò di meno !
Odiare i propri nemici è facile, lo fanno tutti, chi riesce invece a perdonarli?
Se Gesù avesse “applicato la legge” con la Maddalena, allora probabilmente l’avrebbe lapidata, come si usava fare a quel tempo con le adultere.
Egli invece ha preferito guardare alla persona, e non al suo peccato, e ha quindi preferito perdonare la sua anima piuttosto che condannarla.
Del resto, nella nostra società, per condannare esiste già lo stato.
È compito dello stato, infatti, giudicare i ladri, gli assassini e i criminali per poi condannarli.
La via dell’amore e del perdono è l’insegnamento particolare del Cristo, che indubbiamente non risponde alle leggi dell’ uomo e di questa terra !
allora, io mi domando: è proprio inevitabile che la chiesa condanni chi è divorziato ?
Siamo tutti d’accordo nel ritenere che quella persona abbia “sbagliato”, ma non è questo il punto.
Noi dobbiamo riconoscere che sbagliare è umano; e capire che se noi non tendiamo una mano a chi sbaglia per aiutarlo a rialzarsi, allora ci comportiamo nè più nè meno come lo stato laico !
La chiesa, a mio parere, dovrebbe cercare di comprendere l’enorme carico di sofferenza umana che ci può essere dietro ad un matrimonio fallito, e quindi dovrebbe ascoltare queste persone, anziché puntare loro il dito e condannarle !
Per questo ci sono già i giudici e i tribunali !
Non vado avanti oltre: credo che quello che volevo dire, lo abbia detto.
Non voglio, sia ben inteso, con questa lettera fare una critica né tanto meno un’accusa alla chiesa, solamente mi piacerebbe che lei mi chiarisse questo punto.
cordiali saluti.
Marco.


Risposta del sacerdote

Caro Marco,
1. La chiesa non condanna le persone divorziate. Sa benissimo che anche queste le sono consegnate da Gesù Cristo perché le porti alla salvezza.

2. La Chiesa, sollecita della loro cura pastorale, li esorta a partecipare al sacrificio della Messa, alle catechesi, alle varie forme di attività caritativa, all’educazione cristiana dei figli, alla pregare, alla penitenza, ecc…
Te lo ripeto: la chiesa non condanna i divorziati.
Questo lo pensa tanta gente, ma non è vero.
Non vi sarebbe una cura pastorale riservata per loro se li condannasse.
La Chiesa condanna il divorzio. Ma sa che le persone divorziate sono da amare e da salvare. E per questo va alla loro ricerca.

3. Quello di dar loro i sacramenti è un altro paio di maniche. Non perché ci siano semplicemente delle leggi da rispettare, ma per la verità stessa delle cose.
Non possiamo dimenticare che Gesù ha detto: “Sicché non sono più due, ma una sola carne. L’uomo dunque non separi ciò che Dio ha congiunto” (Mc 10,8-9).
E anche: “Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio contro di lei; se la donna ripudia il marito e ne sposa un altro, commette adulterio” (Mc 10,11-12).

4. La Santa Comunione è il cibo spirituale che il Signore ci dà per essere fedeli ai nostri doveri.
Tra i vari doveri c’è anche quello di essere fedeli a quanto si è pattuito davanti al Signore nel giorno delle proprie nozze: “Prometto di esserti fedele nella buona e nella cattiva salute, e di amarti e di rispettarti per tutta la vita”.

5. Ora capisci bene che la Santa Comunione ai divorziati risposati non sarebbe il nutrimento destinato ad essere fedele a colui o a colei cui si è promesso davanti a Dio di amarlo e di servirlo per tutta la vita, ma sarebbe il nutrimento di uno che ha scelto di vivere in uno stato di adulterio permanente.
Che cosa ne dici?
Non è contrasto con quanto ha detto il Signore e con la verità stessa delle cose?

6. Capisco che nella vita si può sbagliare. E chi non sbaglia?
Ed è proprio per questo che la Chiesa continua a essere sollecita della salvezza eterna anche dei divorziati risposati e li invita a fare quanto ti ho ricordato sopra.
Ma non può vanificare i patti fatti davanti al Signore e andare contro il significato intrinseco di quel particolare nutrimento spirituale qual è la Santa Comunione.
La Chiesa non è arbitra dei sacramenti, ma ne è ministra e ad ogni ministro si chiede di essere fedele al suo compito.

7. È vero che il Signore ha perdonato alla peccatrice, ma le ha anche detto: “Va e d’ora innanzi non peccare più”.
Nel caso dei divorziati risposati non è il non peccare più, ma il permanere in uno stato di oggettivo contrasto con quanto si è pattuito davanti a Dio.

Ti saluto, ti ricordo al Signore e ti benedico.
padre Angelo