Sebbene un pò agnostico, mi piace andare a Messa; ma il problema che mi angustia è quello del male, soprattutto la sofferenza dei bambini

////Sebbene un pò agnostico, mi piace andare a Messa; ma il problema che mi angustia è quello del male, soprattutto la sofferenza dei bambini

Sebbene un pò agnostico, mi piace andare a Messa; ma il problema che mi angustia è quello del male, soprattutto la sofferenza dei bambini

Quesito

Caro Padre,
a me piace andare a messa la domenica per sentire una buona parola, vedere alcuni amici e perché la domenica senza messa non è completa.
Ma in fondo sono un agnostico.
Da una parte guardo il mondo con le sue grandi meraviglie che la scienza ci aiuta a scoprire e questo mi induce a credere in Dio.
Dall’altra vedo il male e la sofferenza e mi chiedo perché un Dio buono permette tutto questo. E mi chiedo se questo sia l’unico modo che Dio avesse per creare il mondo.
Ho visto in TV un filmato di un minuto nel quale Papa Francesco dice: perché anche i bambini piccoli possano soffrire, proprio io non lo so spiegare.
Neanche io. Mi dica una parola che faccia chiarezza.
Cari saluti.
Giovanni


Risposta del sacerdote

Caro Giovanni,
1. sebbene i motivi che hai portato per andare a Messa non sia sufficienti per un cristiano (ma tu di definisci abbastanza agnostico) tuttavia sono meritevoli di considerazione.
In fondo tu vai a Messa per due motivi.
Innanzitutto perché si tratta di una variante rispetto alla vita di tutti i giorni: c’è l’esperienza del sacro, che indubbiamente è diversa da tutte le altre esperienze.
Non solo, ma è anche la più elevante e la più tipica dell’uomo. Gli animali non la fanno.
Ed è anche la più ricca di valori soprattutto se si pensa al fatto che – come avviene nella Messa – ci si mette in comunione col Creatore, fa riflettere sulla transitorietà della vita presente, stimola a pensare al proprio futuro trascendente, mette in contatto con i propri morti, permette di incontrare amici e di vedere tante altre persone in un clima di pace, di preghiera, di raccoglimento.
In una parola, fa vivere un’esperienza diversa, di cui il cuore ne sente il bisogno.

2. E poi c’è l’esperienza di comunione. A Messa, la domenica, non si è in Chiesa da soli. Si sta insieme con gli altri. E questi altri non sono degli altri qualunque, ma sono persone composte, persone che coltivano nello spirito e già per questo con un qualcosa di più elevato. Sono persone disciplinate, con le quali si scambia addirittura un segno di pace.
Di per sé a Messa non vi è nulla di fastidioso, nulla di fuori posto, nulla di disdicevole.
Per questo se ne esce ristorati spiritualmente.
Mi auguro che continuando ad andare a Messa tu possa anche immergerti “nei sacri misteri”, nelle realtà nascoste sotto i segni.
Le realtà nascoste sono l’incontro con Cristo risorto, il memoriale (riattualizzazione) della sua vita donata sulla croce, l’offerta di te stesso a Dio in unione con il sacrificio di Gesù, la comunione di grazia con i vivi e i defunti.

3. Ma adesso vengo alla domanda cruciale per te e non soltanto per te: perché il male nel mondo, perché la sofferenza.
Soprattutto perché la sofferenza dei bambini, dal momento che almeno loro sono innocenti.

4. Intanto va subito detto che Dio non ha creato il mondo così com’è, come noi lo vediamo.
Quando Dio l’ha creato, il male non c’era. Né c’era la sofferenza, tanto meno quella dei bambini.
Era tutto perfetto, tutto splendente.
La Sacra Scrittura parlando della creazione dell’uomo dice: “Quando vedo i tuoi cieli, opera delle tue dita, la luna e le stelle che tu hai fissato, che cosa è mai l’uomo perché di lui ti ricordi, il figlio dell’uomo, perché te ne curi?
Davvero l’hai fatto poco meno di un dio, di gloria e di onore lo hai coronato.
Gli hai dato potere sulle opere delle tue mani, tutto hai posto sotto i suoi piedi: tutte le greggi e gli armenti e anche le bestie della campagna, gli uccelli del cielo e i pesci del mare, ogni essere che percorre le vie dei mari” (Sal 8,4-9).

5. E ancora: “Così dice il Signore Dio: Tu eri un modello di perfezione, pieno di sapienza, perfetto in bellezza; in Eden, giardino di Dio, tu eri coperto d’ogni pietra preziosa: rubini, topazi, diamanti, (…).
Eri come un cherubino protettore, ad ali spiegate; io ti posi sul monte santo di Dio e camminavi in mezzo a pietre di fuoco. Perfetto tu eri nella tua condotta, da quando sei stato creato, finché fu trovata in te l’iniquità” (Ez 28,12-15).

6. Pertanto l’origine del male non sta in Dio, il quale ha fatto bene tutte le cose, ma nell’uomo.
Diventato ribelle a Dio, che è la sorgente del suo essere e del suo benessere, si è trovato sconvolto.
Dunque la presenza del male è attribuibile all’uomo.

7. Resta il problema del dolore innocente.
Non mi riferisco ai banali raffreddori che anche i bambini possono prendere come tutti gli esuli figli di Eva, ma ai mali più gravi.
Perché i bambini?
Questa sofferenza rende manifesta una realtà nascosta: il peccato.
Il peccato di chi?
Dei bambini? Sarebbe follia asserirlo.
Dei loro genitori? Sarebbe identica follia.
Il peccato di chi allora?
Giovanni Paolo II in Reconciliatio et Paenitentia dice che è necessario “riconoscere che in virtù di una solidarietà umana tanto misteriosa e impercettibile quanto reale e concreta, il peccato di ciascuno si ripercuote in qualche modo sugli altri. È, questa, l’altra faccia di quella solidarietà che, a livello religioso, si sviluppa nel profondo e magnifico mistero della comunione dei santi, grazie alla quale si è potuto dire che “ogni anima che si eleva, eleva anche il mondo”. A questa legge dell’ascesa corrisponde, purtroppo, la legge della discesa, sicché si può parlare di una comunione nel peccato per cui un’anima che si abbassa per il peccato abbassa con sé la Chiesa e, in qualche modo, il mondo intero. In altri termini, non c’è alcun peccato, anche il più intimo e segreto, il più strettamente individuale, che riguardi esclusivamente colui che lo commette.
Ogni peccato si ripercuote, con maggiore o minore veemenza, con maggiore o minore danno, su tutta la compagine ecclesiale e sull’intera famiglia umana” (RP 16).

8. Se le cose stanno così, allora anziché puntare il dito contro Dio ognuno dovrebbe puntare il dito contro se stesso e dire: guarda i miei peccati. Pensavo che si trattasse di trasgressioni senza conseguenze. E invece le conseguenze ci sono.
Certo nessuno singolarmente inteso può dire: io sono la causa diretta di quella sofferenza, fatta eccezione di quella volutamente inferta. Ma il mio peccato, aggiunto a quello degli altri, ha introdotto una ribellione nella natura stessa.
Questa è una prima risposta.

9. Sant’Agostino scrive nelle sue Confessioni: “Mi chiedevo da dove venisse il male, e non sapevo darmi risposta” (“Quaerebam unde malum et non erat exitus”, Confessioni, 7, 7, 11).

10. La risposta ci viene da Cristo, il quale non soltanto si è lasciato toccare dai malati, ma ha fatto sue le loro sofferenze. “Egli ha preso le nostre infermità e si è addossato le nostre malattie (Is 53,4).
Con questa sofferenza ha espiato il peccato del mondo.
Nello stesso tempo ha rivelato “un senso nuovo alla sofferenza: essa può ormai configurarci a lui e unirci alla sua passione redentrice” (Catechismo della Chiesa Cattolica, 1505).
Quest’affermazione è in linea con quanto San Paolo dice delle proprie sofferenze: “Do compimento a ciò che, dei patimenti di Cristo, manca nella mia carne, a favore del suo corpo che è la Chiesa” (Col 1,24).

11. In tal modo Giovanni Paolo II in Salvifici doloris ha potuto dire: “Il Redentore ha sofferto al posto dell’uomo e per l’uomo… Nella croce di Cristo non solo si è compiuta la redenzione mediante la sofferenza, ma anche la stessa sofferenza umana è stata redenta” (SD 19).
E continua: “Si potrebbe dire che la sofferenza vi sia presente anche per sprigionare nell’uomo l’amore, proprio quel dono disinteressato del proprio «io» in favore degli altri uomini, degli uomini sofferenti” (SD 29).

12. Nello stesso tempo “la sofferenza è presente nel mondo per sprigionare amore, per far nascere opere di amore verso il prossimo. (…).
In tal modo “Cristo allo stesso tempo ha insegnato all’uomo a far del bene con la sofferenza e a far del bene a chi soffre. In questo duplice aspetto egli ha svelato fino in fondo il senso della sofferenza” (SD 30).

13. Ma questo non è tutto. È solo un tentativo di comprendere una realtà che in gran parte ci è nascosta e che proprio per questo viene chiamata mistero.
Sappiamo che nel seno della vita presente se ne prepara un’altra, quella eterna.
La valutazione giusta è quella che tiene come punto di riferimento la vita eterna. E questo, sebbene sia certo, ci sfugge perché per ora non è quantificabile.

14. Ugualmente siamo certi della promessa di Gesù: “Beati quelli che piangono perché saranno consolati”.
Ma siamo molto ci sfugge sulla permissione divina della sofferenza.
Essa rimane in gran parte un mistero, una realtà nascosta.
Giovanni Paolo II in Salvifici doloris ha detto: “La sofferenza umana desta compassione, desta anche rispetto, ed a suo modo intimidisce. In essa, infatti, è contenuta la grandezza di uno specifico mistero” (SD 4).
Da una parte vorremmo soddisfatto un bisogno del cuore dell’uomo: avere risposte chiare, definitive.
Dall’altra ci viene detto che nella sofferenza c’è un valore salvifico a vantaggio di tutti.
Solo nel giorno del giudizio universale tutto sarà chiaro e ne vedremo il vantaggio procurato.
Per ora “l’uomo, nella sua sofferenza, rimane un mistero intangibile” (SD 4).
E “la sofferenza sembra appartenere alla trascendenza dell’uomo: essa è uno di quei punti, nei quali l’uomo viene in un certo senso «destinato» a superare se stesso” (SD 2).

Ti ringrazio per la pazienza nell’attendere questa risposta.
Ti auguro ogni bene, ti ricordo al Signore e ti benedico.
Padre Angelo