Se uno nega l’immoralità dell’aborto è eretico?

Se uno nega l’immoralità dell’aborto è eretico?

Quesito

Caro Padre Angelo,
Mi è stato dato d’incontrare qualche cattolico (grazie a Dio molto pochi) che, pur ritenendo l’aborto un trauma per la donna, difendeva la legittimità della legislazione abortista perché, sosteneva, la libertà della donna deve essere messa al primo posto.
Mi sono chiesto se una tale posizione sia eretica oppure denoti una ignoranza invincibile in materia di genetica ed embriologia.
Propenderei più per la seconda ipotesi poiché l’eresia è la negazione o il dubbio ostinato di una verità di fede o di morale.
Giovanni Paolo II, in quel capolavoro che è l’Evangelium vitae, afferma in modo “para – dogmatico” che la soppressione di una vita umana innocente, ancorché nell’utero della madre, è SEMPRE un omicidio ma in questi ultimi decenni la genetica e l’embriologia hanno dato una conferma poderosa a quella che è sempre stata la posizione del Magistero: infatti anche un ateo o un agnostico (come era il sen. Norberto Bobbio) può comprendere l’intrinseca iniquità dell’aborto non riferendosi a quanto insegnato, da sempre, dalla Chiesa.
Con viva cordialità.
Alessandro


Risposta del sacerdote

Caro Alessandro,

1. La legislazione abortista che prende il denaro pubblico per uccidere un innocente è profondamente iniqua.
È infatti contraria a uno dei doveri principali e più gravi dello Stato, chiamato a tutelare la vita di tutti i cittadini, soprattutto dei più indifesi.
Mi meraviglio che un cattolico possa mettere al primo posto la libertà della donna.
Mi domando e nello stesso tempo ti chiedo di rivolgere ai tuoi interlocutori la seguente domanda: da chi la donna ha ricevuto il potere di sopprimere una vita umana innocente?
Nessuno è padrone della vita di un altro. Neanche i genitori sono padroni della vita dei loro figli.
Per questo il Concilio Vaticano II afferma: “Dio, padrone della vita, ha affidato agli uomini l’altissima missione di proteggere la vita: missione che deve essere adempiuta in modo umano. Perciò la vita, una volta concepita, deve essere protetta con la massima cura, e l’aborto come l’infanticidio sono abominevoli delitti” (GS 51).

2. Mi chiedi se la posizione di chi sostiene il principio della libertà sia eretica.
Qui bisogna procedere con cautela perché l’eretico formale è ipso facto scomunicato, e cioè messo fuori dalla Chiesa.
Ebbene, è eretico chi nega un dogma di fede o di morale.
L’immoralità dell’aborto è dottrina certa e infallibile della Chiesa, ma non è stato sancito come dogma.
Tu parli di definizione “para-dogmatica”. In qualche modo è proprio così.
Infatti il Concilio Vaticano II, al n. 25 della Lumen Gentium, ricorda che “Quantunque i vescovi, presi a uno a uno, non godano della prerogativa dell’infallibilità, quando tuttavia, anche dispersi per il mondo, ma conservando il vincolo della comunione tra di loro e col successore di Pietro, si accordano per insegnare autenticamente che una dottrina concernente la fede e i costumi si impone in maniera assoluta, allora esprimono infallibilmente la dottrina di Cristo. La cosa è ancora più manifesta quando, radunati in Concilio ecumenico, sono per tutta la Chiesa dottori e giudici della fede e della morale; allora bisogna aderire alle loro definizioni con l’ossequio della fede”.
Giovanni Paolo II in Evangelium vitae afferma “fra tutti i delitti che l’uomo può compiere contro la vita, l’aborto procurato presenta caratteristiche che lo rendono particolarmente grave e deprecabile” (EV 58).
Dopo aver ricordato che “l’accettazione dell’aborto nella mentalità, nel costume e nella stessa legge è segno eloquente di una pericolosissima crisi del senso morale, che diventa sempre più incapace di distinguere tra il bene e il male, persino quando è in gioco il diritto fondamentale alla vita” dice che “occorre più che mai il coraggio di guardare in faccia alla verità e di chiamare le cose con il loro nome, senza cedere a compromessi di comodo o alla tentazione di autoinganno… Proprio nel caso dell’aborto si registra la diffusione di una terminologia ambigua, come quella di “interruzione della gravidanza”, che tende a nasconderne la vera natura e ad attenuarne la gravità nell’opinione pubblica. Forse questo fenomeno linguistico è esso stesso sintomo di un disagio delle coscienze. Ma nessuna parola vale a cambiare la realtà delle cose: l’aborto procurato è l’uccisione deliberata e diretta, comunque venga attuata, di un essere umano nella fase iniziale della sua esistenza, compresa tra il concepimento e la nascita.
La gravità morale dell’aborto procurato appare in tutta la sua verità se si riconosce che si tratta di un omicidio e, in particolare, se si considerano le circostanze specifiche che lo qualificano. Chi viene soppresso è un essere umano che si affaccia alla vita, ossia quanto di più innocente in assoluto si possa immaginare: mai potrebbe essere considerato un aggressore, meno che mai un ingiusto aggressore! È debole, inerme, al punto di essere privo anche di quella minima forma di difesa che è costituita dalla forza implorante dei gemiti e del pianto del neonato. È totalmente affidato alla protezione e alle cure di colei che lo porta in grembo. Eppure, talvolta, è proprio lei, la mamma, a deciderne e a chiederne la soppressione e persino a procurarla.
È vero che molte volte la scelta abortiva riveste per la madre carattere drammatico e doloroso, in quanto la decisione di disfarsi del frutto del concepimento non viene presa per ragioni puramente egoistiche e di comodo, ma perché si vorrebbero salvaguardare alcuni importanti beni, quali la propria salute o un livello dignitoso di vita per gli altri membri della famiglia. Talvolta si temono per il nascituro condizioni di esistenza tali da far pensare che per lui sarebbe meglio non nascere. Tuttavia, queste e altre simili ragioni, per quanto gravi e drammatiche, non possono mai giustificare la soppressione deliberata di un essere umano innocente” (EV 58).
Il testo con cui Giovanni Paolo II ribadisce in maniera molto autorevole l’immoralità dell’aborto è il seguente:
“Pertanto, con l’autorità che Cristo ha conferito a Pietro e ai suoi Successori, in comunione con i Vescovi – che a varie riprese hanno condannato l’aborto e che nella consultazione precedentemente citata, pur dispersi per il mondo, hanno unanimemente consentito circa questa dottrina – dichiaro che l’aborto diretto, cioè voluto come fine o come mezzo, costituisce sempre un disordine morale grave, in quanto uccisione deliberata di un essere umano innocente. Tale dottrina è fondata sulla legge naturale e sulla Parola di Dio scritta, è trasmessa dalla Tradizione della Chiesa ed insegnata dal Magistero ordinario e universale” (EV 62).
In termini teologici si dice che un simile pronunciamento ha carattere definitivo, ma non definitorio.
È definitorio il pronunciamento dogmatico. Esso si impone in maniera tale che uno, se non l’accetta, è ipso facto fuori della Chiesa.
È definitivo il pronunciamento dei vescovi insieme con il Romano Pontefice secondo il n. 25 della Lumen gentium che abbiamo visto sopra.
E l’affermazione sull’aborto, da quanto emerge in EV 62, è di questo tipo.
La Congregazione per la dottrina della fede ha sottolineato che per la natura dell’assenso dovuto alle verità proposte dalla chiesa in maniera definitoria o da ritenersi in modo definitivoè importante sottolineare che non vi è differenza circa il carattere pieno e irrevocabile dell’assenso, dovuto ai rispettivi insegnamenti”.
Il motivo per cui la Chiesa ha proclamato come definitivo, e non ancora definitorio, il suo insegnamento sull’aborto, è questo: non vuole mettere chi si trova in ansietà nella propria coscienza di fronte ad un aut aut: o dentro o fuori della Chiesa.
Si tratta di un atteggiamento pastorale e prudenziale: La Chiesa aspetta che i suoi figli abbiano tempo di riflettere e conformare le proprie opinioni al magistero.
In conclusione: chi nega l’immoralità dell’aborto non è formalmente eretico o fuori della Chiesa.
Con questo non dico che si tratti di materia opinabile, perché è proposta dalla Chiesa in maniera definitiva e infallibile, come si evince chiaramente dalla LG 25 e da EV 62.

3. Tu dici che, più di eresia, dovrebbe trattarsi di ignoranza.
Certamente c’è l’ignoranza su questioni gravi riguardanti la vita umana.
Inoltre vi è la negazione di evidenze quanto mai forti: infatti chiunque sa che l’essere umano che inizia a svilupparsi nel grembo della propria madre è della specie umana ed è un individuo nuovo e unico, quale mai c’è stato e mai ci sarà nella storia, assolutamente distinto dalla madre.
Ma c’è anche errore nella fede perché contrario all’insegnamento definitivo, infallibile e irreformabile della Chiesa. E tale errore, se sostenuto volontariamente e pertinacemente, è certamente un peccato grave.
Ti ringrazio per l’opportunità che mi hai dato di chiarire questioni particolarmente delicate e importanti.
Ti seguo con la preghiera e ti benedico.
Padre Angelo