Quesito
Caro Padre Angelo,
dopo diverso tempo mi sono finalmente deciso a scriverle. Mi perdoni se sarò prolisso ma volevo raccontarle la mia esperienza e chiederle consiglio.
Sono un ragazzo di 19 anni che si appresta a finire il liceo e mi sento fortemente disorientato.
La fede mi è stata trasmessa in famiglia, una fede senza fronzoli ma solida, che però io non ho mai preso sul serio: fino all’anno scorso per me si traduceva semplicemente nella messa domenicale e nella sporadica ricezione dei sacramenti. Insomma un’abitudine, come andare il sabato a fare la spesa.
Infatti nella mia vita quotidiana vivevo come se Dio non esistesse, peccando senza neanche rendermene conto.
Ad un certo punto, però la situazione, cambiò. Non ricordo come, ora ripensandoci rammento che in seconda superiore leggendo i Promessi Sposi sentii qualcosa accendersi e risvegliarsi, anche se allora non me ne rendevo conto.
Lo scorso anno invece tutto ad un tratto, facendo varie ricerche, ho scoperto la messa tridentina e iniziai ad indagare nella tradizione millenaria che la Chiesa custodisce.
Fu quello il momento della mia conversione, o il mio vero e proprio approdo alla fede, suggellato dalla mia prima messa, nella quale trovai il senso del sacro che per tutta la vita non avevo mai trovato e mi era mancato.
Sono consapevole che i cosiddetti tradizionalisti sono guardati con ostilità dalla Chiesa istituzionale, ma devo dire che sarò sempre grato a questi gruppi perché penso che riportino tanta gente alla fede.
Detto questo continuai ad andare alla messa domenicale parrocchiale con i miei genitori inizialmente con aria di superiorità, giudicando i vari problemi liturgici delle comuni parrocchie italiane, e successivamente semplicemente ricordandomi che ciò che contava era il sacrificio che si compiva sull’altare.
Come dicevo a partire da quel momento è iniziata una continua ricerca
che era/è approdata anche a considerare una vocazione sacerdotale.
Qui però iniziano i problemi. Da diverso tempo sto affrontando dura crisi da cui ho paura che uscirò vinto.
In primo luogo la situazione attuale della Chiesa mi preoccupa moltissimo, non capisco come sia possibile che i pastori (sit venia verbo) abbiano deciso di non occuparsi più di chi c’è dentro il recinto ma di lasciarlo aperto, non accorgendosi che oltre a non entrare nessuno, se ne vanno moltissime pecore.
Ma c’è anche un problema più grave: come le dicevo la mia fede è “risorta” grazie alla scoperta della messa tridentina, dove la forma esteriore è particolarmente curata.
Ora mi sembra che la mia fede sia vuota, fondata unicamente su un insieme di gesti e movimenti che non hanno alcun significato. Non sia cioè fede ma puro estetismo.
Infine, essendo io uno che si fa facilmente condizionare dal mondo esterno, dalle amicizie, mi sento isolato, perso, mi sembra che la mia lotta sia vana.
A complicare tutto ciò si aggiunge il fatto che il silenzio di Dio mi tormenta e talvolta mi viene da mettere in dubbio la sua stessa esistenza e tutto il mio percorso. Mi perdoni ma talvolta mi viene da domandarmi se stia facendo tutto per niente.
Mi aiuti perché sono davvero perso.
Risposta del sacerdote
Carissimo,
mi dispiace che solo ieri mi sia stata girata la tua mail.
Dovevi indirizzarla direttamente a me e non allo staff degli amici domenicani.
1. Intanto mi compiaccio per il fervore della fede che hai ricuperato a cominciare dalla lettura dei Promessi sposi.
I Promessi sposi sono un testo di letteratura cristiana.
Sono la testimonianza più bella della vita cristiana di Alessandro Manzoni, convertito.
Per esperienza personale posso dire che ogni volta che prendo in mano questo testo, faccio fatica a distaccarmene.
2. Mi compiaccio anche dell’esperienza che hai fatto l’anno scorso partecipando alla Messa cosiddetta del Vetus ordo.
Se è ben celebrata, e anche ben cantata, comunica un clima di grande sacralità.
Per mezzo di questa grazia il Signore ha riacceso in te la fiamma del fervore.
3. Successivamente ti è stato ancor più vicino suggerendo l’idea della vocazione sacerdotale.
Questa è la cosa più bella che ti poteva accadere.
Si può dire che mentre Dio girava il suo sguardo sul mondo per cercare chi potesse essere suo collaboratore più stretto per portare molti a salvezza, ha voluto fissare il suo sguardo su di te e ti amato, come ha fatto con quel giovane di cui parla il Vangelo di San Marco (cfr. Mc 10,21).
Sono persuaso che quando hai cominciato ad avvertire questa vocazione il tuo cuore si è infervorato ancora di più.
Questo indubbiamente è uno dei segni più belli dell’autenticità della vocazione perché “è lui che suscita in noi il volere e l’operare secondo il suo disegno d’amore” (Fil 2,13).
In te non ha suscitato soltanto la vocazione, ma anche l’infervoramento.
4. A te il compito di mantenere vivo questo fuoco. Anzi, di renderlo sempre più grande.
Anche per la vocazione vanno applicate le parole di San Pietro: “Quindi, fratelli, cercate di rendere sempre più salda la vostra chiamata e la scelta che Dio ha fatto di voi. Se farete questo non cadrete mai” (2 Pt 1,10).
La vocazione va alimentata. Diversamente si affievolisce e si spegne.
Non perché Dio la ritiri, perché la sua chiamata e i suoi doni sono irrevocabili, come ricorda San Paolo in Rm 11,29. Ma perché noi veniamo meno al suo dono.
5. C’era da aspettarsi che il comune avversario potesse reagire. E l’ha fatto cercando di introdurre il turbamento.
In primo luogo ti ha fatto vedere una situazione quasi disperata della Chiesa in cui sembra che non ci sia più nulla da fare.
Il che per molti versi non è vero perché Cristo sta agendo in continuazione nel cuore di molti. Il nostro sito è testimone delle continue conversioni e dei continui ribaltamenti nei cuori.
E poi perché non c’è nessuna situazione, per quanto drammatica, che possa spegnere il nostro amore per il Signore. Anche noi possiamo sottoscrivere le parole di San Paolo che abbiamo sentito nella prima lettura della Messa di qualche giorno fa: “Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù, nostro Signore” (Rm 8,38-39).
Se guardiamo gli eventi dal punto di vista di Dio scopriamo che “tutto concorre al bene per quelli che amano Dio, per coloro che sono stati chiamati secondo il suo disegno” (Rm 8,28).
Perché non pensare che proprio in questa situazione il Signore chiami te?
6. Quando San Domenico vide com’era ridotta la Chiesa nel meridione della Francia, avrebbe potuto dire: “Non tocca me. Io sono qui di passaggio. Io sono spagnolo”.
Invece è sceso dal Papa insieme al suo vescovo e tutti e due chiesero il permesso di predicare proprio lì, dove altri non lo facevano.
Come sarebbe bello se tu proprio in questo frangente, come un nuovo Isaia, sentissi la voce del Signore che dice: “Chi manderò e chi andrà per noi?”. E tu prontamente e generosamente dicessi: “Eccomi, manda me!” (Is 6,8).
7. Ma adesso arriviamo al nocciolo di tutta la vicenda perché scrivi: “Mi sembra che la mia fede sia vuota, fondata unicamente su un insieme di gesti e movimenti che non hanno alcun significato. Non sia cioè fede ma puro estetismo”.
Sì, c’è questo rischio per chi rimane colpito dalla sacralità del Vetus ordo e non fa il passo successivo.
Non si tratta infatti di vivere semplicemente una bella sensazione che allarga il cuore e porta in alto, ma di penetrare sempre di più nel cuore di Cristo.
Perché tutto non si riduca a puro estetismo è necessario parlare molto con Cristo dopo aver ascoltato la sua parola.
È necessario intrattenersi con lui perché in quest’intimità si sente accendersi un fuoco che purifica il cuore e illumina la mente.
Si prova allora la sensazione sperimentata da Davide quando disse: “La tua parola è molto infiammata, per questo il tuo servo la predilige” (ignitum eloquium tuum vehementer, et servus tuus dilexit illud; Sal 119,140).
E anche quando disse: “Nella mia meditazione si accende il fuoco” (et in meditatione mea exardescet ignis, Sal 39,3).
Allora non dirai soltanto: “Il Vetus orto è bello, emana un senso di sacro”, ma: “Cristo mi ha conquistato il cuore e mi conquista sempre di più”.
8. Di San Domenico i suoi contemporanei dicevano che parlava sempre o con Dio o di Dio ed esortava i suoi frati a fare altrettanto.
Sotto un certo aspetto io mi spingo più in là e ti dico: “Cerca di parlare più con Dio che di Dio”. Cerca di parlare più con Dio che del Vetus ordo o dei problemi della Chiesa.
Cerca di parlare di più con lui non in un monologo che esce dalla tua bocca ma in una vera conversazione che parte dall’ascolto silenzioso della sua parola, che poi rumini dentro di te come fanno gli animali della stalla con il fieno.
È coltivando la vita interiore che alimenti il fervore.
Comprenderai bene che le belle cerimonie se non aiutano a parlare di più con Dio, a trasformare i sentimenti e a mettere fuoco apostolico nel cuore si riducono a puro estetismo.
Mi pare di poter dire che il Signore si è servito della partecipazione a quella Messa per accendere il fuoco. Ma il di più devi ancora farlo. Quando l’avrai realizzato, saprai andare oltre il rito che rimane ancora nell’ordine dei mezzi.
Ti accompagno volentieri con la preghiera perché quanto ti ho detto diventi realtà nella tua vita.
Ti auguro ogni bene e ti benedico,
Padre Angelo
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