Quesito
Buona sera Padre.
Le scrissi qualche giorno fa circa la mia vocazione sacerdotale che sto accertando pian piano.
Leggo spesso della crescita affettiva e umana che si ha in seminario e, proprio per questo, vorrei chiederle un consiglio, perché ci tengo tanto a crescere sotto questo punto di vista.
Le chiedo circa il sublimare l’energia sessuale trasformandola in dono di sé.
Ho letto che in seminario si lavora sul maturare nelle relazioni evitando solitudine e favorendo relazioni fraterne e serie, ma non dipendenze emotive da persone ecc…
1. Come posso crescere in questo (durante il mio discernimento vocazionale) raggiungendo una perfetta e sana castità, migliorando già da ora nella mia vita e lavoro, che però noi siamo vissuta come repressione di impulsi in alcuni momenti ma di trasformazione profonda?
2. Poi le chiedo circa le cose che si insegnano in seminario, ovvero: come essere discreto nelle relazioni preservandosi dalla troppa confidenza o cose similari, autocontrollo dei propri desideri e, insomma, crescita affettiva in genere sempre per una castità celibataria ideale.
3. Premetto che nelle mie debolezze vi é sicuramente l’essere delle volte timido nello stare al centro dell’attenzione e ho la tendenza a preoccuparmi troppo del giudizio altrui, quasi più di quello di Dio (alle volte) e questo mi priva spesso e volentieri di tante energie mentali… poi la dipendenza affettiva, cioè mi lego molto alle persone ed è difficile per me delle volte magari lasciarle andare (come ad esempio nelle partenze per lavoro, distacchi ecc…) e questo per un buon cristiano e meglio ancora per un sacerdote è un po’ sconveniente.
Le chiedo ciò perché per ora riesco tranquillamente a controllare i miei impulsi (es. masturbazione o desideri disordinati nel cuore) ma qualche volta mi sento giù e frustrato come se stessi reprimendo desideri sessuali in un modo non sano.
Grazie Padre, che Dio la benedica
Risposta del sacerdote
Carissimo,
1. ti posso parlare della mia esperienza di seminario.
Di castità si parlava poco, ma era vissuta.
La nostra vita ruotava attorno a Gesù Cristo, che era il centro della nostra vita e della nostra giornata.
In noviziato, che durava un anno, passavamo molte ore in preghiera, perché l’ufficiatura liturgica era lunga.
La Messa era cantata in gregoriano ogni giorno con una certa scioltezza e senza lungaggini, secondo lo stile proprio dell’Ordine che nella preghiera corale procede breviter et succinte.
2. Breviter per modo di dire, perché al mattino tra ufficiatura, Messa sempre cantata e meditazione si stava in coro per circa due ore.
Fatta brevemente la colazione in silenzio, ognuno riordinava la propria cella e i luoghi comuni.
Poi alle nove si andava nella cappellina del noviziato e si pregava recitando alcune ore dell’ufficio della Madonna a cori alternati e secondo la ritualità dell’Ordine.
3. Successivamente, c’era un po’ di tempo da stare in camera. Quindi si passava nel luogo comune per un’ora di lezione sulla vita consacrata, sulla consistenza dei voti di povertà, di castità e di obbedienza e sulle costituzioni l’Ordine.
Quindi ci si ritirava in camera per scendere di nuovo in coro a mezzogiorno con tutta la comunità per le altre ore canoniche.
Alla mezza si andava in refettorio. Durante il desco veniva fatta una lettura su documenti del magistero o su altro.
Poi c’era la ricreazione, terminata la quale ognuno se ne stava per conto suo.
Alle tre si andava di nuovo in coro. Poi c’era un’altra ora di lezione. Questa volta si parlava della vita di San Domenico, della storia dell’Ordine, della liturgia (soprattutto delle rubriche) che a quei tempi erano molto meticolose e dei salmi.
C’era poi un’altra breve ricreazione.
Dopo aver recitato un’altra parte dell’ufficio della Beata Vergine si andava in camera e lì si rimaneva a leggere, studiare, meditare fino alle ore 19. Allora i scendeva di nuovo in coro con tutta la comunità. A parte le ore canoniche, c’era sempre il Rosario in comune concluso con la benedizione eucaristica.
Verso le 20, si andava a cena, fatta in silenzio con la lettura della vita dei Santi.
Poi c’era un’altra ricreazione e alle 21,15 scendeva in coro per un’ultima volta con il canto della compieta, che si concludeva con la processione della Salve Regina in melodia domenicana all’interno della Chiesa.
4. Per le ricreazioni era obbligatorio giocare. Per noi questo obbligo era come sfondare una porta aperta. Ci sembrava la cosa più logica. Si giocava a pallavolo, a bocce, a ping pong, a calcio e a calcetto.
Per le 22 eravamo tutti a letto perché il mattino dopo ci si alzava alle 6 e la domenica addirittura alle 5,30 per non intralciare l’ufficiatura corale con la celebrazione delle Messe.
Eravamo tutti presi dagli ideali dell’Ordine, si viveva in un clima di cielo, di fraternità.
Non c’era bisogno di alcuna repressione o sublimazione.
Certamente la grazia di Dio ci aiutava e ci preservava da tanti pericoli, di cui neanche ce ne accorgevamo.
La cosa più importante era la crescita nella vita spirituale.
La castità ci sembrava la cosa più normale per un novizio che aspirava al sacerdozio e che intendeva vivere con il Signore, per il Signore e per la salvezza delle anime.
5. Non ci veniva detto nulla sul rapporto con le persone esterne al convento con le quali si aveva il rapporto più normale di questo mondo.
Non c’era nessuna messa in guardia e nessun clima di sospetto.
Si viveva e si cresceva serenamente.
6. Quando poi dal noviziato si è passati agli studi di filosofia, della durata di tre anni, lo schema della giornata era ancora questo, fatta eccezione per l’ufficio della Beata Vergine che non si diceva più in comune e della lezione pomeridiana.
Tutte le lezioni erano al mattino.
Il pomeriggio, tolta la preghiera canonica delle ore 15, era tutto dedicato allo studio fino alle 19, anche perché le lezioni cominciavano con l’interrogazione sulla lezione precedente. Non si dava il voto, non c’erano pagelle. Era un metodo molto buono per studiare in maniera costante e non rimandare tutto in prossimità dell’esame.
Un’altra ricreazione verso le ore 16 era facoltativa. Io però la facevo sempre.
Alle ore 19 c’era la liturgia corale con i vespri e il Rosario al quale seguiva la meditazione personale.
Quella meditazione personale era un volo verso il cielo. Quello che provavo in quel momento era indicibile. Sentivo una grande contentezza e fuoco interiore che desideravo non finissero mai ed ero contentissimo del clima di silenzio che perdurava anche durante la cena, perché quel fuoco era piacevole.
Ho capito dopo che il Signore ci ha fatto crescere così.
Una volta la settimana oppure ogni due settimane, c’ero di capitolo delle colpe durante il quale il padre maestro svolgeva una meditazione.
Non si parlava di sessualità e neanche della castità se non quando l’argomento cascava su di essa, ma la si viveva nella maniera più bella, nell’unione con Dio e col desiderio di portare anime al Signore.
Non si doveva fare nessun combattimento per rimanere casti. Era la cosa più normale per tutti.
Come vedi, nessuna domanda tormentata e tortuosa simile a quelle che mi hai posto.
Ti ho raccontato la mia esperienza nell’Ordine dei predicatori e cioè dei domenicani.
7. Quando si è passati allo studio della teologia, della durata di quattro anni, cambiarono alcune cose. Non c’era più l’interrogazione quotidiana.
Il pomeriggio era totalmente libero. C’era tutto il tempo per studiare, per pregare personalmente e anche per inserirsi gradualmente in alcune attività apostoliche.
Ormai, sotto un certo aspetto, si era consolidati nella vita religiosa a motivo della professione solenne (definitiva) che si faceva ordinariamente al termine degli studi filosofici.
Con lo studio della teologia si aprivano contemporaneamente nuovi traguardi: ci si preparava a ricevere gli ordini sacri, e più specificamente il diaconato e l’ordinazione sacerdotale che normalmente avveniva dopo il terzo anno di teologia.
Dopo l’ordinazione sacerdotale si attendeva alla conclusione degli studi teologici con l’ultimo anno accademico.
Assorbiti dallo studio, dalla contemplazione, dall’obiettivo permanente della santificazione e dell’unione con Dio e dai traguardi da raggiungere si viveva con grande serenità il proprio stato di consacrazione.
La castità non era l’argomento principale. La si viveva spontaneamente facendo di se stessi dono a Dio e alle anime. Sì, alle anime. Questo era il linguaggio usato, dal momento che l’obiettivo dell’Ordine nostro è la salus animarum, la salvezza delle anime.
Grosso modo e con qualche variante soprattutto nell’organizzazione degli studi, questo viene fatto anche oggi.
Con l’augurio che anche tu possa trovare un clima simile a quello che ho vissuto io, ti benedico e ti ricordo nella preghiera.
Padre Angelo
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