Quesito

Caro padre Angelo,
faccio riferimento al passo dove Gesù, in merito al Giudizio Universale, dice: “Quello che avete fatto al più piccolo dei miei fratelli, lo avete fatto a me”.
Ora, San Paolo afferma che dare senza carità non giova a coloro che sono generosi verso i più bisognosi.
Ti chiedo se nel passo da me citato, il Signore abbia voluto anche dire con carità. Mi riferisco in particolare a coloro che esercitano del volontariato e sono magari atei o appartenenti ad altre fedi religiose.
Mi chiedo, comunque, se coloro che occorrono i poveri sono almeno in buona fede capaci di esprimere la charitas Christi. Nella speranza di essermi espresso con chiarezza, in attesa di un tuo riscontro, ti saluto con immutata amicizia ed affetto, ricordandoti nelle mie preghiere.
Giovanni 


Risposta del sacerdote

Caro Giovanni,
1. Gesù non dice: “Quello che avete fatto a qualsiasi persona”, ma quello che avete fatto “ai miei fratelli”.
San Tommaso commenta: “Da ciò si nota che bisogna dare ai buoni secondo quanto si legge in Sir 12,4: “Dà a chi è buono e non aiutare il peccatore”.

2. Continua San Tommaso: “Forse che non bisogna dare al peccatore?
Bisogna dare se si troverà in estrema necessità, ma di più e prima ai giusti; per questo dice: ai miei fratelli. Vi sono infatti molti che non sono fratelli di Dio; per cui 1 Gv 4,3: “Ogni spirito che non riconosce Gesù, non è da Dio”. Sicché a parità di condizioni dobbiamo fare meglio ai buoni; tuttavia di fronte all’indigenza bisogna dare anche i cattivi, in tempo di necessità, non per favorire il peccato, ma la natura”.

3. San Tommaso precisa, inoltre, che amore e carità non sono la stessa cosa, sebbene la carità sia nel genere dell’amore.
La carità, infatti, è una manifestazione di quell’amore di cui ha parlato Gesù quando ha detto: “Vi do un precetto nuovo: amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi” (Gv 13,34).
In quel “come io ho amato voi” c’è tutta la differenza. Cristo ci ha amato perché noi possiamo vivere in Dio e perché Dio viva in noi.
Per questo i Santi Padri dicevano che amiamo di carità il prossimo quando lo amiamo “per Dio” (san massimo, De caritate, 11,9) o “in Gesù Cristo” (sant’ignazio, Ad Magnesios, 6,2).

4. San Gregorio Magno, dopo aver detto che “l’amore di Dio genera l’amore del prossimo e l’amore del prossimo conserva l’amore di Dio (Moralia, 7,24) aggiunge che “non c’è vera carità per il prossimo se non si ama il proprio amico in Dio e il proprio nemico a causa di Dio” (Hom. 38 in Evang., 11).

5. Ugualmente San Tommaso dice che “il prossimo viene amato d’amore di carità per il fatto che in lui vive Dio e perché in lui viva Dio. Di conseguenza è chiaro che con lo stesso abito di carità amiamo Dio e il prossimo.
Però se amassimo il prossimo per se stesso e non per amore di Dio, il nostro amore apparterrebbe a un altro ordine: per esempio all’amore naturale o politico” (Quaest. disp. de caritate, a. 4).
Come si vede la dottrina di Gesù corrisponde a quella esposta da San Paolo in 1 Cor 13.

6. Pertanto il volontariato e la filantropia certamente sono da lodare perché portano a compiere azioni buone.
Ma la carità è diversa.
Amare il prossimo perché è un essere umano e un nostro simile è cosa buona. Ma non è ancora carità.
La carità è un amore soprannaturale, che scende da Dio nel nostro cuore e spinge a soccorrere il prossimo in tutte le sue necessità affinché il nostro prossimo possa godere il bene più grande, quello di vivere in Dio.

7. Dio premia qualunque azione buona, e perciò anche gli atti di bontà compiuti dagli atei e dai filantropi.
Li premia con beni di ordine temporale, come la salute, il successo e una lunga vita perché abbiano infine la possibilità di ricevere il bene più grande, quello della salvezza eterna.
Ma solo con la carità si entra nella vita eterna.
Con l’augurio di vivere sempre nella carità perché Dio abita in te e tu in Dio, ti benedico e ti ricordo nella preghiera.
Padre Angelo

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