Quesito

Egregio Padre Angelo,
sono Stefano da Padova, ho già avuto modo in passato di scriverle e la ringrazio ancora per le sue risposte precise, esaurienti e cortesi; ancora di più la ringrazio per il prezioso servizio di apostolato che fa tramite il sito internet.
Desidererei, se possibile, avere un suo consiglio circa alcuni aspetti della vita che riguardano l’amore verso il prossimo e fino a che punto è lecito spingersi nel donarsi al prossimo e quando è possibile rifiutarsi senza, per questo, incappare in peccati di omissione.
Mi spiego con alcuni esempi: Una famiglia che di fronte alla malattia o all’età avanzata di un famigliare ( suocera o mamma che sia..) per salvaguardare la tranquillità famigliare ( o meglio per non portare una croce all’apparenza troppo pesante) opta per il ricovero dell’anziano in una struttura anziché ospitarlo a casa si può ritenere con la coscienza a posto??
Un giovane che sceglie di vivere la propria vita tra lavoro, amici, interessi e, perchè no, anche il volontariato di tanto in tanto ma si rifiuta di assistere quotidianamente in casa un famigliare anziano o ammalato in quanto si sentirebbe privato della propria libertà ne dovrà un giorno rispondere a Dio ??
E’ innegabile che a volte la vita ci mette di fronte a scelte impegnative e -quando si può – per comodità, per natura e per egoismo tendiamo a "scansare" le croci.
Gradirei un suo parere.
La ringrazio per la pazienza e la disponibilità.
Stefano


Risposta del sacerdote

Caro Stefano,
1. penso che sia lecito mettere un proprio caro malato in una struttura ospedaliera o di ricovero solo nel caso che sia impossibile tenerlo in casa, quando cioè non gli si potrebbe garantire quanto gli è dovuto.
Diversamente si tratterebbe di mancanza di rispetto, di gratitudine e di carità.

2. In questa linea inclina a pensare Giovanni Paolo II, il quale nella lettera agli anziani (1.10.1999) scrive: “Quanti trovano comprensione e conforto in persone anziane, sole o ammalate, ma capaci di infondere coraggio mediante il consiglio amorevole, la silenziosa preghiera, la testimonianza della sofferenza accolta con paziente abbandono! Proprio mentre vengono meno le energie e si riducono le capacità operative, questi nostri fratelli e sorelle diventano più preziosi nel disegno misterioso della Provvidenza.
Anche sotto questo profilo, dunque, oltre che per un’evidente esigenza psicologica dell’anziano stesso, il luogo più naturale per vivere la condizione di anzianità resta quello dell’ambiente in cui egli è “di casa”, tra parenti, conoscenti ed amici, e dove può rendere ancora qualche servizio.
A mano a mano che, con l’allungamento medio della vita, la fascia degli anziani cresce, diventerà sempre più urgente promuovere questa cultura di una anzianità accolta e valorizzata, non relegata ai margini.
L’ideale resta la permanenza dell’anziano in famiglia, con la garanzia di efficaci aiuti sociali rispetto ai bisogni crescenti che l’età o la malattia comportano.
Ci sono tuttavia situazioni, in cui le circostanze stesse consigliano o impongono l’ingresso in “case per anziani”, perché l’anziano possa godere della compagnia di altre persone e usufruire di un’assistenza specializzata.
Tali istituzioni sono pertanto lodevoli, e l’esperienza dice che possono rendere un servizio prezioso, nella misura in cui si ispirano a criteri non solo di efficienza organizzativa, ma anche di affettuosa premura.
Tutto è in questo senso più facile, se il rapporto stabilito con i singoli ospiti anziani da parte di familiari, amici, comunità parrocchiali, è tale da aiutarli a sentirsi persone amate e ancora utili per la società. E come non inviare qui un ammirato e grato pensiero alle Congregazioni religiose ed ai gruppi di volontariato, che si dedicano con speciale cura proprio all’assistenza degli anziani, soprattutto di quelli più poveri, abbandonati o in difficoltà?” (lettera agli anziani, n.13).

3. Analoga risposta vale anche per la seconda domanda.
Se per privazione della propria liberà s’intende che uno non può compiere adeguatamente il proprio dovere, sono d’accordo.
Se invece si tratta semplicemente di comodità e di libertà per coltivare certi interessi non indispensabili allora si rischia di cadere nell’egoismo.
Non conta allora cercare di sdebitare la propria coscienza facendo qualche opera di volontariato.
La Sacra Scrittura afferma: “Se uno non pensa ai suoi, massime a quei di casa, costui ha rinnegato la fede ed è peggiore di un infedele” (1 Tm 5,8).
Il volontariato dunque va fatto anzitutto con quelli della propria casa, perché per loro ci sono anche debiti di gratitudine e di affetto per quanto hanno fatto per noi.
Per questo San Tommaso dice che “si deve avere una carità maggiore verso i congiunti” (Somma teologica,II-II, 26, 7, sed contra).

Ti ringrazio per la fedeltà con cui ci segui.
Ti ricordo nella mia preghiera e ti benedico.
Padre Angelo