Quesito
Gentile Padre Angelo,
ho nel cuore il desiderio di amare M., una bellissima ragazza. Dopo una breve frequentazione, mi ha chiesto di interrompere la relazione. Sono morto. Ma poi il mio cuore ha continuato a essere pieno d’amore, e mi sono reso conto, dopo tante preghiere e digiuni, che l’amore va in uscita. Non è un vuoto da colmare.
Ho sempre pregato, chiedendo al Signore e a Maria di donarmi, per Grazia, M. in sposa. Poi ho cominciato a pensare: “Signore, non cambiare la realtà, cambia me, senza spostare di un millimetro il desiderio che mi hai messo nel cuore di amare M.”. Ho idealizzato che sono i 3 chiodi della Croce (1 non cambiare la realtà; 2 cambia me; 3 desiderio ancora in vita).
Quindi ho iniziato a pregare per lei e per il suo nuovo compagno, e mi sono reso conto che non è stato “faticoso”: quell’amore che avevo dentro — e che non era mio, ma di Gesù — ha cominciato a fluire.
Poi ho seguito questa logica: Dio mi ha chiesto se posso amare Margherita, lasciandomi libero, ed io ho detto di sì. Perciò è per questo che il mio cuore è in pace.
Quando pregavo per averla in sposa, invece, in realtà non era amore per lei, ma solo “amore” per me, disubbidivo alla vocazione. Non è stato facile questo percorso, ma Le chiedo: sto impazzendo o sono un umile lavoratore nella campagna di Dio?
Perché tutti – amici, parenti, il mondo intero – mi hanno detto di troncare tutto, di dimenticare, che non ne vale la pena, che perdo tempo… Insomma, come se dovessi far pagare la “colpa” a M. di non ricambiare l’amore.
Solo mia sorella ha capito perfettamente. Io mi sento felice da quando ho compreso la logica dell’Amore, che è puro ed è anche pura logica. E mi sento testimone di: “C’è più gioia nel dare che nel ricevere”
Vorrei un Suo parere.
Grazie
Risposta del sacerdote
Carissimo,
1. sì, amare in maniera vera significa volere il bene e la felicità della persona che si ama.
La preghiera che tu hai fatto per M. è quanto di più nobile abbia potuto uscire dal tuo cuore.
2. È vero ciò che hai capito dopo tante preghiere e digiuni: “che l’amore va in uscita, non è un vuoto da colmare”.
Non mi meraviglio che questa intuizione ti sia venuta nella preghiera perché questo è il modo di amare di Dio.
3. Dio, infatti, non ama per un proprio interesse personale ma vuole solo il nostro bene.
In qualche modo si può dire che attraverso l’incarnazione Dio sia uscito da se stesso e si sia annientato per noi.
È ciò che tu hai fatto per M.: proprio perché hai voluto il bene, anzi, il massimo dei beni, sei stato contento di metterti da parte perché così piace a lei.
4. Questo è l’amore puro.
È diverso dall’amore interessato, che è pur buono perché anche noi abbiamo bisogno di affetti e di persone, ma nel quale si cerca primariamente la propria contentezza.
5. Piace sottolineare quanto ancora hai scritto: “Quindi ho iniziato a pregare per lei e per il suo nuovo compagno, e mi sono reso conto che non è stato “faticoso”: quell’amore che avevo dentro — e che non era mio, ma di Gesù — ha cominciato a fluire”.
Hai cominciato ad amarla con il cuore di Dio, volendo a lei e al suo compagno tutto il bene che Dio vuole per loro.
Questo allora non è soltanto amore puro, ma è anche amore santo.
Hai notato che questo passaggio non ti è stato faticoso.
Ne sono convinto, perché chi ama dona con gioia.
Hai fatto l’esperienza di quanto sia vero ciò che ha insegnato il Signore: “C’è più gioia nel dare che nel ricevere” o, come suona la nuova traduzione, “si è più beati nel dare che nel ricevere!” (At 20,35).
6. Questa gioia del tutto spirituale mi ha fatto ricordare ciò che ha scritto Santa Teresa di Gesù bambino nella propria autobiografia: “Ho sofferto molto da quando sono sulla terra, ma, se nella mia infanzia ho sofferto con tristezza, ora non soffro più così, bensì nella gioia e nella pace, e sono veramente felice di soffrire”. Ormai era contenta di amare e di dare tutto (Storia di un’anima, 274).
7. E mi ha fatto ricordare anche quanto il santo Papa Giovanni Paolo II ha scritto a proposito del dolore di Cristo nell’orto degli ulivi accompagnato nello stesso tempo dalla gioia della visione beatifica.
“Di fronte a questo mistero, accanto all’indagine teologica, un aiuto rilevante può venirci da quel grande patrimonio che è la «teologia vissuta» dei santi. Essi ci offrono indicazioni preziose che consentono di accogliere più facilmente l’intuizione della fede, e ciò in forza delle particolari luci che alcuni di essi hanno ricevuto dallo Spirito Santo, o persino attraverso l’esperienza che essi stessi hanno fatto di quegli stati terribili di prova che la tradizione mistica descrive come «notte oscura». Non rare volte i santi hanno vissuto qualcosa di simile all’esperienza di Gesù sulla croce nel paradossale intreccio di beatitudine e di dolore”. Dopo aver fatto riferimento ad un’affermazione di Santa Caterina da Siena il Papa prosegue: “Allo stesso modo Teresa di Lisieux vive la sua agonia in comunione con quella di Gesù, verificando in se stessa proprio il paradosso di Gesù beato e angosciato: «Nostro Signore nell’orto degli Ulivi godeva di tutte le gioie della Trinità, eppure la sua agonia non era meno crudele. È un mistero, ma le assicuro che, da ciò che provo io stessa, ne capisco qualcosa» (Ultimi colloqui, quaderno giallo 6 luglio 1897). È una testimonianza illuminante!” (NMI 26-27).
8. Con l’augurio che il Signore ti ricompensi per il gesto di amore che hai compiuto (e certamente ti ricompenserà!), ti ricordo nella preghiera e ti benedico.
Padre Angelo
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