Quesito
Buonasera padre Angelo!
Anche se in netto ritardo, la ringrazio per la risposta alla precedente domanda! Augurandomi di non creare problemi, se possibile le porrei in sequenza altre domande, questa volta direi di carattere più teologico, veda lei se ritiene opportuno rispondermi e, in caso affermativo, in quali modalità.
1) La prima domanda è la seguente: “Dove è Dio?” Su questa pagina mi sembra che ci siano quesiti simili ma onestamente fatico ancora ad avere chiarezza. Mi spiego; nel chiedere dove è Dio ho visto che tra le risposte lei parla della presenza di inabitazione di Dio in ciascuno di noi, nell’anima in grazia, la presenza eucaristica di Gesù e la presenza di Dio nel creato. Nonostante ciò mi domando quando preghiamo “Dio dov’è? È dentro di noi?”. Oppure grazie alla virtù teologica della fede riusciamo ad entrare in relazione con Lui che difatto non dimora in un luogo preciso ma si potrebbe dire che si trovi in un’altra dimensione?
E poi, nel momento della nostra morte, l’anima in grazia (supponendo quasi per assurdo che non necessiti del purgatorio), dove va?. È giusto dire che entra in pienezza in quest’altra dimensione già in parte “pregustata” sulla terra dove si trova Dio e in comunione con Lui anche la Madonna e tutte le altre anime in grazia?
Oppure con il paradiso si entra in uno “stato” dell’anima, diverso da quello attuale, in cui la presenza di Dio e in qualche modo la relazione con il prossimo è vissuta più in pienezza pur essendo fuori dallo spazio e dal tempo?
2) Prudenza: Quando parliamo di prudenza onestamente fatico a comprendere come trovare il limite tra essere prudente ma senza cadere nel sospetto o giudizio temerario nei confronti del prossimo e per contro mi chiedo come fidarsi dell’altro cercando di pensare bene di lui senza però essere dei creduloni che si fidano di tutto e di tutti scadendo nella poca prudenza e rischiando di rimanere in qualche modo “fregati”. Come vivere in equilibrio tutto ciò?
3) Obbedienza: quando si parla di obbedienza al proprio confessore e/o direttore spirituale: Come vivere questa obbedienza senza che però diventi una sorta di dipendenza psicologica dettata da una insicurezza di fondo che porta alla ansia costante di sbagliare e paura di prendersi le proprie responsabilità cercando così costanti conferme su ogni ispirazione/intuizione e dovendo ogni volta passare per l’approvazione del padre spirituale prima di poterla vivere?
La ringrazio anticipatamente per la disponibilità e per il servizio che svolge a Dio e alla Chiesa intera.
Grazie ancora e che Dio la benedica, ricordiamoci reciprocamente nella preghiera.
Risposta del sacerdote
Carissimo,
1. alla domanda dov’è Dio? il catechismo di Pio X risponde: “Dio è in cielo, in terra, in ogni luogo. Egli è l’immenso”.
La risposta è esatta, sebbene la domanda supponga già che Dio sia in qualche parte.
Dio infatti è fuori dai limiti dello spazio e del tempo.
Ma, all’interno dello spazio, alla domanda dov’è Dio? la risposta di San Pio X è perfetta.
2. Come hai potuto notare da risposte precedenti, si distingue una duplice presenza di Dio: la presenza di immensità e la presenza di inabitazione.
Circa il primo modo di essere presente riporto pari pari, a beneficio dei nostri visitatori, ciò che ho già scritto in passato.
Secondo la Sacra Scrittura Dio è presente dappertutto.
Si legge nell’Antico Testamento: “Dove andare lontano dal tuo spirito, dove fuggire dalla tua presenza? Se salgo in cielo, là tu sei, se scendo negli inferi, eccoti” (Sal 139,7-8).
San Paolo testimonia questa verità all’areopago di Atene: “Il Dio che ha fatto il mondo e tutto ciò che contiene… non è lontano da ciascuno di noi. In lui infatti viviamo, ci muoviamo ed esistiamo” (At 17,24.27-28).
San Tommaso, sintetizzando il pensiero comune, dice che Dio è presente in tutte le cose in tre maniere:
– per la sua potenza, perché tutte, spirituali e materiali, gli sono sottomesse;
– per la sua presenza o infinita conoscenza per cui tutto gli è costantemente presente, compresi i segreti dei cuori;
– e infine per la sua essenza, e cioè per la sua virtù creatrice e conservatrice, per mezzo della quale egli conserva ogni realtà nell’esistenza (Somma teologica, I, 8, 3).
Dio è così unito ad ogni realtà che, se cessasse la sua azione conservatrice, ogni creatura subito tornerebbe nel nulla da cui è stata tratta.
I teologi danno un unico nome a questa triplice presenza e la chiamano presenza di immensità per distinguerla da un’altra, nuova e di ordine soprannaturale, che si realizza nell’anima dei giusti, e alla quale viene dato il nome di inabitazione.
3. Ugualmente faccio circa la presenza di inabitazione.
Gesù richiama l’attenzione su questa nuova presenza quando dice: “Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui” (Gv 14,23).
Qui egli annuncia due presenze: quella del Padre e la sua.
Ma questa duplice presenza è essenzialmente legata allo Spirito Santo, all’amore divino che viene infuso in noi: “Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Consolatore perché rimanga con voi per sempre… Voi lo conoscete, perché egli dimora presso di voi e sarà in voi” (Gv14,16-17).
È una presenza legata allo stato di grazia. Gesù, infatti, dice: “Se uno mi ama, osserverà la mia parola”.
Qui Dio è presente in forma personale, in atteggiamento di comunione intima e personale con ognuno di noi.
4. Al momento della morte l’anima conserva la comunione con Dio che continua ad abitare in lei, ormai però in maniera perfetta e indefettibile. I teologi danno a questa perfetta comunione con Dio il nome di “visione beatifica”.
Anche qui riprendo ciò che ho scritto altrove: “Per visione beatifica non si intende semplicemente vedere Dio ed essere contemporaneamente colmi di gioia.
Ma è permettere a Dio di penetrare con la sua essenza nella nostra mente e nella nostra anima e di lasciarci invadere dalla sua pienezza di vita, di luce e di amore.
In altre parole, è quello che Gesù ha inteso dire quando nella preghiera dell’ultima cena si è espresso così: “Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell’unità” (Gv,23).
“Io in loro”: Gesù penetrerà nella nostra mente e ci invaderà totalmente con la sua presenza divina.
Un po’ come la luce che, quando entra dentro i nostri occhi, ci permette di prendere possesso di tutto ciò che è avvolto dalla luce.
“Io in loro”: in altre parole, entrerà in noi la pienezza del paradiso.
In altre parole, la mente di Dio sarà unita direttamente alla nostra mente e ci permetterà di conoscere e amare Dio e di conoscere e di amare tutto ciò che è conosciuto e amato da Dio.
In questo modo la comunione con i nostri cari e con tutti sarà perfetta.
5. Come si vede, anche la domanda “al momento della nostra morte l’anima dove va?” suppone che vi sia uno spazio, mentre con la morte si esce dallo spazio.
Come ho già detto, al momento della morte l’anima che è in comunione con Dio perfeziona al sommo la comunione per mezzo della visione beatifica.
6. La prudenza deve tener conto con chi si ha che fare.
Tenere presente che una persona in passato ci ha truffato non è un giudizio o un sospetto temerario. È un dato di fatto. Bisogna tenerne conto per non essere imprudenti. Qui non si giudicano le coscienze, ma si tiene conto dei fatti.
Il trattare con persone di cui non si conosce nulla esige una certa cautela per non essere imprudenti.
A questo proposito torna utile riportare tutti gli atti di virtù che la prudenza comporta. San Tommaso ne numera otto: la memoria, la ragione, l’intelletto, la docilità, la sagacia, la previdenza, la circospezione e la cautela (cfr. Somma teologica, II-II, 48, 1).
7. Sull’obbedienza al confessore va ricordato che la materia è ben circoscritta: riguarda i peccati.
Pertanto non tocca di per sé l’ambito professionale, famigliare, decisionale…
Ma se il confessore dice: quest’azione (ad esempio: andare da un cartomante o da una maga) è un peccato, non si deve fare, gli si deve obbedire. Se poi non obbedisce, è peggio per lui.
Parimenti, se dice: questa azione non è un peccato, in queste condizioni (soprattutto per gli scrupolosi) puoi, anzi devi fare la Santa Comunione, gli si deve obbedire.
In genere capita di rado che il sacerdote dia dei comandi. È più facile che dia dei consigli, lasciando libero il penitente di aderire o di non aderire.
La sua autorevolezza è analoga a quella del medico che dice: faccia così e così. Non si tratta di dipendenza psicologica, che è una rinuncia ad essere se stessi, ma l’indicazione che un maestro e un esperto dà a chi con fiducia si rivolge a lui.
A volte vi sono casi patologici nei quali il sacerdote può intervenire dicendo: tutte le decisioni o i voti che fai sono nulli se prima non li hai ponderati con il sacerdote confessore. Il sacerdote qui interviene per liberare la coscienza da decisioni improvvide e inopportune.
Augurandoti ogni bene in questa bella memoria di San Pio da Pietrelcina, al quale tante persone ricorrevano perché lo ritenevano illuminato da Dio (anche questa è una forma di prudenza), ti benedico e ti ricordo nella preghiera.
Padre Angelo
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