Mi ha stupito che Leone XIII difendesse non solo l’autorità dei padri sui figli ma anche dei padroni sui servi

////Mi ha stupito che Leone XIII difendesse non solo l’autorità dei padri sui figli ma anche dei padroni sui servi

Mi ha stupito che Leone XIII difendesse non solo l’autorità dei padri sui figli ma anche dei padroni sui servi

Quesito

Caro Padre Angelo,
La saluto e la ringrazio del suo lavoro su questo sito caro Padre; ho appena letto la sua ultima pubblicazione riguardo alla schiavitù ed essa mi ha suscitato alcuni dubbi sull’argomento.
In questa pubblicazione lei cita Leone XIII e una sua enciclica del 1888; di Papa Pecci io conosco soltanto la ‘‘Rerum Novarum’ e la ‘‘Quod Apostolici Muneris’, in entrambe queste encicliche il pontefice critica l’istituzione della schiavitù, ma nella ‘‘Quod Apostolici Muneris’ egli sembra anche difendere l’autorità dei padri sui figli e dei padroni sui servi. Per cui parrebbe che Leone XIII abbia legittimato l’esistenza di forme di subordinazione personale diverse dalla schiavitù e assimilabili, io credo, a istituzioni come la clientela romana e la servitù della gleba, in entrambi i casi per esempio il patrono o padrone non aveva un potere di vita o di morte sui propri sottoposti.
Nel suo articolo poi lei sostiene che la schiavitù sia legittima solo nel caso lo schiavo fosse consenziente, ma Sant’Agostino invece insegna che sia ammissibile, nel caso l’alternativa fosse quella di ucciderli, anche la schiavizzazione dei prigionieri di guerra (De Civitate Dei, capitolo XIX).


Risposta del sacerdote

Carissimo,
1. la famiglia come si presentava ai tempi di Leone XIII aveva delle caratteristiche diverse dalle nostre. A quei tempi si parlava ancora e di fatto esisteva la società erile.
In passato le case dei ricchi avevano la servitù a disposizione.
I servi non venivano stipendiati o messi in regola. Non si era ancora giunti a questo. Al massimo ricevano qualche mancia.
I servi stavano nella casa del padrone, gli erano sottomessi per tutti i servizi, gli si affezionavano.
Per contro il padrone aveva dei doveri nei loro confronti: li teneva nella sua casa, dava loro un tetto, provvedeva loro il cibo e il vestiario, alle medicine, a tutto, compreso il funerale.
Anche nei conventi c’erano alcune persone che venivano accolte così. Erano chiamati “famigli”. Non erano né frati, né terziari, ma facevano parte della casa, della famiglia.  Anch’essi pertanto avevano una famiglia e delle persone che si prendevano cura di loro. Erano liberi di andarsene, ma preferivano stare in convento, dove avevano tutto, compreso l’ambiente religioso.

2. Questo tipo di famiglia o società si diceva erile dal latino “erus” che significa padrone di casa.
Facevano parte della famiglia in un senso meno forte di altri.
A quei tempi anche la famiglia era considerata una società, ragion per cui si parlava di società coniugale (concerneva il rapporto tra gli sposi) e di società parentale (rapporto tra parenti che vivevano nella medesima casa e condividevano tutto).
Nella società parentale era compreso evidentemente anche il rapporto genitori e figli.

3. Nella società erile i servi erano liberi di andarsene. Ma se ne andavano solo se trovavano un altro padrone, perché di per sé non avevano nulla.
I vecchi manuali di morale parlando della famiglia trattavano anche della società erile e ricordano i rapporti reciproci tra padroni e servi. Il linguaggio era questo.
Il termine italiano padrone è brutto, soprattutto se si tratta di persone. Di fatto questi padroni venivano chiamati “il signore” o nelle forme dialettiali, come ad esempio “paròn”. Così lo chiamava anche Santa Bakita e probabilmente avrà detto “sior paròn”.

4. Papa Leone nell’enciclica Quod Apostolici muneris del 28 dicembre 1878, parlando del diverso ruolo delle persone all’interno della società, fa riferimento anche ai vari componenti della famiglia.
E avendo davanti agli occhi la realtà della cosiddetta società erile scrive: “La stessa società domestica (…) si fonda principalmente sopra l’unione indissolubile dell’uomo e della donna, si completa negli scambievoli doveri e diritti tra i genitori e i figli, tra i padroni e i servi”.

5. L’affermazione che la servitù era legittima solo se veniva fatta  "spontaneamente e con la libera e propria volontà" non è mia, ma è del Sant’Uffizio in una risposta data il 20 giugno 1866 ad un’interrogazione fatta dal Card. Massaia che a quei tempi era vicario apostolico in Etiopia. La domanda era sulla prassi da seguire su alcuni usi diffusi tra gli indigeni: poligamia, matrimonio, battesimo, schiavitù, vendetta.
Ebbene, rispondendo sulla schiavitù (12-15), l’istruzione del Sant’Uffizio ricordava che "i pontefici non hanno lasciato nulla di intentato per abolire la servitù tra le nazioni".
La medesima Istruzione asseriva che "la servitù, considerata di per sé e in assoluto, non ripugna al diritto naturale e divino".
Però questa legittima servitù presuppone che il servo si doni "spontaneamente e con la libera e propria volontà" e venga trattato "secondo i precetti della carità cristiana".

6. L’affermazione di sant’Agostino che tu riporti (in maniera inesatta perché nel De Civitate Dei I,19 non dice espressamente questo) di per sé esula dal nostro argomento e si riferisce alla prassi pagana del tempo. Sappiamo che i romani erano orgogliosi di portare a casa i prigionieri di guerra. Evidentemente se potevano essere utili.
Li riducevano in schiavitù, che in quanto tale era diversa dalla servitù perché la schiavitù era coatta, mentre la servitù era libera.
A questo si riferisce Sant’Ambrogio quando esorta a non punire con la pena di morte dal momento che i pagani stessi “si ritengono onorati di aver riportato dalla loro amministrazione nelle province una scure non insanguinata” (Lettere, n. 25, 8). In altre parole, anziché uccidere i prigionieri, li facevano schiavi.

Ti auguro ogni bene, ti ricordo al Signore e ti benedico.
Padre Angelo