Quesito
Caro Padre Angelo,
mi chiamo Flavio e ho 22 anni, siccome in questi anni ho avuto a che fare con ambienti conservatori particolarmente critici del Concilio Ecumenico Vaticano II, desidero chiederle se è lecito per un cattolico muovere critiche al contenuto dei documenti conciliari e fino a che punto detto Concilio impegni l’infallibilità di grado definitivo.
Grazie
Risposta del sacerdote
Caro Flavio,
1. tutti i documenti del concilio si concludono con questa clausola: “Tutte e singole le cose in questa costituzione (o decreto) stabilite, sono piaciute ai Padri di questo Sacro Concilio. E Noi, con l’apostolica potestà dataci da Cristo unitamente ai Venerabili Padri, nello Spirito Santo le approviamo, decretiamo e stabiliamo, e quanto è stato così sinodalmente stabilito comandiamo che sia promulgato a gloria di Dio”.
2. Il cardinale Giuseppe Siri che fu membro della commissione preparatoria del Concilio e che durante il Concilio fu membro della prima commissione cardinalizia per gli affari straordinari, definita da Papa Giovanni la testa del Concilio (constava di otto cardinali ed era presieduta dal segretario di Stato), a vent’anni dalla indizione del Concilio Vaticano II ha scritto: “Il Concilio Vaticano II è un fatto teologico. Proprio perché di tale natura, esso deve avere una interpretazione teologica, ossia dal piano perfettamente cattolico e nella sola dottrina che scende dalla parola di Dio sia tràdita che scritta.
Chi pretende di giudicare il Concilio, non da questo piano, si mette nel falso.
Ed è un fatto teologico perché il collegio episcopale, riunito cum Petro et sub Petro, gode del carisma di potere supremo ed, occorrendo, del carisma dell’infallibilità.
Gode anche del fatto di essere un avvenimento il quale entra nel piano della Divina Provvidenza. Sotto questo profilo di fede, il primo e più sicuro, qualcosa si vede con certezza. (…).
Chi vede il Concilio come un principio di dispute dannose e non si accorge che queste hanno avuto un contenimento proprio da esso capovolge la storia. (…).
Se il Concilio lo si guarda come fatto teologico, bisogna dire: “Qui c’è la mano di Dio” (Giuseppe Siri, La giovinezza della Chiesa, testimonianze e documenti e studi sul Concilio Vaticano II, pp. 204-205).
3. Di ritorno dal Concilio, in un discorso pronunciato nella cattedrale di Genova il 12 dicembre 1965, si è chiesto: “È stato forse mutato qualcosa nella dottrina della Chiesa?”
Ecco la risposta: “Prima di rispondervi sono in obbligo di ricordarvi che nulla di quanto appartiene alla già certa dottrina della Chiesa e pertinente in qualsiasi modo diretto o indiretto alle verità di fede e di morale, nulla della costituzione della Chiesa, nulla di quanto è stato fissato da Cristo e – per suo mandato – dai Santi Apostoli, può essere mutato.
Aldilà di questa linea impreteribile c’è tutto il mondo dei mezzi e degli strumenti delle minute e contingenti regole disciplinari che può mutare sempre. Le mutazioni – fauste certamente – che tutti avete fortemente notate nella Divina Liturgia soprattutto con la parziale introduzione dell’italiano nella Santa Messa e presto nel conferimento di taluni sacramenti e sacramentali, appartengono a questo secondo margine del tutto mutevole. I principi e la costituzione restano.
Orbene il Concilio nulla ha mutato nel proprio campo. Le due più grandi Costituzioni, quella sulla Chiesa e quella sulla Rivelazione, non solo nulla hanno mutato, ma hanno certamente arricchito la tradizionale dottrina della Chiesa. Si è fatto un gran chiasso sulla Collegialità dei Vescovi, quasi diventasse una limitazione del potere del Vicario di Cristo. Ma la Collegialità – è detto negli atti – nulla attribuisce ai Vescovi sulla Chiesa universale più di quello che se ne sapesse prima ed il primato del Papa è quello che era. In più abbiamo avuto la più chiara esposizione di quella comunione che deve esistere tra tutti i Vescovi per una maggiore collaborazione col Papa e per una maggiore applicazione dell’impegno verso il bene universale.
Non che non sia mancato qualcuno che sognava di apporre qualche limite almeno indiretto all’esercizio dell’autorità papale; ma se c’è stato ha avuto un’amara disillusione.
Insomma le mutazioni riguardano solo gli strumenti, talune modalità, uno stile congruo all’epoca in cui viviamo ed alle sue supreme istanze. Tutto campo di un mirabile aggiornamento, il quale, come ho detto prima, si risolve in un maggiore dovere.
Tutto ha avanzato; nulla è stato deformato di quanto è stabile per natura e per determinazione divina; nulla ha regredito. C’è stato aggiornamento, nessun rinnegamento” (Ib., 128).
4. In queste affermazioni c’è la risposta alle diverse domande che hai posto.
Le verità immutabili della dottrina non sono state toccate perché sono irreformabili.
C’è stato l’aggiornamento sui mezzi, dovuto al necessario atteggiamento pastorale della Chiesa.
L’introduzione parziale della lingua vernacola non fa parte della Costituzione divina della Chiesa. È una misura disciplinare che poco dopo è stata ulteriormente allargata.
Nessun problema dunque.
5. Con le mie stesse orecchie ho sentito il cardinale Siri affermare queste testuali parole: “Il Concilio va a letto in ginocchio”.
È questo l’atteggiamento teologico e di fede con cui ci si deve approcciare ad un evento così grande della vita della Chiesa in cui, aldilà delle discussioni umane, il grande protagonista è stato lo Spirito Santo.
6. I “tradizionalisti”, per respingere il Concilio, tornano sul tema della libertà religiosa mettendo a confronto le parole del magistero precedente con quelle del Concilio.
È vero, letti materialmente, i testi citati si contraddicono.
Ma il contesto è diverso perché precedentemente veniva condannata la libertà religiosa dalla verità. E questo rimane vero sempre.
Il Concilio invece, ma già prima con Pio XII, rivendica la libertà religiosa dall’autorità civile che la impedisce.
In tal modo il magistero è venuto in soccorso delle Chiese oppresse da regimi atei, come avveniva nel comunismo sovietico e nei paesi confinanti, o da regimi islamici fondamentalisti che tutt’oggi privano i cristiani della legittima libertà di culto.
7. C’è da meravigliarsi che i cosiddetti “tradizionalisti” non capiscano questo.
Con l’augurio che anche tu possa leggere gli atti del Concilio in ginocchio e trovarvi un grande arricchimento per la Chiesa, ti benedico e ti ricordo nella preghiera.
Padre Angelo
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