Quesito

Caro Padre Angelo,
Complimenti e grazie infinite per la sua attività! Le sue risposte sono illuminanti.
Vengo al quesito: a quanto so io, la Chiesa Cattolica condanna la pratica dell’usura, in base a una citazione presente nel Vangelo (mi scusi, ma non la ricordo bene) e poiché il denaro è guadagnato in maniera moralmente lecita solo con il lavoro. Allora io le chiedo: è peccato depositare i propri soldi in banca o alle poste, usufruendo così annualmente di un corrispettivo tasso d’interesse? Ho cercato qualcosa su internet, ma non ne sono venuto a capo, nel senso che pare che oggi come oggi la posizione della Chiesa nei confronti di questa situazione non sia stata espressa chiaramente.
La ringrazio per l’attenzione e per la risposta che mi fornirà.
Che Dio la benedica


Risposta del sacerdote

Carissimo,
1. Il termine usura inizialmente non aveva nessun significato cattivo, ma solo quello implicito nella sua etimologia: pagamento per l’uso del denaro altrui.
La parola usura viene dal latino utor, usus. È presente nel diritto romano e nel diritto canonico del Medioevo per indicare semplicemente “il compenso dovuto per l’uso di capitale altrui, consistente generalmente nel pagamento a termini periodici di una somma di denaro quale corrispettivo per l’uso di una prestazione in danaro o di altro bene mobile redditizio”.

2. Siccome però il prestito del denaro fin dai tempi più remoti ha dato origine ad abusi gravissimi per l’esosità dell’interesse richiesto, la parola progressivamente significò un vizio.
Nella Sacra Scrittura viene ripetuta questa condanna: mentre però l’Antico Testamento tollera l’usura degli israeliti nei confronti degli stranieri1, nel Nuovo Testamento viene raccomandato di prestare a tutti senza interesse: “Amate invece i vostro nemici, fate del bene e prestate, senza sperarne nulla, e il vostro premio sarà grande e sarete figli dell’Altissimo” (Lc 6,35).
Questo è il testo di cui non ricordavi la citazione.

3. Va ricordato tuttavia che a quei tempi il costo del denaro non era mobile, come è quello del nostro tempo.
Per cui il creditore di per sé non poteva esigere nulla di più.
Va ricordato anche che a quei tempi non si prestavano solo i denari, ma anche e soprattutto cose. Vigeva infatti il baratto.
Era dunque evidente che un oggetto prestato lo si doveva restituire integro senza chiedere altro.

4. Oggi invece il denaro è soggetto a continue perdite nel suo valore di acquisto.
Pertanto mettere in banca una determinata cifra e ritirarla tale e quale dopo dieci anni, significa ritirarla a minor prezzo, col solo vantaggio di colui al quale si è affidata e con l’impoverimento di chi l’ha imprestata.
E questo non è giusto.
Esigere il denaro prestato col medesimo potere d’acquisto è un atto di giustizia. Non si tratta di usura.

5. Allora l’espressione di S. Ambrogio: “qualunque cosa sia aggiunta al debito di capitale è usura” (De Tobia, 14,49) va intesa nel senso giusto, e cioè di dare al creditore quello che è suo, non qualche cosa di meno.

6. Ma oggi il denaro è res frugifera (realtà fruttuosa) perché col suo buon uso lo si può accrescere.
È giusto perciò non solo ricevere quanto si è prestato col medesimo potere d’acquisto, ma anche qualche cosa di più, dal momento che chi ha imprestato non ha potuto far fruttificare quella somma.
Che giustizia sarebbe quella di chi si è fatto prestare del denaro, l’ha fatto fruttificare per conto proprio e poi restituisce al creditore solo il denaro ricevuto?
Qui vi sarebbe un evidente svantaggio per chi ha imprestato.

7. Come è lecito imprestare chiedendo il giusto compenso, così è ugualmente lecito affidare i propri soldi alle banche perché li custodiscano nel loro vero potere d’acquisto e anche per accrescerlo.
Del resto il Signore stesso nella parabola evangelica dei talenti dice a chi aveva sotterrato il talento affidatogli: “Avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse” (Mt 25,27).

Ti ricordo Signore e ti benedico.
Padre Angelo

1 “Se presti denaro a qualcuno del mio popolo, all’indigente che sta con te, non ti comporterai con lui da usuraio: voi non dovrete imporgli alcun interesse” (Es 22,24); “Non farai al tuo fratello prestiti a interesse, né di denaro, né di viveri, né di qualunque cosa che si presta a interesse. Allo straniero potrai prestare a interesse, ma non al tuo fratello” (Dt 23,20-21).