Quesito

Caro Padre Angelo,
recentemente il Vangelo ha riproposto il brano in cui Gesù messo alla prova dai Farisei enuncia la famosa frase "Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio".
Questo brano mi ha fatto riflettere nuovamente sul dovere di pagare le tasse nell’ottica Cristiana.
Ovviamente ritengo ed ho sempre ritenuto doveroso pagare le tasse per contribuire allo sviluppo della collettività, ma mi domando e Le domando fino a che punto è d’obbligo pagare le imposte?
Se ad esempio uno stato imponesse di versare il 100% del reddito mi sembrerebbe ingiusto.
Il mio esempio, apparentemente paradossale, in realtà non è così lontano da ciò che non di rado accade.
Potrei citare molti esempi in merito dato che di mestiere faccio il commercialista.
Molto più spesso il livello di tassazione e contribuzione si aggira tra il 60% ed il 70% dei guadagni. A ciò si aggiunga il comportamento vessatorio e disonesto (potrei citare innumerevoli esempi) che lo stato, attraverso le sue articolazioni, riserva spesso ai contribuenti onesti.
Fatte queste premesse Le chiedo se, in tali casi, sottrarre una minima parte del reddito alla tassazione sia peccato o meno.
Ho già rivolto un paio di volte questa stessa domanda a dei confessori e la risposta è stata simile. In un caso mi è stato detto che si opera una giusta compensazione, nell’altro che il comportamento è giustificato di fronte ad uno stato ladro.
Cosa ne pensa Lei e soprattutto la dottrina cattolica?
Con affetto,
E.


Risposta del sacerdote

Carissimo E.,
1. la teologia cattolica dice quello che ti hanno riferito i confessori che hai interpellato.
Si tratta di un’onesta compensazione di fronte ad un male che ti viene ingiustamente inflitto e per il quale non vi sono altri modi per far avvalere i tuoi diritti.

2. Evidentemente in questa auto-compensazione è necessario procedere con molta cautela perché è facile guardare ai propri diritti tralasciando contemporaneamente l’osservanza dei propri doveri.
Il pagamento delle tasse è un obbligo morale perché di fatto noi riceviamo molti servizi da parte della società e questa stessa società non potrebbe continuare a garantirli se non ricevesse il contributo dei suoi membri.

3. Va ricordato inoltre che il pagamento delle tasse non è finalizzato solo alla promozione del bene comune della nazione all’interno della quale si vive, ma anche della comunità mondiale, per la quale si richiede il nostro dovere di solidarietà per mantenere la pace in situazioni estremamente critiche e per il miglioramento delle condizioni di vita di molta gente che vive in situazioni di sottosviluppo e di degrado umano.

4. Dicevo che in questa tema è necessario procedere con molta cautela.
Ti indico allora i criteri dati dalla teologia morale in questa materia:
primo, – che si tratti di un vero debito (che non vi sia solo motivo di carità, di promessa…) e di stretto rigore di giustizia. Quando le tasse arrivano alle proporzioni da te indicate evidentemente attuano un’ingiustizia perché fanno vivere nell’indigenza persone che svolgono onestamente e con competenza il proprio lavoro.

Secondo, – che il debito sia certo (certezza morale). In caso contrario vale il principio secondo cui “melior est condicio possidentis” (è migliore la condizione di chi attualmente possiede).
A questo proprio devo dire che talvolta anche una tassazione al 60 o 70% potrebbe essere lecita perché il contributo dei singoli deve essere proporzionato all’ammontare del bene comune. E se per caso una persona possedesse il 60 o 70 % del bene comune deve contribuire in eguale misura, esonerando dal pagamento delle tasse i più poveri.
Infatti i più abbienti, pur pagando molte tasse, possono fruire ancora di somme ingenti, mentre i poveri – pagate le tasse – si trovano in condizioni ancor più precarie.
Per questo in teologia morale viene insegnato che le tasse vanno assegnate con proporzione geometrica e non con proporzione aritmetica affinché i più ricchi non diventino sempre più ricchi a scapito dei poveri condannati ad essere sempre più poveri.

Terzo – che la compensazione non superi i limiti dello strettamente dovuto e sia fatta con le cose dovute (solo eccezionalmente e per impossibilità si può fare con cose diverse).
Nel caso da te riferito si tratta della medesima realtà e cioè di soldi. Pertanto non vi sono problemi.

Quarto – che non vi siano altri mezzi (ad es. non sia possibile ricorrere per via legale), si eviti lo scandalo o il danno per il debitore o per terzi, non si induca a sospettare di altri o anche di se stessi.

5. Come vedi, tutte queste condizioni mostrano come vi si possa ricorrere con molta prudenza emettendo il giudizio davanti a Dio dal quale a sua volta saremo giudicati.
Da parte tua hai fatto bene a ricorrere al parere del confessore per essere più sicuro in coscienza. È così che conviene fare.

Ti auguro ogni bene, ti  ricordo al Signore e ti benedico.
Padre Angelo