Due domande capziose presentate in buona fede da un nostro visitatore sull’aborto e sull’eutanasia

////Due domande capziose presentate in buona fede da un nostro visitatore sull’aborto e sull’eutanasia

Due domande capziose presentate in buona fede da un nostro visitatore sull’aborto e sull’eutanasia

Quesito

Caro Padre Angelo,
ho già potuto usufruire del Vostro edificante servizio. Che Dio Vi benedica per questo, soprattutto in questi tempi in cui la Verità diventa opinabile e tutto è concesso!
Vengo ai quesiti di oggi che riguardano, direi, la morale e l’etica.
Il primo quesito è sull’aborto. Naturalmente l’aborto consiste nel sopprimere una vita, e una vita innocente perché indifesa, quindi è da respingere. Personalmente ritengo, e le statistiche lo confermano, che l’aborto sia per lo più usato come un anticoncezionale a dispetto di quello che prevede la legge. A coloro che muovono obiezione dicendo che una donna violentata non deve essere costretta a partorire rispondo che certamente lo stupro è una terribile ingiustizia ma si può rimediare ad una ingiustizia con una ingiustizia maggiore? Lo stesso dicasi nel caso di feto malformato: è un essere umano malato e come tale bisognoso, quando nato, di cure e assistenza.
Ciò che mi fa problema è il caso della donna che potrebbe morire se portasse a termine la gravidanza. Caso raro ma non impossibile. Mi viene in mente a questo proposito Santa Gianna Beretta Molla che incinta, con un tumore all’utero, preferì morire anziché accettare cure che arrecassero danno al feto.
In questi casi l’aborto è vietato anche se la gravidanza e la successiva nascita fossero sicuramente mortali per la donna? E se invece della certezza ci fosse solo una qualche probabilità? Dare la vita per un’altra persona è certamente un atto di eroismo ma l’eroismo è moralmente obbligatorio? Una donna che abortisce per salvarsi la vita rischia la dannazione?

Il secondo quesito riguarda l’eutanasia.
I fautori dell’eutanasia presentano sempre e solo due opzioni: in caso di malattia, soffrire terribilmente o morire. In realtà c’è una terza opzione, ovvero le cure palliative e quando anche queste diventano inefficaci è possibile indurre il coma. In più, non ricordo quale Papa, ha sostenuto che l’uso di analgesici per i malati che soffrono terribilmente è sempre lecito anche se ciò significasse abbreviarne la vita poiché l’analgesico non verrebbe somministrato per uccidere ma per lenire il dolore: la morte sarebbe una conseguenza non voluta dell’analgesico. Ebbene, oggi assistiamo sempre più a pressioni politiche, sociali, mediatiche affinché gli ammalati scelgano il suicidio assistito quando sono troppo vecchi o malati. La mia domanda è la seguente: supponiamo che io mi ammali e che la malattia mi procuri dolori umanamente non sopportabili. Supponiamo che io chieda di essere curato con analgesici e, se non bastano, con l’induzione del coma. Supponiamo infine che le cure palliative mi vengano negate perché magari in un futuro non troppo lontano il suicidio assistito dei malati gravi diventerà, nei fatti, obbligatorio (possiamo escluderlo?). In pratica, supponiamo che di fronte al dolore della malattia mi venga posta l’opzione di cui dicevo all’inizio (sofferenza o morte). Ebbene se, contro la mia volontà, non venissi curato con analgesici e perciò il dolore divenisse insopportabile e scegliessi il suicidio, commetterei peccato? La mia volontà sarebbe quella di vivere ma il dolore non è sopportabile e non verrei curato con gli analgesici; il suicidio, quindi, sarebbe in realtà una mia scelta ma una scelta forzata. Morirei dunque in peccato mortale?
La ringrazio per la Sua risposta.


Risposta del sacerdote

Carissimo,
1. a proposito dell’aborto va ricordato come principio generale che nessuno è padrone della vita di un altro all’infuori di Dio.
Tu mi poni un caso limite: la donna potrebbe morire se portasse a termine la gravidanza.
Oggi si rimedia facilmente a questo pericolo inducendo il parto, e cioè facendo partorire la donna prima del tempo, quando il feto è appena capace di vita extrauterina.

2. In ogni caso però nessuno può sopprimere direttamente il bambino per salvare la propria vita.
Le due vite, quella del bambino e quella della madre, sono di pari dignità.

3. Il caso di Gianna Beretta Molla era diverso.
Lei era affetta da tumore all’utero.
Il proseguimento della gravidanza avrebbe potuto aggravare la sua situazione. Di per sé si sarebbe potuto procedere all’asportazione dell’utero, intervento che non di rado viene fatto alle donne, anche se non sono incinte.
In questo caso per lei non si sarebbe trattato di un aborto diretto, ma indiretto e avrebbe potuto acconsentire all’intervento.
Ma preferì portarsi dietro la malattia perché il bambino (che fu poi una bambina) vivesse. Dopo il parto per lei le cose precipitarono e nell’arco di una settimana morì.
Al posto della morte del bambino e poco dopo probabilmente anche della sua, ha preferito che la morte colpisse solo lei e che il bambino vivesse.
Questo è stato l’atto eroico di Gianna Beretta Molla.

4. Mi chiedi infine se una donna che compie un aborto diretto per tutelare la propria salute rischi la dannazione.
Da un punto di vista oggettivo compie un peccato grave.
Le coscienze invece le giudica il Signore e per questo mi astengo dal giudizio. Sono persuaso però che il Signore dia a tutti il tempo per pentirsi e per salvarsi.

5. Per la seconda questione è stato Pio XII a dire che se gli analgesici avessero come effetto indiretto di abbreviare la vita, non sarebbero per questo da proibire.
Infatti la vita non viene abbreviata di volontà propria, ma come effetto indiretto di un intervento lecito e talvolta anche doveroso.

6. Per il caso ipotetico che mi hai proposto: o dolori indicibili o eutanasia (che equivale a suicidio) si deve dire: facciamo qualsiasi cosa per lenire i dolori.
Per il resto, l’eutanasia è da escludere perché nessuno di noi è proprietario della mia vita.
L’eutanasia è la stessa cosa che sostituirsi ai disegni di Dio e oggettivamente è un peccato grave.

7. Il Catechismo della Chiesa Cattolica dice:
“2276. Coloro la cui vita è minorata o indebolita richiedono un rispetto particolare. Le persone ammalate o handicappate devono essere sostenute perché possano condurre un’esistenza per quanto possibile normale.

2277. Qualunque ne siano i motivi e i mezzi, l’eutanasia diretta consiste nel mettere fine alla vita di persone handicappate, ammalate o prossime alla morte. Essa è moralmente inaccettabile.
Così un’azione oppure un’omissione che, da sé o intenzionalmente, provoca la morte allo scopo di porre fine al dolore, costituisce un’uccisione gravemente contraria alla dignità della persona umana e al rispetto del Dio vivente, suo Creatore.
L’errore di giudizio nel quale si può essere incorsi in buona fede, non muta la natura di quest’atto omicida, sempre da condannare e da escludere”.

8. Infine ipotizzi che le cure palliative vengano negate e chiedi se in questo caso uno possa scegliere il suicidio e se così facendo pecchi gravemente.
Ebbene, io ti posso dire che ci sono state persone che non hanno voluto le cure palliative. Hanno preferito andare incontro al Signore in maniera lucida e concludere la propria vita in una autentica immolazione come quella di Cristo sulla croce.
Penso che la risposta migliore sia questa.
E credo che si debba evitare una risposta diretta a una domanda disperata e moralistica, in ogni caso pronta ad accusare, come quella che mi hai presentato.

Ti auguro ogni bene, ti ricordo al Signore e ti benedico.
Padre Angelo