Quesito

Caro Padre Angelo,
che cosa può dirmi sul diluvio?
Ha ricoperto tutta la faccia della terra?
Che l’Angelo custode e gli Arcangeli ci aiutino insieme a tutti i Santi.
Giuseppe


Risposta del sacerdote

Caro Giuseppe,
ti riporto quanto dicono due studiosi di Sacra Scritture: E. Galbiati e A. Piazza.

1. “L’autore ispirato presenta ripetutamente il diluvio come universale: esso travolse l’umanità
(Genesi, 6,7), tutti i viventi (6,13), tutto quello che c’è sulla terra (6,17), ogni essere
(7,4), tutto ciò che respira alito vitale (7,22), e le acque coprirono tutti i monti alti che
sono sotto tutto il cielo (7,19).
Queste espressioni non sono in realtà così categoriche come possono sembrare a prima vista.

2. Vi sono esempi nel linguaggio biblico, in cui la parola «tutto» si riferisce ad una parte che
l’autore considera nel suo complesso.
Riferendosi al prossimo ingresso degli Ebrei in Palestina, Iddio promette al suo popolo: «oggi incomincio a spandere il terrore e la paura di te sui popoli sotto tutto il cielo» (Deuteronomio 2,25). Qui evidentemente si tratta solo dei popoli delle varie regioni della Palestina.
La carestia, al tempo di Giuseppe, «era grande in tutta la terra e da tutti i paesi si veniva a comperare grano» (Genesi 41,57). Qui l’orizzonte è più vasto che nell’esempio precedente, ma non di molto.
La lotta tra i fedeli di Davide e i partigiani di Assalonne dilagò «sulla faccia della terra» (2 Samuele 18,8). Qui l’orizzonte è ristrettissimo: si tratta di una parte della Palestina.
Non mancano altri esempi; e una simile elasticità di linguaggio compare anche nel Nuovo Testamento, nell’episodio di Pentecoste, alla quale partecipavano persone appartenenti «a tutte le nazioni che sono sotto il cielo» (Atti 2,5), evidentemente nell’ambito dell’Impero Romano, come risulta dall’enumerazione che segue (v. 9-11).

3. L’affermare che l’autore sacro dicendo «tutta la terra» dà a questi termini il senso più ovvio per noi, è un abusare delle sue parole: perchè, in primo luogo, ci risulta, come si è visto, l’elasticità di tale espressione nel linguaggio biblico; in secondo luogo perchè le parole «tutta la terra» hanno per noi un significato concreto corrispondente alle nostre progredite nozioni geografiche, che l’autore sacro neppure sospettava, nè poteva perciò esprimere nelle sue parole.

4. Non c’è dunque da immaginarsi un diluvio che copra di acqua fino all’altezza dell’Everest tutto il globo, dall’Alasca fino alla Nuova Zelanda! La Genesi non conosce né l’Everest né la Nuova Zelanda e neppure il globo.
Resta perciò da escludere l’universalità geografica, non tanto per gli innumerevoli, strepitosi miracoli che esigerebbe, quanto perchè effettivamente non rispondente alle intenzioni dell’autore sacro.
Ma qual è allora la portata delle parole bibliche? Fin dove si estende l’orizzonte di questa universalità?

5. Ci sono due correnti tra gli studiosi cattolici.
Alcuni affermano: tutti gli uomini (universalità antropologica), e quindi tutta la terra abitata allora dagli uomini e tutti gli animali che si trovavano in quella regione. Infatti l’autore mostra il diluvio come castigo per la condotta degli uomini: gli animali periscono perchè si trovano nella stessa zona e la loro rovina è ripetutamente ricordata, perchè aggiunge un qualche cosa di tragico alla grandiosità del castigo divino. A tale menzione inoltre è correlativa quella degli animali salvati nell’arca, evidentemente per un celere ripopolamento di quelle terre.

6. Altri pensano che l’autore non intenda parlare neppure della distruzione di tutti gli uomini, ma solo di quella parte di essi da cui proviene la famiglia di Noè e quindi gli antenati del popolo eletto (universalità antropologica relativa). Fanno notare infatti:
1) che l’autore sacro in tutta la Genesi segue il sistema di restringere via via l’ambito del suo argomento. La cosa è chiara dal diluvio in avanti. Dopo aver elencato i popoli discendenti da Japhet, Cam, Sem (cap. 10), abbandonando tutti gli altri al proprio destino, si interessa di una linea sola, quella che da Sem, attraverso Arphaxad, conduce a Thare (Terah) (cap. 11).
Dei figli di Thare prende in considerazione Abramo, e trascura totalmente gli altri dopo qualche accenno (cap. 11,27-32; 2,1-5).
Abramo ha due figli, Ismaele ed Isacco. Ricordata solo con una genealogia (25,12-18) la posterità di Ismaele, l’autore procede con Isacco (25,19); Isacco ha due figli, Esaù e Giacobbe; riferiti alcuni episodi interessanti i due patriarchi, l’autore dà una lunga discendenza di Esaù (cap. 36), (che così esce dal campo del suo interesse), per poi procedere con la storia di Giacobbe e dei suoi dodici figli. Così l’orizzonte va man mano restringendosi, fino ad abbracciare il solo popolo d’Israele.
Questo disegno è meraviglioso, e non ha riscontro in nessuna opera dell’antico Oriente. Esso mostra che l’autore ispirato, prima di interessarsi del suo popolo, ha di mira l’umanità intera, e che è lo stesso Dio di Israele Colui che dirige le sorti
dell’universo.
Ma tale processo eliminatorio s’inizia solo dopo la narrazione del diluvio, o non prima?
Secondo questi studiosi cattolici l’autore sacro, dando la discendenza di Caino, elimina già un
ramo dell’umanità; si può pensare che i Cainiti non torneranno più sul suo orizzonte. Poi si
accenna a Seth e ad altri figli e figlie di Adamo (5,3-4). Gli altri figli e figlie sono eliminati
ed è preso in considerazione solo Seth. Seth genera Enos, e altri figli e figlie; anche questi si
eliminano e si procede con Enos. Così fino a Lamech e Noè. Avremmo allora all’epoca del
diluvio una umanità già suddivisa in rami, di cui l’autore sacro prende in considerazione solo
la discendenza di Seth o le sue ultime diramazioni, in mezzo a cui vivono i «figli di Dio»
(6,2).
2) Un altro argomento sarebbe offerto dalla tavola dei popoli che fa seguito alla
narrazione del diluvio (cap. 10). Ivi l’autore sacro elenca i popoli della terra, mettendoli in
relazione, e non altro, perchè qui, assai più che altrove nelle genealogie, la parola «figlio»
ha significato molto vago. In realtà i discendenti di Sem, Cam e Japhet sono talora degli
individui, più spesso dei popoli, talora perfino delle città. In certi casi si tratterà di
pertinenza razziale, ma, in altri casi, la relazione può essere puramente estrinseca, quale
l’assimilazione della stessa civiltà o la continuazione della stessa egemonia (caso collettivo di
discendenza giuridica). Comunque questa settantina di nomi strani, molti dei quali furono solo
recentemente messi in luce dagli scavi archeologici (basti pensare agli Hittiti, Amorriti e
Cretesi) comprende solo popoli del Mediterraneo, dell’Asia Minore, Caucaso, Mesopotamia,
Arabia ed Egitto. Tutti popoli di razza bianca (Europoidi). Gli altri non sono nell’orizzonte
dell’autore sacro e quindi non sarebbero da lui compresi nel diluvio. E’ difficile infatti ammettere che egli
ignorasse l’esistenza dei negri, spesso rappresentati sui monumenti dell’Egitto, dove anche
erano adibiti come schiavi.

7. Non è facile decidere quale delle due ipotesi sia preferibile, non fornendo il contesto elementi
sufficienti per un giudizio certo.
L’idea fondamentale dell’autore sacro appare tuttavia salva in ambedue le interpretazioni, anche se, supponendo la distruzione totale dell’umanità, si è
più in armonia collo sfondo universalistico dei capitoli che precedono la storia di Abramo” (Pagine difficile della Bibbia, pp. 217-221).

Ti auguro ogni bene, ti ricordo al Signore e ti benedico.
Padre Angelo