Quesito

Rev.do P. Angelo,
leggo sempre con grande interesse il sito www.amicidomenicani.it, un grande aiuto spirituale.
C’ è una cosa che però non riesco a capire: il rapporto tra la Chiesa ed il tempo libero.
Di opinioni a riguardo ne ho sentite diverse: c’ è chi lo considera quasi come fosse un regalo del demonio, chi lo considera invece come un dono della Divina Provvidenza, chi invece come qualcosa che gli uomini hanno saputo guadagnarsi da soli grazie al progresso scientifico e tecnologico, ecc…
Insomma, tante teste tante idee!
Qual’ è, se c’ è, il pensiero ufficiale della Chiesa a riguardo?
Il tempo libero porta poi con se un altro problema, cioè il suo utilizzo.
Anche qui le opinioni divergono: c’ è chi dice di utilizzarlo per la preghiera, chi per gli amici ed il divertimento purché sano (divertiti ma non peccare, ho sentito che diceva Don Bosco), chi per entrambi, chi per fare opere buone verso il prossimo, ecc…
Ancora una volta tante teste tante idee!
Qual’ è, se c’ è, il pensiero ufficiale della Chiesa a riguardo?
Mi permetto ora di esprimere la mia opinione:  ritengo che possa trattarsi di un dono di Dio, che noi dobbiamo saper utilizzare bene, come tutto ciò che viene da Dio (anche perché di come avremo utilizzato i suoi doni ci verrà chiesto conto).
Quello che penso è che non dobbiamo farne un idolo, e cioè dobbiamo ricordarci sempre che questo tempo, in qualunque modo lo avremo utilizzato, non ci verrà restituito se lo avremo utilizzato male e/o se non saremo stati soddisfatti di esso, non esiste il "soddisfatti o rimborsati " in questo campo! Soprattutto non dobbiamo pensare che le cose piacevoli che possiamo fare in esso siano lo scopo finale della nostra vita, che è raggiungere Dio e restare con lui per sempre.
A sostegno della mia tesi voglio citare due esempi, quello di Santa Gianna Beretta Molla e quello del Beato Alberto Marvelli.
Leggevo che la prima, in viaggio di nozze, raccomandava al marito di non limitarsi a visitare chiese, ma di seguire anche itinerari di svago (…).
Leggevo poi, in un’intervista alla sorella, che il secondo stava spesso in compagnia, ed aveva un gran numero di amici (sia maschi che femmine). Quando però si accorgeva che un’amica da lui cercava altro, con molto garbo se ne distaccava.
Ovviamente senza trascurare i propri doveri religiosi e non.
Anche qui egli sapeva che gli amici e lo stare con loro non costituivano né potevano costituire lo scopo fondamentale della vita.
Che glie ne pare?
Forse sbaglio a pensarla così?
La ringrazio per l’attenzione.
Emiliano


Risposta del sacerdote

Caro Emiliano,
1. non dobbiamo attenderci dalla Chiesa una sentenza ufficiale per ogni problema umano.
La Chiesa in genere interviene col suo magistero quando alcune verità o problemi urgono di essere messi in evidenza e quando vi sono errori o pericoli di errori da evitare per il bene dell’uomo.
Il problema del tempo libero non è una questione oziosa se le settimane sociali cattoliche che nel periodo del loro grande splendore (dal dopoguerra fino all’inizio degli anni ’70) vi hanno una intera sessione, quella del 1959.
Tenne la prolusione il Card. Giuseppe Siri, arcivescovo di Genova, che era presidente del comitato di quelle settimane e che indubbiamente è stato una figura di grande spicco della gerarchia cattolica.

2. Ti riporto alcuni passi della sua prolusione:
“La Settimana, che oggi si apre, studierà quello che le è possibile sul futuro equilibrio
dell’uomo. Nessuno si stupisca; occuparsi del «tempo libero» è occuparsi dell’equilibrio dell’uomo.
La ragione è questa. L’uomo è in equilibrio vitale solo quando ha una attività, dato che l’inerzia non gli si addice e lo rovina sotto tutti i profili. Occuparsi di questa attività, della sua ripartizione e del suo criterio è allora studiare veramente l’equilibrio dell’uomo.
Noi non siamo qui ad occuparci della alternativa tra far qualcosa e far niente, perché questa alternativa non si dà e non si può dare se vogliamo un uomo sano di mente e di corpo.
Noi
siamo qui a studiare dei limiti e dei criteri tra una attività necessaria alla vita materiale ed una attività di libera scelta.
E siamo qui a studiare tutto questo perché sappiamo che è ormai nella inarrestabile realtà
delle cose che si restringa il margine della attività necessaria per i bisogni della vita, mentre di pari passo si allargherà il margine del tempo dedicabile con libera scelta ad
attività non strettamente necessarie. Il tempo che viene impiegato nelle prime si chiama
«tempo di lavoro», l’altro si chiama «tempo libero».
A proposito del tempo libero non siamo qui per dire solamente: dormite; siamo qui per studiare ragioni supreme e motivi di un impiego che non lo renda o inutile o dannoso per gli
uomini. La vera alternativa del tempo libero non è solo tra lavoro ed ozio, ma tra due diversi ed ugualmente ragionevoli impieghi del tempo.
Quando lavoro e svago sono strumenti di elevazione della persona umana? Quando sono nell’ordine stabilito da Dio. Fuori di quell’ordine il lavoro può rovinare e lo svago diviene indubbiamente causa di deterioramento.
Qual è quest’ordinamento che ha la perfetta saggezza di visione eterna? È mio dovere esibirvene uno schema, di cui occorre scorgere il principio. Non per nulla ho detto prima che
l’argomento di questa Settimana tratta di fatto dell’equilibrio della vita e che obbliga così a guardare in faccia crudamente e senza eufemismi verità serie e severe. So bene che a noi
interessa il fatto sociale e abbiamo per statuto di abbordare in questa sede tutti gli argomenti in quanto si riferiscono alla vita sociale, e cioè alla ordinata e benefica convivenza degli uomini; ma accade che l’aspetto sociale abbia radici ben lontane dal livello in
cui diviene «rapporto tra gli uomini». Quando è così si deve risalire alle sorgenti” (pp. 284-285).

3. Il card. Siri prosegue esponendo il motivo della vita umana sulla terra che ridotto all’osso è quello di tornare a Dio non semplicemente con quanto si è ricevuto, ma con qualcosa di proprio che costituisce il merito personale.

4. Dice ancora:  “Il riposo è lecito ed anche doveroso a due titoli: come recupero delle energie perdute e come riserva per le energie ritenute necessarie
al poi. Il riposo che va oltre questo limite non è riposo, ma ozio.
Lo svago è una forma di riposo e lo è in quanto, con la variazione dell’impegno, libera il punto di maggiore ed abituale pressione; non solo, ma anche perché è maggiormente «secondante», ossia soddisfa maggiormente il senso del piacere. Va da sé che noi non possiamo considerare favorevolmente uno svago il quale secondi il piacere illecito.
Resta dunque il fatto che lo svago è una forma di riposo, ottenuto con mezzi particolari e positivi, con la variazione, con l’«assecondamento» dell’istinto del piacere e senza oltraggio al dovere. Pertanto segue la legge stessa del riposo allorché si pone la questione dei limiti: diviene lecito quanto è richiesto a ristorare l’equilibrio fisico e morale per la fatica compiuta o l’impegno assolto ed in quanto è ragionevolmente ritenuto necessario a preparare
al lavoro ed al compito che seguirà.
Ciò significa con estrema chiarezza che il problema dello svago non è solo nella sua forma,
nei suoi strumenti, ma ancora ed anzitutto nella sua durata. Il suo problema morale e
sociale non è affatto risolto quando lo si è contenuto in manifestazioni accettabili ed anche utili, va risolto anzitutto nei suoi termini di durata. Noi non siamo in questo mondo
per divertirci, ci siamo per meritare” (pp. 286-287).

5. (…).
Giunto a questo punto e parlando per dei cattolici, in sede di dottrina cattolica sento il dovere di volgermi all’Evangelo e chiedere all’Evangelo medesimo delle indicazioni non solo per la impostazione generale operativa della vita, ma soprattutto per l’impostazione specifica, ossia per l’impiego di quella zona che sta tra la dura necessità del pane e la spensierata dilatazione dello svago; la zona cioè che oggi assume un posto di rilievo nelle nostre e – speriamo – nelle altrui considerazioni.
Il Vangelo invita a seguire Gesù Cristo, nel servizio di Dio, nell’opera della Redenzione. Il Vangelo invita a rendere a Dio raddoppiati tutti i talenti ricevuti, non solo quelli che la condizione civile obbliga a sfornare o che l’ambizione e la cupidigia sollecitano a produrre sulla grande scena, ma tutti e in tutte le direzioni. Mai si è intesa più cogente sollecitazione al pieno impiego di se stessi che nella parabola dei talenti. La sua considerazione profonda è bastevole a dare il vero ed autentico senso della vita.
Il Vangelo spinge tutta l’operazione degli uomini, quanta è volta verso di loro stessi, altrettanta verso i loro fratelli. Si tratta della legge della carità. Nessuno si adonti: la carità fa anche fare l’elemosina, che tutti dicono di non voler ricevere e che molti sollecitano in palliatissimi modi persino legali. La carità secondo Gesù Cristo la si fa anzitutto con se stessi (carità dell’essere), facendo di sé – siccome ha fatto Lui – colui che giova al prossimo. Ripeto, nessuno si adonti: sarà difficile che tutti e sempre non abbiano bisogno di un soccorso materiale del quale dovrebbe incaricarsi la perfetta organizzazione della vita civile; ma, dato e non concesso che quel momento di «non bisogno» venga per tutti, ci sono infinite altre cose delle quali abbiamo necessità, che non sono il denaro o i beni materiali, che non si potranno mai far dare per legge (immaginate l’amicizia per legge!) e che soltanto la carità potrà continuare a fornire inesauribilmente agli umani contatti, specialmente allorché essi si facessero stentati o violenti. È la luce che scende sulla questione del tempo libero” (pp. 291-292).

6. Il Cardinale ha poi così concluso:
“Tutto quello che sta accadendo nei nostri giorni rivela un disegno di Provvidenza. Ma se ci occorresse di lasciare alla deriva quanto rimane e quanto grandeggerà vieppiù tra l’area della necessaria fatica e quella del più leggero svago, ossia se ci occorresse di trascurare il problema dell’impiego pieno della vita, noi lasceremo radicare il seme di un veleno universale.
Se noi non ci avvedessimo a tempo che tale impiego pieno condiziona la stessa sanità del lavoro e la stessa capacità distensiva dello svago onesto ai quali apporta sostanza, dilatazione, profondità e valore, noi permetteremmo un tramonto della umana persona ugualmente insidiata tanto dalla necessità troppo dura quanto dallo svago senza maggiori ideali.
Se sul terreno sociale noi credessimo essere il problema indifferente, potendosi ritenere soddisfatto ogni impegno a salario desiderabile ed a considerazione ottenuta nella partecipazione del comando ragionevole, noi lasceremmo il peggiore nemico libero di sovvertire ogni ordine, ogni risorsa, ogni anima e dovremmo seriamente temere per questo del sopravvivere del presente ciclo di civiltà.
Se le disgrazie hanno spesso minati i popoli, più hanno tratti a vicende funeste le dissolutezze sgorgate dal loro non frenato benessere; se si hanno a temere i violenti, più si devono paventare, quando fossero troppi, gli stanchi della vita dei quali in mille modi diverrebbe tragica catarsi la incontenibile esplosione propria delle debolezze” (pp. 292-293).

Il Card. Siri ha ricordato la necessità dello svago e anche la necessità di impiegare il tempo libero perché la società diventi più umana, più animata da affetto fraterno.
Ti ringrazio per avermi posto un quesito così singolare, che merita la nostra attenzione.
Ti ricordo al Signore e ti benedico.
Padre Angelo