Caro Padre Angelo,
sono un sacerdote diocesano.
Gentilmente vorrei qualche parola di chiarimento e approfondimento sull’intima e sostanziale relazione tra ortodossia e ortoprassi. La dottrina della Chiesa regola e dà forma all’agire morale ed ecclesiale dei fedeli. Ogni elemento del deposito della fede ( lex credendi) è unito alla regola della preghiera e della celebrazione liturgica della Chiesa (lex orandi) e di conseguenza alla vita del fedele (lex vivendi). Ogni aspetto della dottrina ma soprattutto i dogmi della fede cattolica hanno una connessione con la vita e il corretto agire morale ed ecclesiale. Purtroppo oggi mi capita di sentire (anche da molti confratelli) che alcuni dogmi (tipo quello della verginità perpetua della Beata Vergine Maria in particolare post partum) sono indifferenti alla vita cristiana. In altre parole: se Maria avesse avuto altri figli dopo Gesù non sarebbe cambiato nulla nell’economia salvifica e tantomeno per noi fedeli. So che alcuni aspetti della dottrina sono gerarchicamente di grado differente rispetto ad altri. Ma nulla della nostra fede è inutile o indifferente: anzi! Oggi purtroppo nei seminari non si insegnano più certe cose e le priorità sono altre.
Spero di essermi spiegato a sufficienza e, chiedendole preghiere per me, le assicuro le mie e la ringrazio per questo utilissimo ministero che svolge.
Don G.


Caro don G.,
1. il termine ortoprassi (che etimologicamente significa giusta condotta) è ambiguo.
È stato usato infatti da alcuni teologi nei decenni passati per dire che la cosa più importante è la giusta condotta.
Sennonché per giusta condotta non intendevano la conformità della comportamento all’ortodossia, e cioè alla verità della fede, ma all’impegno politico che ci si assumeva, con particolare riferimento alla teologia della liberazione.
In questo caso l’ortoprassi consisterebbe in “un certo tipo di prassi” come sottolineava criticamente il documento della Congregazione per la Dottrina della fede Libertatis nuntius. Nella fattispecie si sarebbe trattato di una “prassi rivoluzionaria” che “sarebbe diventata il criterio supremo della verità teologica” (Ib., X,3).
È chiaro che tu non intendi ortoprassi in questo senso, ma come quel corretto comportamento che è illuminato e guidato dalla fede.

2. Ora va ricordato che tutte le verità di fede insegnate dalla Chiesa non sono puramente delle verità teoriche, ma sono verità salvifiche.
Ciò significa che intendono comunicare qualche cosa alla vita cristiana.
Nessuna di queste verità è inutile.
Tutte le parole di Gesù sono parole di vita eterna. In altri termini sono parole che vanno vissute perché comunicano qualche cosa di importante e di prezioso.

3. Certo, come tu giustamente rilevi, c’è una gerarchia tra le verità di fede.
In riferimento a questo il Catechismo di San Pio X chiedeva: “Quali sono i misteri principali della fede”.
Con la dizione “misteri principali” metteva in risalto il nucleo centrale della nostra fede.
Altre verità sono meno centrali, alcune sono addirittura periferiche, ma nessuna di esse è inutile.
Tutto quello che Dio ci ha rivelato è utile per la nostra salvezza.
Disprezzare una sola delle verità di fede è dannoso per la nostra vita spirituale così come è dannoso per il nostro corpo la carenza di qualche elemento utile per l’insieme dell’organismo.

4. Non è necessario per tutti i fedeli avere la conoscenza esplicita dell’utilità delle singole verità di fede meno centrali.
È sufficiente che siano accolte tutte nella disposizione dell’anima.
Tuttavia come non sarebbe bello (per usare un linguaggio eufemistico) se un medico non conoscesse a che cosa si riferiscono tutti e singoli i valori del sangue così a fortiori non sarebbe bello se i pastori, e cioè i sacerdoti, che per vocazione e missione sono maestri nella fede e nella vita cristiana, non conoscessero il significato salvifico delle verità di fede.
Tanto più che che sono chiamati comunicarle ai fedeli.

5. Venendo adesso al significato salvifico della verginità della Beata Vergine Maria bisogna dire che esso è intimamente collegato con la verginità prima del parto e durante il parto.
La verginità prima del parto rimanda all’incarnazione di Dio nella nostra anima.
La verginità durante del parto rimanda alla presenza personale di Gesù risorto e glorioso nei nostri cuori. Infatti secondo alcuni autori Gesù avrebbe anticipato nel parto della Vergine quella condizione gloriosa che mostrò a tre Apostoli sul monte della trasfigurazione. San Tommaso lascia intuire che il parto avvenne come un ulteriore anticipo di quanto avvenne nella trasfigurazione perché dice che questo parto avvenne come il raggio di luce che pur attraversando il vetro non lo ferisce ma lo illumina.
La verginità dopo il parto viene custodita dalla Madonna come segno di gratitudine per quanto Dio aveva operato in Lei: “La Madre di Dio si sarebbe dimostrata sommamente ingrata a non contentarsi di un Figlio così grande e a perdere spontaneamente con rapporti coniugali la verginità, che un miracolo le aveva conservato” (Somma teologica, III, 28, 3).
Per la nostra vita cristiana dopo aver ricevuto la presenza di Dio nella nostra anima non sarebbe manifestazione di somma ingratitudine preferirgli qualcosa d’altro, magari un piatto di lenticchie?

6. Sì, possiamo e dobbiamo desiderare anche altre cose, ma sempre in riferimento a Dio e per custodire il dono preziosissimo che abbiamo ricevuto.
Non dobbiamo desiderare niente che sia meno di Dio.
Tutto quello che desideriamo di inferiore a Lui lo dobbiamo desiderare in vista di Lui, ut Deo uniamur, come dice Sa Tommaso, per essere uniti a Dio (Somma teologica, II-II, 83, 1, ad 2).
Così ci insegna a vivere la sempre Vergine Maria, soprattutto nella sua verginità post partum.

Ti ringrazio, caro don G., per avermi dato l’occasione di dire queste cose.
Ti auguro ogni bene per il tuo ministero e assicuro la mia preghiera per la sua fruttuosità.
Padre Angelo