Le scrivo padre per esporle dei dubbi che ho sulla dottrina sociale della Chiesa, in particolare sull’uguaglianza degli uomini davanti a Dio e davanti agli uomini

////Le scrivo padre per esporle dei dubbi che ho sulla dottrina sociale della Chiesa, in particolare sull’uguaglianza degli uomini davanti a Dio e davanti agli uomini

Le scrivo padre per esporle dei dubbi che ho sulla dottrina sociale della Chiesa, in particolare sull’uguaglianza degli uomini davanti a Dio e davanti agli uomini

Quesito

Caro Padre Angelo,
Le scrivo padre per esporle dei dubbi che ho sulla dottrina sociale della Chiesa, in particolare su come si debbano intendere gli insegnamenti della Bibbia sull’uguaglianza degli uomini davanti a Dio e davanti agli uomini.
Un professore della mia università dice che è stato il cristianesimo a ispirare l’idea che gli uomini debbano essere uguali davanti alla legge. Questo a me sembrerebbe un merito encomiabile ma la mia conoscenza, seppur scarsa, delle Sacre Scritture mi da una impressione diversa, ossia che l’eguaglianza degli uomini davanti a Dio non implichi una eguaglianza sociale e giuridica tra gli uomini e che se il cristianesimo ha ispirato il principio dell’uguaglianza degli uomini davanti alla legge lo ha fatto semplicemente non approvando e non appoggiando le disuguaglianze sociali presenti nei secoli passati come se fossero state il solo modo giusto di organizzare la società come fanno altre religioni,per esempio l’induismo, ponendo meno resistenza di fronte al loro declino.
In effetti San Pio X scrisse: “Di qui viene che, nella umana Società, è secondo la ordinazione di Dio che vi siano principi e sudditi, padroni e proletari, ricchi e poveri, dotti e ignoranti, nobili e plebei, i quali, uniti tutti in vincolo di amore, si aiutino a vicenda a conseguire il loro ultimo fine in Cielo; e qui, sulla terra, il loro benessere materiale e morale” [Enciclica ‘‘Fin dalla prima (1903)’].
San Paolo di Tarso chiese al padrone Filemone di accogliere lo schiavo Onesimo "come un fratello" ma questo è un caso particolare che non esprime il giudizio complessivo dell’Apostolo delle genti sulla servitù; inoltre in altre occasioni San Paolo sembrerebbe confermare la validità dell’autorità dei padroni sui loro servi (1 Timoteo 6, 1-2). E poi sia sicuri che Paolo proponesse a Filemone di liberare Onesimo quando suggerisce lui di accoglierlo "come un fratello carissimo" e non semplicemente di perdonare la sua fuga, al di là del fatto che Filemone abbia deciso di liberare Onesimo o meno?
Sant’Agostino d’Ippona invece credeva che la servitù non fosse che una conseguenza naturale del peccato originale (De Civitate Dei, XIX, 15), il quale secondo i dogmi cristiani farà sentire i suoi effetti sull’umanità fino alla fine dei tempi.
Per favore perdoni se la domanda è un po’ troppo prolissa e la ringrazio della disponibilità.


Risposta del sacerdote

Carissimo,
1. bisogna fare una distinzione fra la dignità della persona in quanto tale e i ruoli che le singole persone hanno in questo mondo.

2. Ora non vi è dubbio che le persone siano tutte di pari dignità.
Il concilio Vaticano II nel n. 29 della Gaudium et spes parla “dell’essenziale uguaglianza fra gli uomini”.
L’affermazione è fondata anzitutto su motivi di diritto naturale: tutti hanno la stessa natura e la stessa origine (Catechismo della Chiesa Cattolica, 1935).
La divina Rivelazione illumina ulteriormente la verità dell’uguaglianza.
Essa ricorda che tutti gli uomini sono stati redenti da Cristo, che tutti godono della medesima vocazione e che nell’uomo elevato alla dignità di figlio di Dio non vi è più alcun motivo di pretesa supremazia degli uni sugli altri: “Non c’è più né giudeo né greco; non c’è più né schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù” (Gal 3,27-28). Questa luce aiuta a superare le tentazioni di stabilire delle disparità per motivi di razza, di sesso, di cultura.
Tutti, dunque, sono di pari dignità: l’uomo e la donna, il bambino e l’anziano, chi sta iniziando il percorso della sua vita e chi lo sta concludendo. Sono infatti persone, e vale a dire “sostanze individuali di natura ragionevole” come diceva S. Boezio nel De duabus naturis et una persona Christi, e, come tali, nessuno è più persona di un altro.

3. Uguali e perfetti come persone, gli uomini però “non sono uguali per la varia capacità fisica, e per la diversità delle forze intellettuali e morali” (Gaudium et Spes 29). Noi diremmo che non sono uguali nella personalità, all’interno della quale ci può essere evoluzione ed involuzione. La personalità riguarda beniche sono certamente importanti per un individuo, ma secondari (o accidentali) rispetto alla dignità della persona, come la salute, la prestanza fisica, le doti, le virtù, le capacità, la cultura, l’esperienza di vita…
In questo secondo ambito ci possiamo mettere anche i ruoli che le persone esercitano nella società.
Pertanto all’interno di una struttura scolastica preside e bidello sono di pari dignità come persone, ma di ruoli diversi, al punto che il secondo è subalterno al primo.
Lo stesso discorso vale anche per struttura ospedaliera tra il medico e l’infermiere. Ambedue di pari dignità come persone, ma quanto al ruolo il secondo è subalterno al primo.

4. Ora è stato il cristianesimo a introdurre il concetto di pari dignità.
Nelle culture antiche gli schiavi erano considerati cosa e proprietà dei padroni.
Anche oggi in alcune nazioni gli uomini sono stratificati in caste.
Tutto questo è contrario alla dignità della persona.
Questa purificazione per consenso comune è stata attuata dal cristianesimo.

5. Venendo al caso di Onesimo, San Paolo non ha chiesto a Filemone di renderlo libero, perché la cultura del tempo era quella.
Ma gli ha chiesto di non trattarlo più come cosa, perché nella dignità di persona e ancora di più come figlio di Dio era di pari dignità sua.
Per questo gli disse di trattarlo “non più come schiavo, ma molto più che schiavo, come un fratello carissimo in primo luogo a me, ma quanto più a te, sia come uomo, sia come fratello nel Signore” (Fil 1,16).

6. L’affermazione di Sant’Agostino secondo cui la servitù è una conseguenza naturale del peccato originale è vera perché la servitù a quei tempi era intesa come sinonimo di schiavitù, mentre nel ventesimo secolo andare a servizio o, come si diceva, fare la persona di servizio non rendeva affatto proprietà del padrone.
Ognuno infatti conservava la propria autonomia e per legge doveva essere messo in regola con tanto di stipendio, di giornate di riposo, di accantonamento per pensione o per eventuali sinistri.

Ti auguro ogni bene, ti ricordo al Signore e ti benedico.
Padre Angelo