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Quesito

Caro Padre Angelo,
mi chiamo Giuseppe e ti ringrazio innanzitutto per il dono che ci fai con questo "servizio". E’ molto tempo che leggo con interesse le tue risposte. Questa volta però desidero essere anch’io dalla parte di chi pone i quesiti. 
La mia domanda parte dalla frase di Gesù che è in oggetto alla mail. Frase che mi ha sempre colpito, perché sin dalla prima volta che l’ho letta mi è sembrata la chiave di tutto: essere piccoli, come bambini, per poter vedere il volto di Dio. Devo dire che questa cosa l’ho potuta sperimentare sulla mia pelle, anzi sulla mia anima!
Ho sempre avuto timore di parlare di ciò che sto per dire con un sacerdote perché un discorso del genere fa apparire parecchio immodesti. Per questo ti chiedo scusa in anticipo! Il punto è questo: nel mio cammino di fede l’ostacolo più grande che ho incontrato, e che talvolta continuo ad incontrare, è il mio intelletto. Sono sempre stato un amante delle scienze, ho negli anni sviluppato una rigida mentalità matematica, quella che riesce a credere solo a ciò che è dimostrabile e che ignora tutto il resto, tanto che per un bel po’ di tempo mi sono ritenuto ateo convinto, orgoglioso al contempo di essere così "intelligente". E’ incredibile però come Dio abbia potuto penetrare quella fortezza inespugnabile che è la mia presunzione! Nonostante ora senta la presenza di Dio e gioisca di questo, ci sono momenti in cui quel mio modo di pensare mi porta ad avere forti crisi di fede. C’è sempre una parte di me che non riesce a fidarsi totalmente, che mi pone domande a cui fatico a rispondere, e tutto ciò in cui credo sembra essere un illusione; per brevi lassi di tempo, mi sento di perdere totalmente la via, tremo di paura perché ho la sensazione di aver orientato la mia vita verso un qualcosa che non c’è e penso di sprecarla. Quando tutto passa la prima cosa che mi dico è che vorrei essere una persona più semplice, che l’intelligenza, in passato motivo di orgoglio, ora sia in realtà una condanna. Mi chiedo se mai riuscirò a mettere a tacere quella voce che si fa tutte queste domande o se forse tutto ciò è una condizione  necessaria dell’anima che cerca Dio?
Vorrei amarLo incessantemente, ci riuscirò mai? Cosa posso fare per migliorarmi? Per essere più umile?
Grazie infinite!


Risposta del sacerdote

Caro Giuseppe,
1. hai centrato molto bene il problema della tua vita. È necessario farsi piccoli.
Ma farsi piccoli non è la stessa cosa che buttare via la ragione.

2. La rigorosità della matematica è un riflesso della perfezione divina.
E nelle cose di questo mondo, soprattutto nel sapere scientifico e tecnologico, questa rigorosità è doverosa.

3. L’ambito della fede sfugge all’oggetto della matematica, perché ha direttamente a che fare con l’ordine soprannaturale che è non solo spirituale e invisibile, ma anche “mai totalmente compreso” e non direttamente dimostrabile.

4. Tuttavia anche questo ambito non richiede minore rigorosità.
A scanso di equivoci dico subito che questa rigorosità è duplice.
La prima è di ordine intellettuale e poggia sulle esigenze intrinseche della ricerca e del ragionamento.
La seconda è di carattere affettivo ed esistenziale. In altre parole: le realtà in cui crediamo dobbiamo viverle.
Mentre la matematica rimane nell’ambito dell’intelligenza, l’oggetto della fede tocca certo l’intelligenza, ma soprattutto la vita.

5. Diventare piccoli significa anche questo: muovere i primi passi per metterle in pratica.
È molto bella in proposito la testimonianza di san Domenico, giovane studente.
Te la riporto come l’ha trascritta il suo primo successore: “In seguito fu poi mandato a Palencia affinché si formasse nelle arti liberali, il cui studio era quivi molto fiorente. Ma, quando gli sembrò di averne appreso abbastanza, abbandonò siffatti studi, quasi timoroso di spendere in essi il suo tempo con meno frutto e volò allo studio della teologia e cominciò a bere avidamente alle divine parole, che il suo palato trovava più dolci del miele (Sal 118,103)…
E così, in questi studi sacri passò quattro anni, durante i quali con tanta assiduità ed avidità beveva ai rivoli della Sacra Scrittura, che per la sete d’imparare, passava le notti quasi insonni; e quelle verità che apprendeva con le orecchie, si sforzava con la sua tenace memoria di ritenerle profondamente impresse nella mente. E le cose che imparava con tanta facilità dati i suoi doni, le irrigava con i sentimenti della sua pietà, facendone germinare opere di bene; in ciò perfettamente beato, se è vero quanto dice la verità stessa nel Vangelo: “Beati coloro che ascoltano la parola di Dio e la custodiscono” (Lc 11,28).
Ci sono due modi di custodire la parola divina: con uno conserviamo nella memoria ciò che apprendiamo con l’udito; con l’altro, invece, mettiamo in pratica e traduciamo in opere ciò che abbiamo ascoltato.
Ora quest’ultimo modo di udire la parola di Dio, credo che nessuno vorrà metterlo in dubbio, è il più raccomandabile, nello stesso modo che il grano si conserva meglio se affidato alla terra che riposto nel cassone.
Orbene, nessuno dei due modi veniva trascurato da questo felice servo di Dio. Non solo, infatti, la sua memoria, a guisa di granaio divino, era sempre pronta a fornire una cosa dopo l’altra (Sal 143,13), ma la sua condotta e le sue opere manifestavano chiaramente all’esterno ciò che egli nascondeva nel santuario del suo cuore.
Inoltre il Dio delle scienze (1 Re 11,3), vedendo con quale fervido affetto (Sal 118,69) egli accettava i suoi comandamenti e con quale devozione e buona volontà accoglieva la voce dello Sposo, gli concesse il dono di essere in grado non solo di bere il latte (1 Cor 3,2), ma di penetrare con l’intelligenza di un cuore umile l’arcano delle più difficili questioni e di digerire con sufficiente facilità le difficoltà di un più solido cibo” (b. giordano di sassonia, Libellus de principiis Ordinis, nn. 6-7).

6. Ugualmente interessante è la testimonianza di san Tommaso il quale, nelle parole che leggerai, dice ad alta voce quello che era il suo metodo non solo per investigare la verità soprannaturale, manifestandosi così coi fatti degno figlio di san Domenico.
Egli afferma che si può giudicare delle cose di Dio in due modi: per via di scienza (per modum cognitionis) oppure per inclinazione affettiva dell’animo (per modum inclinationis).
La prima maniera di giudicare “appartiene alla dottrina sacra in quanto frutto di studio, sebbene i suoi principi li abbia dalla Rivelazione”.
La seconda maniera di giudicare le cose divine “appartiene alla sapienza in quanto dono dello Spirito Santo, secondo il detto di S. Paolo: ‘l’uomo spirituale giudica tutte le cose’ (1 Cor 2,15), e di Dionigi: Ieroteo è sapiente non solo perché studia il divino, ma anche perché lo sperimenta in sé” (Somma teologica, I, 1, 6, ad 3).

7. Anche per la vita cristiana si può dire quello che S. Tommaso dice della teologia: che non è solo una scienza, ma una sapienza, e cioè una sapida scientia, una scienza saporosa.
Essa è prelibazione o pregustazione della vita eterna futura manifestazione della verità e della sua dolcezza.
S. Tommaso dice che “quando viene dato lo Spirito Santo viene realizzato in noi il congiungimento con Dio secondo il modo proprio di quella persona, cioè mediante l’amore” (In I Sent., d. 14, q. 2, a. 2, ad 3).
Il sigillo dell’amore richiama un’espressione della sposa del Cantico: “Mettimi come sigillo sul tuo cuore” (Ct 8,6). Il sigillo dell’amore non ha altro scopo che quello di creare e mantenere una reciprocità nell’amore. Quando lo Spirito Santo imprime il suo sigillo, il sigillo dell’amore, crea verso Gesù un’attrazione, un trasporto, una compiacenza, un’amicizia con lui.

8. Ecco dunque il consiglio che ti dò: metti nel vivere le verità di fede tutta la rigorosità con cui le hai appreso con la mente. Non accontentarti di dire: ho capito.
Devi fare un ulteriore passo: vivere, mettere in pratica quelle verità.
Così imparerai nella maniera più bella tutta la vita cristiana.
E ti accorgerai in breve di un’altra esperienza: che quel modo di vivere è sorgente di nuove illuminazioni, proprio come insegna ancora San Tommaso quando dice che “la carità causa l’illuminazione del cuore” (In duo praecepta caritatis, n. 1148).

Ti prometto un ricordo davanti al Signore e ti benedico.
Padre Angelo

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