Quesito

Buonasera Padre, 
la ringrazio innanzitutto per il suo lavoro, così tanto utile soprattutto in questi tempi. Avrei alcune domande da farle perché non ho altre fonti per sapere la veridicità di quel che ascolto in alcune omelie… 
– è vero che i primi 5 libri della Bibbia non sono stati scritti da Mosè come invece per tanto tempo si è creduto? Cioè gli esegeti sono tutti d’accordo e la Chiesa ha dichiarato così? 
– è vero che ci sono delle parole di Gesù nei Vangeli che sono sicuramente sue e altre che probabilmente provengono da rielaborazioni della comunità cristiana del tempo?
La Vergine Maria la sostenga sempre nel suo ministero!
Bianca 


Risposta del sacerdote

Cara Bianca, 
1. è vero che la tradizione unanimemente attribuisce a Mosè la composizione del Pentateuco e cioè dei primi cinque libri della Sacra Scrittura: Genesi, Esodo, Numeri, Levitico, Deuteronomio.
A favore di tale autenticità si portano cinque argomenti:
primo, la testimonianza dei libri dell’Antico Testamento;
secondo, la testimonianza dei libri del Nuovo Testamento;
terzo, la tradizione giudaica;
quarto, la tradizione cristiana;
quinto, i criteri interni.
Ci vorrebbe una trattazione specifica su ognuno di questi argomenti per mostrarne la loro validità. Per motivi di brevità accontentiamoci di averne accennato.

2. Ma che cosa significa che Mosè scrisse? Che prese carta e penna e scrisse il testo così come si presenta oggi?
Questo è impensabile tanto più che viene descritta la morte di Mosè e quanto durò il lutto degli israeliti.
Va ricordato che a qui tempi, più che servirsi dei libri, ci si serviva della memoria.
Tutto veniva tramandato per via orale. Non, tuttavia, in maniera approssimativa, ma precisa. Tanto più che si riteneva autorevolissima tale tradizione e veniva minacciato di castighi chi osasse aggiungere o togliere qualcosa.
Su questo c’era un controllo vicendevole, come emerge dalla seguente prescrizione: “Non aggiungerete nulla a ciò che io vi comando e non ne toglierete nulla; ma osserverete i comandi del Signore, vostro Dio, che io vi prescrivo” (Dt 4,2) e “non vi aggiungerai nulla e nulla vi toglierai” (Dt 13,1). 
“Non aggiungere nulla alle sue parole, perché non ti riprenda e tu sia trovato bugiardo” (Pr 30,6).
“Riferisci a tutte le città di Giuda che vengono per adorare nel tempio del Signore tutte le parole che ti ho comandato di annunciare loro; non tralasciare neppure una parola” (Ger 26,2).
Tutti avevano la consapevolezza che la legge era stata data direttamente da Dio. Ne avevano una somma venerazione.

3. Detto questo, aldilà di chi abbia tramandato materialmente il testo e l’abbia in qualche modo composto, va ritenuto innanzitutto che si tratti di parola di Dio.
Ciò significa che Dio è l’autore principale di questi testi e che coloro che l’hanno scritto sono lo strumento di cui Dio si è servito.
Per cui anche di queste pagine della Sacra Scrittura va detto ciò che afferma San Paolo: “Tutta la Scrittura, ispirata da Dio, è anche utile per insegnare, convincere, correggere ed educare nella giustizia” (2 Tm 3,16).
Ed è per questo che i santi padri commentavano parola per parola questi testi sacri per trarre fuori tutto ciò che giova per educare “nella giustizia” e cioè nella santità di vita.
Si pensi ad esempio all’opera colossale che aveva intrapreso Sant’Agostino quando volle commentare il libro della Genesi parola per parola. È riuscito a commentare solo qualche capitolo che ci è rimasto nell’opera intitolata “De Genesi ad litteram”.
Ciò significa che, seppure sia importante esaminare lo strumento di cui Dio si è servito per parlare all’umanità, tuttavia infine è secondario sapere di chi si sia servito. Come se per un’opera d’arte come quella di Raffaello noi spendessimo tutto il nostro impegno nell’accanirsi su come fosse fatto il pennello di cui Raffaello si serviva.
È vero che l’esempio su Raffaello calza fino ad un certo punto perché il pennello è una realtà materiale mentre lo strumento di cui il Signore si è servito per la propria rivelazione è una persona umana, un soggetto libero, dotato di una determinata cultura e vissuto in una determinata epoca, ma l’esempio serve a dare l’idea.

4. Fatta questa doverosa premessa, venendo al nostro punto che cosa possiamo dire?
Che non fa difficoltà a ritenere che la tradizione risalga in particolare a Mosè, sebbene questa stessa tradizione sia stata messa per scritto integralmente nei secoli successivi.
La Pontificia commissione biblica in un documento del 27 giugno 1906 ritiene che Mosè non abbia scritto tutto di suo pugno (evidentemente non poteva narrare la sua morte e dire che cosa fecero gli israeliti nei 30 giorni di lutto) tuttavia si può affermare che Mosè, ricevuta la divina rivelazione, l’abbia trasmessa e che in seguito almeno in buona parte e sotto l’assistenza particolare di Dio sia stata messa per scritto.
Né ostacola l’autenticità della rivelazione se qua e là i vari estensori, soggetti pur essi alle vicissitudini dei loro tempi, abbiano portato precisazioni o correzioni che tuttavia non alterano la sostanzialità del testo.
Ugualmente non fa difficoltà che un altro autore ispirato abbia aggiunto al Deuteronomio gli ultimi capitoli in cui si narra la morte e la sepoltura di Mosè.

5. Per i Vangeli il discorso è più o meno simile perché inizialmente il Vangelo fu predicato e successivamente fu scritto.
La cultura della memoria e il controllo vicendevole ne danno la massima garanzia, tanto che quando cominciarono a pullulare nelle varie comunità cristiane alcune eresie ci si attenne ai criteri fondamentali della tradizione: doveva essere ritenuto vero ciò che dovunque, da tutti e da sempre era stato ritenuto tale. Sono i tre criteri della tradizione: Quod ubique, quod ab omnibus, quod semper creditum est.
Questo vale anche oggi. Sicché il Vangelo non può essere interpretato in maniera diversa da quanto dovunque, da tutti e da sempre è stato creduto.
Diversamente si cambierebbe il Vangelo.
Lo Spirito Santo, promesso da Gesù, porta la Chiesa ad ulteriori approfondimenti e a nuove applicazioni, ma sempre secondo i tre criteri esposti.
È ciò che ha ribadito Giovanni XXIII nel solenne discorso di apertura del Concilio Vaticano II ripetendo la formula espressa fin dall’antichità in queste brevi parole: eodem tamen sensu eademque sententia (sempre però nello stesso senso e nella stessa accezione).

6. Nel tramandarsi delle narrazioni fino a quando il testo non fu scritto è comprensibile che l’insegnamento del Signore abbia potuto subire qualche variante accidentale, che non muta la sostanza dell’esattezza dell’insegnamento del signore.
Anzi, è giusto pensare che le varianti accidentali siano state volute dalla Divina Provvidenza perché il testo fosse più ricco di significato.

7. Però da questo a dire che alcuni passaggi siano una rielaborazione della prima comunità cristiana ce ne passa.
Un conto infatti è trasmettere e un altro conto è rielaborare. Nella rielaborazione l’autore non è più lo stesso.
Ad esempio quante vite di Gesù sono state scritte e anche molto belle. Queste sono rielaborazioni, a differenza del Vangelo che non è rielaborazione ma trasmissione. Per questo il Vangelo è parola di Dio, parola del signore, mentre non si può dire la stessa cosa delle rielaborazioni umane della vita di Gesù.

Ti benedico, ti auguro ogni bene e ti ricordo nella preghiera.
Padre Angelo