Quesito
Buonasera Padre,
– è vero che prima del XI secolo l’Eucaristia veniva tranquillamente portata a casa dai fedeli per i propri malati con dei sacchettini e non c’erano tutte le accortezze e regole di oggi?
– è vero che il verbo “mangiare” utilizzato nei Vangeli nell’Ultima Cena ha come significato “sgranocchiare”… E quindi l’Ostia (che in realtà dovrebbe essere pane come dicono i neocatecumenali) andrebbe masticata come il pane perché Gesù e gli Apostoli sicuramente non hanno aspettato che il pane si “sciogliesse” in bocca ma l’hanno masticato…?
Io sono un po’ incredula… e pure un po’ afflitta!
La Vergine Maria la sostenga sempre nel suo ministero!
Bianca
Risposta del sacerdote
Cara Bianca,
1. è attestato che nei primi tempi del cristianesimo l’eucaristia fosse custodita nelle case. Non c’erano chiese. Sappiamo che i cristiani si radunavano in una casa o in un’altra oppure anche nelle catacombe.
Era previsto che una porzione venisse consacrata per portare l’eucaristia ai malati, agli impediti, ai carcerati.
2. Solo con la pace di Costantino, che ha dato la libertà ai cristiani e con la conseguente edificazione delle chiese, l’eucaristia cominciò ad essere custodita solo nelle chiese.
In una relazione della Pontificia commissione per i Beni Culturali del 31 luglio 2004 sulla custodia del Santissimo Sacramento si legge: “Sappiamo con certezza, per l’unanime testimonianza dei Padri dei primi secoli, che, durante le persecuzioni, i cristiani conservavano con adorante amore l’Eucaristia nelle loro abitazioni.
Terminata la celebrazione eucaristica si distribuiva il pane consacrato che i fedeli custodivano dentro piccoli vasi, o piccole scatole, per poi comunicarsi quando ne sentivano il bisogno.
L’archeologo M. de Rossi, rifacendosi ad un testo di San Cipriano e agli Atti dei Martiri di Nicomedia, sotto Diocleziano, chiama questi piccoli vasi arca o arcula.
Il cardinale Bona, nel suo Rerum Liturgicarum n. 17, cita il testo delle disposizioni impartite da un vescovo di Corinto, che permettono di conoscere il rito di una comunione domestica: “Se la vostra casa è dotata di un oratorio depositerete sull’altare il vaso che contiene l’Eucaristia, se manca l’oratorio sopra una tavola decente. Stenderete un piccolo velo sulla tavola e vi depositerete le sacre particole; brucerete qualche grano d’incenso e canterete il trisagion (il nostro Sanctus, n.d.a.) ed il simbolo; quindi, dopo aver fatto tre genuflessioni, in segno di adorazione, assumerete religiosamente il Corpo di Gesù Cristo”.
Sant’Eusebio ci informa che i sacerdoti conservavano l’Eucaristia nelle loro abitazioni per portare la comunione agli ammalati’”.
3. Da antiche testimonianze sappiamo anche che l’Eucaristia veniva portata appesa al collo, sia dentro un pannolino che Sant’Ambrogio chiama oraria, sia in vasi d’oro, argento, avorio, legno, ed anche di argilla, detti comunemente encolpía.
L’encolpium era una piccola scatola che conteneva le reliquie ed anche il libro dei Vangeli che i fedeli portavano al collo per devozione. Ne conosciamo alcuni esemplari trovati nelle tombe del cimitero del Vaticano, di forma cubica, muniti di sospensorio e ornati sul davanti del monogramma di Cristo con ai lati l’alfa e l’omega.
Con la costruzione delle chiese e la conseguente celebrazione dell’eucaristia nei luoghi sacri e non più nelle abitazioni private, decadde l’usanza di conservare l’eucaristia in casa. Non c’è una data precisa che indica la proibizione di conservare l’eucaristia in casa. Le cose si evolsero da se stesse: celebrata l’eucarestia in chiesa, l’eucaristia rimaneva in chiesa.
4. Per portare l’eucaristia ai malati e soprattutto ai morenti la si conservava nel sacrario (sacrario), che era la sacrestia, oppure anche un armadio murale costruito nell’abside della chiesa, oppure anche sotto l’altare o nel tabernacolo.
L’uso del tabernacolo sopra l’altare fu introdotto nel secolo XI.
5. A proposito delle parole consacratorie il testo sacro riporta il seguente verbo usato dal Signore: faghete, dal verbo estio, che secondo il dizionario biblico di Corsani, significa: mangiare, divorare, consumare.
Evidentemente sono gli animali feroci che divorano.
Per dire sgranocchiare, i greci usano il verbo μασουλάω, μασάω.
Pertanto, sebbene il pane usato nell’eucaristia forse azzimo, e quindi non lievitato, non ha senso tradurre con sgranocchiare.
6. Per il pericolo di profanazione la Chiesa ben presto ha usato le particole che tutti conosciamo perché fossero di facile consumazione e non vi fosse pericolo di far cadere briciole, con conseguente profanazione.
A nessuno è richiesto che venga sciolta in bocca, si chiede semplicemente di deglutire. Per questo non c’è bisogno di particolari masticazioni. È il buon senso che lo suggerisce, senza fare sceneggiate.
7. Per non limitarsi a riceverla in maniera soltanto materiale, pensando di osservare un rito antico, è necessario ricordare la cosa più importante e cioè la devozione con cui ci si deve accostare a questo sacramento.
Di San Francesco d’Assisi si legge che “bruciava d’amore vero fino al midollo per il sacramento del corpo del Signore, e rimaneva colpito di stupore davanti a questa misericordia piena di carità, e soprattutto davanti a questa carità così misericordiosa. (…). Si comunicava sovente e così piamente che la sua pietà si comunicava agli altri. Egli portava a quest’azione così santa tutto il suo raccoglimento, faceva a Dio il sacrificio di tutte le sue membra, e ricevendo l’Agnello immolato, egli immolava il suo spirito nel fuoco che brillava sempre sull’altare del suo cuore” (Celano, Vita secunda, cap. 152)
Con l’augurio di ogni bene, ti benedico e ti ricordo nella preghiera.
Padre Angelo
