Quesito

Grazie di Cuore, Padre!
Oggi vorrei sciogliere un piccolo dubbio che mi attanaglia quasi tutte le mie giornate.
Sono sempre stato un amante del sapere, della ricerca, della conoscenza… 
Se affronto un argomento, che sia esso medico, spirituale, professionale, di diritto, insomma di qualunque specie, voglio sapere tanto di quell’argomento.
Ora mi sto focalizzando da un breve periodo sul sapere Teologico, del Catechismo, la vita dei santi, la sacra scrittura ecc… così come mi focalizzo anche sul sapere relativo alla mia professione privata.
Secondo lei, questo è un peccato? Più precisamente mortale?
Tra le motivazioni c’è:

  1. il mio voler sapere tanto per non restare “ignorante” in senso buono (anche nelle discussioni con il prossimo);
  2. il mio volermi mostrare come una persona colta, che sà, che é intelligente e che sa esporsi anche bene, una persona di cervello e intelletto, sia perché i piace piacere al prossimo ed essere gradito e sia perché forse colma qualche insicurezza interiore (ma non ne sono sicuro);
  3. amo, ad esempio, dei frati domenicani il loro essere “intellettuali”, il loro sapere tanto, il loro saper sempre controbattere con le armi dello studio della fede a chi mette in dubbio Dio stesso, il loro mostrarsi anche un po’ tanto sapienti ecco… che so, per ironizzare con una banalità, l’occhiale da vista.

Sento che di fondo c’è un volersi mostrare, ma d’altra parte é anche un voler essere per conoscere e sfruttare l’intelletto, anche per conoscere Dio benissimo e non tentennare mai nella fede oppure, prendendo la professione privata lavorativa, per essere bravo a lavoro e riconosciuto.
Forse ogni uomo per sua indole ha questo lato che cerca riconoscimento e plauso, forse anche voi frati, non so… e, quindi, forse é una mia tentazione a voler essere privo di difetti agli occhi dell’Onnipotente.
Mi illumini, la prego! Non vorrei un domani diventare magari un terziario domenicano ma avere queste motivazioni di fondo che sono errate e sono pure peccato mortale magari.
Grazie tante.


Risposta del sacerdote

Carissimo, 
1. Dio, creandoci ad immagine e somiglianza sua, ci ha dato l’intelligenza.
Essa per sua natura è fatta per conoscere, per studiare, per indagare, per approfondire.
Attraverso l’applicazione allo studio rendiamo gloria al nostro Creatore che si compiace grandemente se ci vede trafficare il preziosissimo talento della nostra intelligenza.
Pertanto studiare è rendere gloria al Creatore.

2. Per alcuni lo studio è un dovere legato alla propria professione.
In ogni ambito un po’ qualificato è necessario tenersi aggiornati nelle conoscenze di propria pertinenza.
Lo studio non si conclude mai semplicemente con il conseguimento della laurea.
Per alcuni in particolare è necessario per preparare le lezioni quotidiane, per scrivere, per perfezionare la propria professione.

3. Accanto a questo studio c’è anche quello legato all’approfondimento della nostra fede per essere in grado di rendere ragione davanti a tutti della speranza che è in noi (cfr. 1 Pt 3,15).
Per molte persone questo studio coincide con l’ascolto della sacra predicazione.
Per altri invece vieni a condotto per indagine personale, a motivo di interesse e di gusto.

4. Rimane vero però che dopo il peccato originale a motivo dello studio ci si può inorgoglire.
Tra tutti i desideri il più ardente è quello di comparire, essere stimato e onorato. Ora cercare la stima non è un male. Può essere uno stimolo a mettere a profitto degli altri i talenti ricevuti.
Tuttavia può essere cercata in maniera disordinata. Per questo San Paolo ricorda che “la scienza gonfia” (1 Cor 8,1).
È sottinteso che può gonfiare perché di per sé stessa è un bene.

5. La superbia o vana gloria è stata vista dagli autori spirituali come un piede che avanza (anche in riferimento al Sal 36,12: “non mi raggiunga il piede dei superbi”, non veniat mihi pes superbiae), che sale e si eleva per diventare il motore di tutto.
Può colpire in modo particolare coloro che sanno. È facile inorgoglirsi di essere dotti.

6. Per questo San Paolo subito soggiunge: “mentre la carità edifica”.
Ciò significa che una più profonda conoscenza deve servire alla carità.
In altri termini deve servire a donare la verità.

7. San Tommaso commenta: “Qui San Paolo mostra in che modo senza la carità si possiede inutilmente la scienza. È come se dicesse: avete certamente la scienza ma non vi giova perché con essa siete resi superbi di fronte agli ignoranti; infatti la scienza, da sola, gonfia.
Perciò alla scienza va aggiunta la carità. Dice Sant’Agostino: “Aggiungete alla scienza la carità e la scienza vi sarà utile”. Custodita solo per se stessi la conoscenza indubbiamente è inutile. Con la carità diventa utile” (Commento alla lettera gli Ebrei 8,1).

Con l’augurio di crescere sempre più nella conoscenza e nella carità, ti benedico e ti ricordo nella preghiera.

Padre Angelo

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