Quesito

Caro Padre Angelo,
mi chiamo Giuseppe…
Le chiedo questo perchè, nei secoli dopo la nascita di Gesù, all’interno della Chiesa ci sono stati dei fatti e degli avvenimenti che non riesco a conciliare con il vangelo (ad es. l’enorme potere economico e politico dello Stato Vaticano, il periodo delle crociate e dell’inquisizione).
La ringrazio anticipatamente per la risposta.
Cordiali saluti,
Giuseppe


Risposta del sacerdote

Caro Giuseppe,
1. tralascio l’affermazione circa l’enorme potere economico e politico del Vaticano.
Sembrerebbe che l’economia del Vaticano condizioni l’economia mondiale o quanto meno quella dell’Italia.
Sembrerebbe  anche che sotto il profilo politico il Vaticano governi l’Italia. In realtà non il Vaticano, ma la Chiesa che è in Italia deve subire tante leggi inique come quella del divorzio, dell’aborto, della procreazione assistita…
Si avesse un così grande potere come mai queste leggi così contrarie alla legge di Dio?
Sarebbe interessante poi sapere chi siano i grandi strateghi di questo potere economico e politico. È forse il Papa? Ma, con tutto il rispetto dovuto al Santo Padre, Benedetto XVI non è certamente un esperto di  economia e di politica, avendo fatto per tutta la vita tutt’altro! E sta continuando a fare tutt’altro…
La stessa cosa si può dire dei suoi predecessori.

2. Ma vengo alla vicenda delle crociate.
Non intendo dirimere la questione, ma proporre semplicemente una pagina di due noti e accreditati studiosi di storia della Chiesa: K. Bihlmayer e H. Tuecle, Storia della Chiesa, II, n.109). La propongo semplicemente perché si sappia che cosa dicono gli storici della Chiesa sulle crociate.
È una voce autorevole. È una voce da confrontare con i cosiddetti luoghi comuni in cui si parla delle crociate senza sapere di che cosa si tratti, perché siano state indette, quali fossero gli obiettivi, perché questi obiettivi non sono stati raggiunti.

3. Premetto che tralascio l’abbondantissima bibliografia e le note del testo. Alcune affermazioni sono state evidenziate in grassetto da me.
Ecco quanto scrivono questi due storici nel loro secondo volume di Storia della Chiesa da p. 211 a p. 219:

“1. Le crociate sono grandiose imprese belliche condotte dall’Occidente cristiano per la riconquista della Palestina. Derivano per un certo aspetto dai pellegrinaggi in Terra Santa, praticati fin dai tempi antichi, e per altri riguardi dall’idea della guerra santa contro gli «infedeli», sorta nel secolo X° e XI°, e già attuata in Spagna. A renderle possibili contribuì decisamente il fatto che in Occidente si era ormai forma una vera e propria classe di guerrieri, la cavalleria, il cui ardore combattivo fu dalla
Chiesa indirizzato verso fini religiosi.
Anche dopo che i maomettani avevano occupata la Terra Santa (637) i pellegrinaggi poterono continuare, sia pure con molteplici difficoltà. La situazione divenne però molto più grave quando nel secolo X° acquistò il dominio dell’Egitto e della Palestina la dinastia arabo-persiana dei Fatimidi e quando nel 1070-71 la Siria e la Palestina caddero interamente nelle mani dei rozzi Turchi Selgiucidi. I cristiani
indigeni patirono oppressione e mal trattamenti, i pellegrini mettevano a rischio la vita
. In
Occidente questa situazione fu sentita come un’infamia per il nome cristiano. A Bisanzio e nell’Occidente si prese perciò sempre più vivamente in considerazione il progetto di strappare ai Saraceni la Terra Santa, per ricostituirvi il dominio cristiano. Il combattivo papa Gregorio VII già nel 1074 aveva levato un appello per una crociata; ma a causa della lotta per le investiture non se ne poté realizzare il disegno. Successo tanto più vivo ebbe 20 anni più tardi l’appello del papa
cluniacense Urbano II, che l’imperatore Alessio I Commeno (1081-1118) di Costantinopoli nel 1094 aveva chiamato in aiuto, poiché i Greci subivano sempre più gravemente la minaccia dei Saraceni stanziati nell’Asia Minore. L’ispirata parola del Papa, sostenuta e diffusa dall’inclinazione ascetica degli animi di quel tempo, suscitò un’eco ardente nel sinodo di Clermont nell’Auvergne nel novembre del 1095. Da ogni lato gli rispose il
grido: Deus lo volt, e migliaia di volonterosi si fecero applicare sulla spalla destra, come segno della loro decisione, una rossa croce. Schiere ancor più folte di crociati si raccolsero nei mesi seguenti per la parola di infiammati predicatori. Fra questi occupa un posto di capitale rilievo il pellegrino in
Terra Santa e poi eremita Pietro d’Amiens, che la leggenda ha descritto come il vero promotore dell’impresa. I crociati che convennero per questo pellegrinaggio armato erano quasi interamente Francesi e
Normanni dell’Italia meridionale; dall’impero germanico erano venuti dei Lorenesi di lingua francese, sotto il comando del nobile conte Goffredo di Buglione, duca della bassa Lorena, e dei
uoi fratelli Baldovino ed Eustachio. L’entusiasmo religioso rappresentava certamente per la maggior parte dei crociati l’impulso principale, anche se in concomitanza contribuirono
pure ragioni profane, come il desiderio d’azione e il piacere dell’avventura propri della cavalleria, strettezze economiche e speranza di ricchi bottini ed acquisti
. Come nel concepimento del progetto, così nella sua attuazione ebbe parte preminente il papato. Urbano diede ai vari eserciti che si andavano formando un valente capo comune nella persona del vescovo cavalleresco Ademaro di Puy, promise ai crociati un’indulgenza plenaria da tutte le
pene spirituali e protesse le loro persone, le loro famiglie e i loro beni rimasti in patria con
una «tregua di Dio» di tre anni.
Le schiere principali dei guerrieri, che dall’estate del 1096 sotto la guida dei loro capi e seguendo il corso del Danubio si erano dirette verso Costantinopoli, erano state precedute, fin dalla primavera, da orde secondarie di contadini e cavalieri, che si erano segnalati lungo il
Reno per crudeli carneficine di ebrei; durante la marcia attraverso l’Ungheria e la Bulgaria
essi furono in gran parte vittima della loro sfrenatezza; i superstiti, guidati da Pietro
d’Amiens, giunsero si in Asia Minore, ma nei dintorni di Nicea furono molto assottigliati dai
combattimenti con i Saraceni. Anche il corpo principale dell’esercito, forte di 2-300.000
uomini, dopo Costantinopoli, dove l’imperatore bizantino aveva voluto dai principi crociati la prestazione del giuramento feudale, attraverso l’Asia Minore e la Siria, dovette sostenere dure lotte (vittorie di Dorileo, luglio 1097 e di Antiochia, giugno 1098). A Edessa e ad
Antiochia furono fondati dei principati occidentali; il primo fu dato al conte Baldovino di
Buglione, fratello di Goffredo; il secondo al valoroso principe normanno Boemondo di
Taranto, figlio di Roberto di Guiscardo.
Dopo strapazzi e pericoli indicibili, nei quali migliaia e migliaia di combattenti perdettero la vita, l’esercito crociato il 15 luglio 1099 riuscì a conquistare Gerusalemme, dopo un assedio di quattro settimane e mezzo, non senza compiere un terribile eccidio nella Città Santa. Il dominio del luogo fu assunto da Goffredo di Buglione come «Protettore del Santo Sepolcro».
Egli sconfisse un esercito egiziano di riserva presso Ascalona, ma nel luglio del 1100 morì. Gli succedette il fratello Baldovino di Edessa, col titolo di re di Gerusalemme (1100-1118). Come precedentemente ad Antiochia, anche nella Città Santa fu fondato un patriarcato
latino con numerosi vescovati ad esso subordinati.

2. La caduta di Edessa provocò ovunque in Occidente grave costernazione. Nel 1147 era già in corso una nuova grandiosa impresa, la seconda crociata, soprattutto per opera di papa
Eugenio III e di s. Bernardo, al quale ne era stata affidata la predicazione.
La sua oratoria infiammata, cui si accompagnavano miracolose guarigioni, acquistò alla crociata innumerevoli partecipanti. I più eminenti sovrani d’Occidente vi presero parte con forti rappresentanze dei loro popoli: il re Luigi VII di Francia, accompagnato dalla consorte
Eleonora, e il re Corrado III di Germania che, dopo lunga resistenza – le condizioni politiche in Germania e nell’Italia erano tali da dissuadere seriamente dalla partenza – era stato
convinto da s. Bernardo nel Duomo di Spira, nel Natale del 1146. Anche il giovane duca
Federico (Barbarossa) di Svevia, nipote di Corrado, prese parte all’impresa insieme a molti signori della Germania meridionale. Ma i grandiosi disegni dei crociati fallirono completamente, anche per colpa dei Bizantini, che tennero un atteggiamento molto ambiguo.
Gli eserciti dei Tedeschi e dei Francesi, che di nuovo erano marciati verso Costantinopoli seguendo il corso del Danubio, soggiacquero in massima parte agli attacchi dei Turchi in Asia
Minore, oppure caddero vittima degli stenti e delle malattie. Con l’aiuto dei guerrieri giunti in Siria per via di mare, nel 1148 i re pellegrini intrapresero una spedizione contro Damasco, ma anche questa non portò ad alcun risultato a causa della disunione dei crociati e del tradimento degli abitanti di Gerusalemme. L’unico successo degno di rilievo della seconda crociata fu la conquista della città moresca di Lisbona, per cui crociati tedeschi e inglesi prestarono al re Alfonso I del Portogallo il loro aiuto (ottobre 1147).

3. La notizia della sconfitta generò di nuovo viva agitazione in Occidente. In diversi paesi si fecero subito preparativi per una nuova spedizione. Il papa Gregorio VIII (1187) rivolse un energico appello al mondo cristiano; Clemente III (1187-91) non fu da meno nella sua opera a favore della crociata. In Francia e in Inghilterra fu raccolta una apposita «decima contro Saladino». Si allestì una impresa gigantesca, guidata dai tre più potenti monarchi dell’Occidente, che fu l’ultima crociata a carattere universale e rappresentò nello stesso tempo il vertice di tutto il movimento. Ne fu capo l’ormai sessantacinquenne imperatore Federico Barbarossa, che nel maggio del 1189 partì da Ratisbona con un esercito ottimamente equipaggiato di circa 20.000 combattenti. Nonostante tutte le ostilità dei Bulgari e dei Greci, l’esercito arrivò in Asia Minore in buone condizioni, vinse alle porte di Iconio (maggio 1190), ma in quella regione impraticabile subì gravi perdite per le privazioni e gli assalti del nemico. Quando per colmo di sventura lo stesso imperatore che guidava la crociata annegò nel vorticoso fiume montano Salef (Calicadno) nella Cilicia (10 giugno 1190), l’impresa germanica minacciò di naufragare completamente. Il duca Federico di Svevia, figlio dell’imperatore morto, raccolse ormai poche migliaia di uomini nell’accampamento dinanzi ad Accon (Tolemaide), che il re Guido di Gerusalemme, ritornato in libertà, stava assediando; Federico morì in questo stesso luogo al principio del 1191. Nell’aprile e nel giugno dello stesso anno giunsero per via di mare i re Filippo II Augusto di Francia e Riccardo I Cuor di Leone d’Inghilterra, che avevano svernato in Sicilia. Gli sforzi congiunti dei crociati condussero finalmente nel luglio 1191, dopo un assedio di quasi due anni e con immani sacrifici, all’acquisto di Accon. Questa vittoria e l’acquisto della importante isola di Cipro, che il re Riccardo aveva già effettuato durante il suo viaggio d’andata, furono gli unici successi notevoli della crociata. Le discordie fra i re pellegrini e i principi di Gerusalemme e di Tiro ostacolarono ulteriori imprese di qualche portata. Il re di Francia e il duca Leopoldo d’Austria intrapresero irritati il viaggio di ritorno, questo ultimo con l’animo gravemente offeso perché l’altero inglese gli aveva strappato il vessillo. Riccardo Cuor di Leone rimase fino all’autunno del 1192 in Siria, ottenne anche alcune vittorie sui Saraceni, ma non riuscì a realizzare la progettata spedizione contro Gerusalemme. La sua incostanza, la sua crudeltà e la sua inclinazione verso le avventure erano altrettanto nocive quanto era benefico il suo valore. La Città Santa rimase nelle mani degli infedeli. Alla sua partenza (sett. ‘92) Riccardo stipulò con Saladino un trattato, con il quale venivano concessi ai cristiani il possesso della striscia costiera da Giaffa (Joppe) fino a Tiro, libera possibilità di pellegrinare senz’armi a Gerusalemme e un armistizio di tre anni: risultato ben misero di questa che era stata la più grande crociata. Poiché nel 1193 morì Saladino, il terribile ma non indegno avversario dei cristiani, e la sua potenza risultò indebolita dalla ripartizione del regno, si poterono almeno mantenere più a lungo gli acquisti effettuati. Per opera dell’esercito crociato tedesco, che l’imperatore Enrico VI, sia pure più per le ragioni della sua politica mediterranea che per motivi religiosi, aveva inviato nel 1197 dalle Puglie in Siria (crociata germanica), questi acquisti furono poi ampliati verso il nord con la conquista di Beirut e la congiunzione del regno di Gerusalemme con Tripoli e Antiochia fu ripristinata. Però l’immatura morte dell’imperatore (sett. 1197) fece ritornare in patria i crociati.

4. Le tre prime crociate rendono già possibile una valutazione critica della natura e dell’importanza dell’intiero movimento. Anche se il loro scopo principale, il duraturo ripristino del dominio cristiano in Terra Santa, non fu conseguito, le crociate non furono tuttavia un mero smarrimento fantastico e uno spreco, insensato di beni e di vite umane, come certa storiografia razionalistica dei secoli 18° e 19° ha voluto sostenere. Certamente nel corso delle crociate il puro entusiasmo religioso cedette spesso a considerazioni e a interessi di carattere materiale e politico. Ma nel loro insieme esse rimangono una splendida manifestazione dello spirito religioso e dell’unità ecclesiastica e culturale ancora intatta dell’Occidente. Un fatto importantissimo fu inoltre
l’aver respinto per secoli con questi energici attacchi il pericolo tuttora incombente
sull’Occidente per parte dell’Islam, l’aver spezzato il dominio navale dei Saraceni nel Mar
Mediterraneo e l’aver assicurato la liberazione, della Penisola Iberica dal giogo dei Mori
. Ancor più rilevanti furono in Occidente gli effetti delle crociate nel campo spirituale ed economico. Il contatto con la cultura bizantina ed araba, per molti aspetti più progredita, portò un vivacissimo stimolo per le regioni occidentali meno evolute e ne allargò considerevolmente gli orizzonti. Ciò si rivelò non soltanto nel fiorire del commercio e dell’industria, della cavalleria e della borghesia cittadina, ma anche nei campi dell’arte, della tecnica e delle scienze (geografia, medicina, matematica, filosofia), della economia popolare e dell’amministrazione statale. Il papato, sotto la cui guida le nazioni occidentali si riunirono nella comune impresa (idea gerarchica delle crociate), vide aumentare considerevolmente il suo prestigio e la sua influenza sui sovrani e sulle nazioni europee.
L’ideale del cavaliere cristiano fu approfondito dal lato religioso, la pietà popolare ne fu ampiamente fecondata
(indulgenza, culto delle reliquie, devozione della Via Crucis ecc.), le missioni in Africa e in
Asia ne ricevettero nuovi impulsi e ne ebbero spianate le vie.
Inevitabile lato negativo di questi prosperi risultati furono certo anche alcune conseguenze nocive delle crociate, che celavano in sé: nello stesso tempo i germi di futuri sovvertimenti, come la penetrazione in Occidente di certe eresie orientali, il diffondersi del lusso orientale, della dissolutezza nei costumi e di una mentalità razionalistica-liberale
in filosofia, il ridestarsi di un laicismo consapevole di sé, tendente a sottrarsi alla guida della
Chiesa”.

Con queste note mi auguro di avere contribuito a mettere a disposizione di molti una luce diversa per formarsi un giudizio più equo.

4. Dell’Inquisizione ho parlato in tre risposte. Cercando la parola Inquisizione nell’elenco di tutte le risposte, puoi facilmente reperirle.

Ti saluto, ti ricordo al Signore e ti benedico.
Padre Angelo