Caro Padre Angelo,
Dopo aver confessato i miei peccati al mio parroco, questi mi ha “assolto” senza pronunciare alcuna parola ma solo con un segno della croce tracciato per aria. Quando gli ho chiesto come mai non dicesse le parole mi ha risposto che le ha dette dentro di lui. E mi ha chiesto: secondo te un prete che perde l’uso della parola non può più celebrare messa? E ha sostenuto che sia possibile.
Da quello che ho sempre saputo questo è impossibile e la confessione era invalida, dunque ho ripetuto la confessione da un altro presbitero.
Sono certo che non abbia nemmeno sussurrato le parole dell’assoluzione perché ero in piedi davanti a lui.

Le chiedo un parere autorevole sulla questione e magari se può darmi dei rimandi espliciti all’insegnamento della Chiesa in proposito.
Grazie,
Dio la benedica.


Carissimo,
1. i sacramenti sono dei segni che Gesù Cristo usa per comunicarci la sua vita divina, la grazia.
Certo, il Signore non è legati a questi segni e ci può donare la sua grazia quando vuole e come vuole.
Ma ordinariamente si serve di questi segni da Lui stesso istituiti.

2. I sacramenti sono una composizione di elementi o gesti materiali e di parole.
Gesù stesso ha usato delle parole precise per rimettere i peccati.
Con il paralitico non si è accontentato di alzare la mano e di benedirlo, ma gli ha detto: “Ti sono rimessi tuoi peccati” (Lc 5,20).
Ugualmente alla peccatrice ha detto: “I tuoi peccati sono perdonati” (Lc 7,48).

3. Quel prete ha alzato la mano su di te e ti ha benedetto. Ma quella è stata un’assoluzione o una benedizione?
I segni vanno determinati nel loro significato dalle parole.

4. A questo proposito S. Agostino commentando le parole di Gesù “Voi siete già mondi per la parola che vi ho annunziato” (Gv 15,3) osserva: “Perché non dice: siete puri a causa dell’acqua con cui vi ho lavato, ma: a causa della parola che vi ho annunziato, se non perché, anche nell’acqua, è la parola che purifica?
Sopprimi la parola, e che cos’è l’acqua se non acqua?
Ma la parola si aggiunge all’elemento ed esso diventa sacramento (accedit verbum ad elementum et fit sacramentum), che è come una parola visibile” (Tratt. 80, super Ioan. 3).

5. Quel prete ha tralasciato le parole che sono ad validitatem per il sacramento e al loro posto ha tracciato un segno di croce che è richiesto dal rito, ma non ad validitatem.
L’assoluzione sarebbe stata una vera assoluzione anche se non veniva tracciato il segno di croce.

6. Circa  il prete che non riesce a parlare va detto che se non pronunzia le parole richieste non consacra.
Non basta che si metta davanti al pane e al vino ed esprima interiormente l’intenzione per dire che è avvenuta la consacrazione.
Sono richieste le parole, anche se non si possono sentire a motivo di una lesione alle corde vocali.
Quel proferire le parole – anche se non viene udito – è quanto basta perché un sacramento sia valido.

7. Il suono delle parole è importante, ma non è ad validitatem.
Scrive San Tommaso: “Come nota S. Agostino, “la parola opera nei sacramenti non in quanto pronunziata”, cioè non per suo suono esteriore, “ma in quanto creduta”, cioè per il senso, che è oggetto della fede. E questo senso è lo stesso per tutti (i credenti), anche se i vocaboli non danno il medesimo suono.
Ecco perché questo senso, in qualunque lingua sia espresso, produce il sacramento” (Somma teologica, III, 60, 7, ad 1)

8. Dice ancora San Tommaso: “Chi nel pronunziare corrompe le parole, se lo fa intenzionalmente, mostra di non voler fare ciò che fa la Chiesa: e quindi il sacramento non viene compiuto” (Ib., ad 3).
Ma qui nel tuo caso le parole non sono state neanche proferite.

9. La formula prescritta dal Rituale della Penitenza è la seguente: “Dio Padre di misericordia, che ha riconciliato a sé il mondo nella morte e risurrezione del suo Figlio e ha effuso lo Spirito Santo per la remissione dei peccati, ti conceda, mediante il ministero della Chiesa, il perdono e la pace. e io ti assolvo dai tuoi peccati nel nome del padre e del figlio e dello spirito santo. amen”.
Le parole essenziali ad validitatem sono le seguenti: “io ti assolvo”, e probabilmente anche “dai tuoi peccati” (cfr. Trento, sess. 14,3).

10. Pertanto quel prete aveva intenzione di assolverti, ma di fatto non ti ha assolto.
Per assolverti doveva proferire quelle parole che hanno in sé una potenza divina.
Sicché, dispiace dirlo, quel prete ha impedito al sacramento di comunicare la grazia e ha commesso un sacrilegio.

Ti auguro ogni bene, ti ricordo al Signore e ti benedico.
Padre Angelo