Caro Padre Angelo,
innanzitutto la ringrazio per il suo enorme impegno ed aiuto a me e a tutti quelli che desiderano migliorare.
Ho una domanda riguardo alle parole della consacrazione del Pane e del Vino.
Il nostro sacerdote da qualche mese a questa parte invece di dire: “… prendete e mangiatene tutti, questo è il mio Corpo offerto in sacrificio per voi'”, dice “questo è il mio Corpo offerto per amore per voi …”. La prima volta sono rimasta sbalordita e stavo davvero male dopo la messa (la cosa mi turba ancora sempre). Mi chiedo se è lecito cambiare le parole e se la consacrazione avviene ugualmente. Una persona di mia conoscenza ha fatto notare ciò al sacerdote, ma lui ha risposto che va bene così.
Tempo addietro un noto sacerdote delle parti di Roma, in una sua trasmissione on-line, aveva detto che non si può cambiare assolutamente alcuna parola, ma ci si deve attenere scrupolosamente a quanto dice la Santa Chiesa.
Nell’attesa di ricevere la sua risposta, la ringrazio e la saluto cordialmente.
n.n. (dalla Svizzera Italiana)


Carissima,
1. il Concilio di Firenze ha decretato che le parole consacratorie dell’Eucaristia sono “le stesse parole con le quali il Salvatore istituì il Sacramento” (D. 698).

2. Secondo l’Ordinamento generale del Messale Romano le parole consacratorie sono le seguenti: “Prendete e mangiatene tutti: questo è il mio corpo offerto in sacrificio per voi”, e “Prendete e bevetene tutti: questo è il calice del mio sangue per la nuova ed eterna alleanza, versato per voi e per tutti in remissione dei peccati. Fate questo in memoria di me”.

3. Per la validità sono richieste le parole “Questo è il mio corpo” e “Questo è il mio sangue” perché esse significano e realizzano la presenza del corpo e del sangue di Cristo.
Tutte le altre riguardano l’integrità della consacrazione.

4. Pertanto la consacrazione fatta da quel sacerdote è valida ma è illecita perché ha cambiato arbitrariamente una delle parole centrali dell’Eucaristia.

5. Va osservato che le parole prescritte dal Messale sono le stesse riferite da San Paolo il quale dice: “Io, infatti, ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso: il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: Questo è il mio corpo, che è per voi” (1 Cor 11,23-24).
San Paolo dice di aver appreso questo direttamente dal Signore.

6. Quel “che è per voi” va tradotto offerto in sacrificio perché si tratta ben di questo.
Il profeta Malachia predicendo il sacrificio del Nuovo Testamento che sarebbe stato offerto ovunque (mentre quello degli ebrei si poteva offrire solo a Gerusalemme) dice: “Poiché dall’oriente all’occidente grande è il mio nome fra le nazioni e in ogni luogo si brucia incenso al mio nome e si fanno offerte pure, perché grande è il mio nome fra le nazioni. Dice il Signore degli eserciti” (Mal 1,11).

7. La Didaché, uno scritto della seconda metà del primo secolo, sottolinea che si tratta della celebrazione del sacrificio: “Nel giorno del Signore, riuniti, spezzate il pane e rendete grazie dopo che avrete confessato i vostri peccati, affinché il vostro sacrificio sia puro. Chiunque è in discordia col suo prossimo non si riunisca a voi prima che sia riconciliato affinché non sia profanato il vostro sacrificio” (Didaché 14,1).

8. Pertanto quel sacerdote che arbitrariamente ha mutato le parole della consacrazione non è stato fedele alle parole stesse del Signore, ma le ha interpretate.
Da nessuno è stato autorizzato a fare questo.
Anzi, non gli è consentito di farlo.

9. A quel sacerdote andrebbe ricordato che i fedeli hanno il diritto che non vengano alterate le parole della liturgia.
I sacerdoti sono ministri dei sacri misteri. E ai ministri si richiede di essere fedeli come ricorda la Sacra Scrittura: “Ognuno ci consideri come ministri di Cristo e amministratori dei misteri di Dio. Ora, quanto si richiede negli amministratori è che ognuno risulti fedele” (1 Cor 4,1-2).

10. Per questo l’Istruzione Redemptionis sacramentum del 25.3.2004  dice: “Si ponga fine al riprovevole uso con il quale i Sacerdoti, i Diaconi o anche i fedeli mutano e alterano a proprio arbitrio qua e là i testi della sacra Liturgia da essi pronunciati. Così facendo, infatti, rendono instabile la celebrazione della sacra Liturgia e non di rado ne alterano il senso autentico” (n. 59).

11. Già prima Giovanni Paolo II nella lettera Dominicae Cenae del 24 febbraio 1980 aveva detto: “Il sacerdote come ministro, come celebrante, come colui che presiede all’assemblea eucaristica dei fedeli, deve avere un particolare senso del bene comune della Chiesa, che egli rappresenta mediante il suo ministero, ma al quale deve essere anche subordinato, secondo la retta disciplina della fede.
Egli non può considerarsi come proprietario che liberamente disponga del testo liturgico e del sacro rito come di un suo bene peculiare così da dargli uno stile personale e arbitrario. Questo può talvolta sembrare di maggiore effetto, può anche maggiormente corrispondere ad una pietà soggettiva, tuttavia oggettivamente è sempre un tradimento di quell’unione che, soprattutto nel Sacramento dell’unità, deve trovare la propria espressione.
Ogni sacerdote, che offre il santo sacrificio, deve ricordarsi che durante questo sacrificio non è lui soltanto con la sua comunità a pregare, ma prega tutta la Chiesa, esprimendo così, anche con l’uso del testo liturgico approvato, la sua unità spirituale in questo sacramento.
Se qualcuno volesse chiamare tale posizione “uniformismo”, ciò comproverebbe soltanto l’ignoranza delle obiettive esigenze dell’unità autentica e sarebbe un sintomo di dannoso individualismo.
Questa subordinazione del ministro, del celebrante, al Mysterium, che gli è stato affidato dalla Chiesa per il bene di tutto il popolo di Dio, deve trovare la sua espressione anche nell’osservanza delle esigenze liturgiche relative alla celebrazione del santo sacrificio. Queste esigenze si riferiscono ad esempio all’abito e, in particolare, ai paramenti che indossa il celebrante” (Dominicae cenae, n. 12).

12. Che dire di questi sacerdoti che chiedono ai fedeli di essere obbedienti alle loro direttive quando essi stessi per primi derogano da direttive ben più importanti?
Dispiace e dispiace perché il Signore chiede ai sacerdoti di essere “modelli del gregge” (1 Pt 5,3).

Ti auguro ogni bene, ti ricordo al Signore e ti benedico.
Padre Angelo