Quesito

Ciao, Caro Angelo
Ho molta paura dell’inferno anche perché mi è capitato di leggere che basta un solo peccato mortale non confessato e tàcchete, ci caschiamo dentro.
Viviamo in una società che si spinge fortemente in direzione contraria ai dieci comandamenti ed è difficile fare i buoni cristiani in questo ambiente.
Leggo dai sondaggi religiosi che l’82% degli italiani si dichiarano cattolici ma soltanto l’1% conosce i dieci comandamenti.
Comunque, secondo te, come avviene il Giudizio alla fine della vita?
Immagino che ci sia il diavolo che ci rinfaccia i nostri peccati, e che Gesù ascolta e poi prende una decisione.
Ma  non lo so. Forse nessuno lo sa.
E’ incredibile a volte che sono passati duemila anni e ancora non abbiamo chiare tante cose.
Io comunque vado avanti a furia di sforzi, confessioni e tanta elemosina, che dicono che cancella molti peccati.
Ti ringrazio anticipatamente della risposta.
Un abbraccio
Guido


Risposta del sacerdote

Caro Guido,
1. sono passati 2000 anni dalla predicazione del Signore, ma sappiamo molte cose sul giudizio particolare.
Mi piace riproporre una bella pagina scritta dal grande domenicano francese il Padre Sertillanges, in un’opera che è stata citata anche dal Catechismo della Chiesa Cattolica “Il Catechismo degli increduli”.
Padre Sertillanges procede per domanda e per risposta, rendendo così più agevole la lettura e più facile la memorizzazione.

2. D. Credi tu a un giudizio dell’anima dopo la morte?
R. Noi crediamo che subito dopo la morte, l’anima prende la direzione di vita che conviene ai suoi meriti.

D. Dove pensi che abbia luogo questo giudizio?
R. Là dov’è l’anima, là dov’è Dio, e ho già detto che questo non è un luogo materiale. Noi siamo sempre in Dio; non c’è bisogno di viaggio per raggiungerlo. La vita eterna è essenzialmente uno stato, non un luogo, e se essa è tale nella sua pienezza, tale è pure nel suo cominciamento.

D. È strano!
R. Sì, quale mistero, che uno possa immergere in Dio tutta la sua vita senza accorgersene, e quale risveglio, trovarsi tutt’a un tratto davanti a lui nella piena luce!

D. Non vi è dunque tribunale?
R. È questa una metafora tolta dalla vita sociale.

D. Che cosa significa questa metafora?
R. Comparire al tribunale, per l’anima, è prendere davanti a Dio il sentimento di ciò che essa è, di ciò che vale, di ciò che ha fatto, di ciò che ha utilizzato o profanato, e di quello che ne segue per la sua sorte eterna.

D. Non vi è dunque sentenza, come non vi è tribunale?
R. Non vi è bisogno di sentenza. Il nostro bilancio interiore con i suoi effetti: ecco la nostra sentenza. Sotto gli auspici della grazia, dei suoi gradi e della sua essenza, la vita eterna è in noi sostanzialmente; ciascuno porta in sé il suo inferno o il suo cielo. Colui che fa il bene è subito beatificato dentro, come una terra seminata che le stagioni favoriscono; colui che fa il male è subito ferito dentro, spogliato, disorganizzato, tagliato fuori di comunicazione cito Dio, sola forza che arricchisce, consegnato alla creazione ostile, e così votato alla sventura.

D. L’unico tribunale è dunque in noi?
R. Sì, ed è la coscienza; ma la coscienza voce di Dio, e non la falsa coscienza formata dai nostri vizi.

D. Questo tribunale è sempre eretto?
R. È sempre in segreta attività; ma alla fine, tutta la causa si chiarisce.

D. Ed è anche in noi il luogo di esecuzione?
R. E dove sarebbe, a titolo principale? Si tratta del nostro destino. Ma la creazione vi collabora. Operi bene o male, l’uomo è subito trasformato nella natura della sua propria azione, e posto così in accordo o in conflitto con l’ordine morale che Dio regola. La sua felicità o la sua infelicità sono fin d’allora acquisite, salvo che egli non cambi. Noi siamo di fronte al mondo come colui che fa la sua scelta prima di partire.

D. Siamo noi dunque rigorosamente gli agenti del nostro destino, compreso il nostro destino eterno?
R. Noi siamo gli autori del nostro destino, nell’interno e per l’azione dell’ordine divino. Il destino eterno non è che la manifestazione dello stato di coscienza che il giusto o il peccatore hanno provocato in se stessi, e la fissazione eterna dei suoi effetti. L’uomo vola allora con le proprie ali e respira del suo alito, quell’alito dello Spirito Santo, la grazia del quale gonfiò il suo cuore; oppure è preso nelle sue proprie reti e vi soffoca. "Dio per punire il male, non ha che da lasciarlo fare" (Lacordaire). "La loro colpa non è una cosa e la loro pena un’altra: ma contro di loro si rivolge la loro colpa stessa" (S. Gregorio).

D. Perchè si parla allora di vita futura? La vita eterna è tutto il tempo. –
R. Difatti la vita futura non è futura; essa ha già il suo inizio in questo mondo. "Il regno di Dio è dentro di noi", disse nostro Signore. La vita eterna non si estende in durata, ma in profondità e la successione dei nostri giorni non serve che ad acquistarla o a ritrovarla se l’abbiamo perduta.

D. E anche il cielo e l’inferno occupano tutto il tempo?
R. Essi non sono tutto il tempo in manifestazione, ma sono tutto il tempo in sostanza; perchè alla fine non fanno altro che rivelare due stati dell’anima: lo stato di grazia o l’assenza di grazia, la virtù o il peccato.

D. Donde viene che non lo sentiamo?
R. Ho già risposto parlando della grazia. Ma donde viene che spaccando un grano, non vi si trova il fiore, o la spiga?

D. Vorrei capire la differenza precisa fra la coscienza di oggi e la coscienza nell’ora del giudizio.
R. Oggi la coscienza ci avverte; allora, sarà tutta occupata nel convincerci. Qui la sua voce è coperta dai nostri desideri, dalle nostre passioni; allora essa stessa coprirà ogni voce e si pareggerà all’anima tutta quanta, tutta riflessa in se stessa. Non abbiamo detto che l’anima separata sarebbe a se stessa il suo proprio lume, sotto l’irradiamento divino?

D. Una sincerità assoluta è in qualche modo sostanziale?
R. L’identità con se stesso, nella propria chiarezza.

D. Formidabile sincerità!
R. Sincerità formidabile per tutti, e per il peccatore terrificante, crudele come l’inferno, del quale essa è una parte. Perciò Tertulliano evoca con una specie di terrore quell’ora in cui l’anima "sarà tutt’insieme e il reo e il testimone".

D. Che confusione senza dubbio!
R. Una confusione infinita, davanti all’infinita perfezione divina e alle possibilità infinite che in se stessa aveva l’anima peccatrice. Eccola quest’anima miserabile privata della suprema e futile consolazione di lagnarsi; infatti dove trovare una commiserazione disponibile in colui che dichiara se stesso e per se stesso la causa dei suoi mali?

D. E tutto ciò è irrevocabile?
R. Ciò è necessariamente irrevocabile, se uno è veramente arrivato al termine; perchè la durata è interminabile. Il destino non si ricomincia.

D. Il dramma antico non ha niente di paragonabile ad una tale fatalità!
R. È vero, e vi è di che allibire, quando si pensa che nei nostri cinquanta, sessanta o settant’anni – a meno che lo spazio non sia assai più breve – una formidabile eternità si nasconde.

D. Ma se noi rinunziamo?
R. "Noi siamo imbarcati" (Pascal). La felicità è la nostra vocazione, e noi non possiamo rinunciarvi senza delitto. Felicità, infelicità, ecco l’alternativa. E Dio era debitore a se stesso di proporci l’opzione; ma non vi era luogo di autorizzarci a rigettare il problema, perchè la felicità, qui, coincide col dovere. Se il Signore dei nostri cuori vuol renderci felici, è una ragione di disubbidirgli?".

3. Ti ringrazio di avermi dato l’opportunità di parlare di una realtà che tutti quanti affronteremo, nolenti o volenti.
E anche di aver pubblicato le illuminanti e precise riflessioni di padre Sertillanges.

Ti ricordo al Signore e ti benedico.
Padre Angelo