Quesito

Caro Padre Angelo,
innanzitutto La ringrazio per il prezioso servizio che svolge. E’ la prima volta che ti scrivo ma sono almeno 6 o 7 anni (studiavo ancora al Liceo) che “Un sacerdote risponde” è per me un punto di riferimento nella ricerca di risposte a molte domande di dottrina e di casistica, soprattutto laddove è difficile derivare delle risposte precise dal modus un po’ generalistico di molti testi di studio.
Sono uno studente di filosofia e la domanda che voglio porLe riguarda una questione relativa agli intrinsece mala che, secondo l’approccio classico dell’etica delle virtù, di prima persona, e secondo quanto ribadito anche nella Veritatis Splendor sono sempre e comunque esclusi, e a loro riguardo non è da ammettersi alcuna eccezione per via di una finalizzazione al bene: non è mai lecito compiere il male a fin di bene. Ora, l’esperienza presenta tuttavia tutta una casistica in cui, per buon senso, e quindi direi per sinderesi, viene da pensare che l’agire morale necessiti invece di praticare il male. La contraddizione deve però esser tolta, perché l’evidenza del non poter compiere il male per ricavarne il bene rimane. Ho trovato quindi molto interessanti a questo fine di toglimento della contraddizione alcune sue analisi sul volontario indiretto, sulla restrizione mentale, su simulazione e dissimulazione e così via. Il tutto al fine di compiere il bene, anche in situazioni estreme, sempre e comunque senza intenzionare il male con l’azione, insomma senza “fare il male”.
Tuttavia continuano ad esserci delle casistiche che non riesco ad affrontare con gli strumenti da lei proposti, e sui quali però avverte stridente col senso morale il compiere quello che ordinariamente sarebbe un bene, per via degli effetti che tali atti producono ad un livello più radicale. 
Lei ha per esempio affrontato il caso dell’esigenza di non rivelare ai nazisti che degli ebrei si trovano nella propria casa, per non farli uccidere, attraverso l’espediente della restrizione mentale larga.
Ora, ipotizziamo che il nazista, conoscendo lo strumento della restrizione mentale, o intuendo che noi stiamo in qualche modo giocando di perifrasi per occultare il vero, potrebbe incalzarci con ulteriori domande, mettendoci in qualche modo di fronte al bivio ineludibile di mentire o dire il vero. Insomma, quando non è possibile, per via della forma logica e semantica di ciò che si ha da dire, o per via della particolare astuzia e dell’incalzare del malintenzionato, utilizzare la restrizione mentale, possibile che si debba a quel punto ammettere di avere degli ebrei in casa, ottenendo così l’effetto dell’omicidio? Il mio senso morale mi dice di no. Il problema è che non so come conciliare questa “intuizione” (posto che non sia erronea) con la dottrina.
A questo aggiungo un’ulteriore riflessione, che implica una domanda. Se anche si potesse assimilare il caso del nazista che non ci lascia spazio per la restrizione mentale, a situazioni di legittima difesa, situazioni insomma in cui si tratta di differire il male altrui, di bloccarne l’esercizio, e così giustificare la menzogna che dobbiamo dire qualificandola come “legittima difesa”, si possono presentare anche situazioni in cui il male che deriverebbe dal non tacere la verità non è dovuto alle intenzioni maligne altrui (le quali possono suggerire l’assimilazione della casistica a quella della l. difesa), ma al combinato disposto delle circostanze, in assenza di qualsivoglia cattiva intenzione.
Questo lo si vede coi bambini, quando per esempio si dice loro che in una stanza non ci devono andare perché c’è il lupo cattivo, o l’uomo nero, magari semplicemente perché in quella stanza ci sono oggetti pericolosi, cavi elettrici o così via, e sapendo che la verità non costituirebbe motivazione sufficiente per il bambino per decidere di non recarvisi, si deve inventare che vi sia altro pericolo, tale da permettere al bambino di decidere di non andare.
Ovviamente vale anche con gli adulti, i quali, per via dei propri vizi, delle proprie passioni, insomma di un ipotetico mancato esercizio sano della razionalità e della volontà, potrebbero usare male di informazioni vere o esse potrebbero essere non sufficiente per impedirgli di comportarsi male. Essendo in tali comportamenti cattivi in gioco magari la loro stessa vita, possibile che sia morale, per dire la verità a tutti i costi, anche qui in assenza di possibilità di utilizzare la restrizione mentale, mettere in serio pericolo la vita altrui?
Questi problemi si pongono poi, ad un livello di complessità maggiore, per chi ha particolari responsabilità anche di tipo pubblico o gerarchico. Immaginiamo se un generale dell’esercito o un capo di Stato dovessero rispondere la verità ad ogni domanda di un giornalista. Ci sono informazioni che potrebbero seriamente compromettere la vita, la libertà, la salute, la sicurezza di molti. E può essere che le domande del giornalista e il suo incalzare siano tali da non permettere la restrizione mentale e nemmeno di dire “su questo non posso rispondere”, perché in certe situazioni dire questo equivale a dare una risposta, quanto agli effetti, per via dell’univocità dell’interpretazione di un’affermazione del genere.
Una risposta che mi ero dato per problematiche di questo tipo, tempo fa, aveva come presupposto la suddivisione dei beni secondo classi differenti, un po’ come avviene nell’etica materiale a priori di Scheler. Posto ciò, mi rispondevo con un’ipotesi teorica per cui sarebbe lecito sacrificare un bene con valore morale, insomma “fare il male” ad un livello inferiore quando in gioco, quanto agli effetti, fossero beni di ordine superiore, mentre all’interno della stessa classe non è morale fare il male per trarne un maggior bene (per esempio uccidere un uomo sano per ricavarne gli organi per salvare la vita a 4 terminali che necessitino di un trapianto di organi differenti per poter sopravvivere). Uscendo fuori dalla casistica del mentire, ci possono essere altri casi in cui si pone lo stesso tipo di problema, affrontabile con la distinzione per classi. Per esempio, mai è lecito danneggiare deliberatamente il proprio corpo. Se però un folle ci mettesse di fronte alla scelta tra praticare a noi stessi l’asportazione di un dito oppure che lui uccida un terzo, trovo che l’azione buona sarebbe quella di tagliarsi il dito. La divisione per classe, per livelli, dei beni intaccati è un tentativo di mediare la convinzione che ho che la dottrina classica sia nel giusto nel non accettare prospettiva consequenzialiste che misurino la moralità dell’atto solo sulla base delle conseguenze, con l’evidenza che mi si dà di certi casi in cui per beni infinitamente superiori (come la vita umana, o l’unità della famiglia: si pensi al caso classico del tacere al coniuge il tradimento avvenuto; e si potrebbe aggiungere: se il coniuge chiede se lo abbiamo mai tradito carnalmente, si deve rispondere col vero o col falso?) sarebbe sbagliato ostinarsi a non voler per esempio raccontare una bugia.
Delle tre l’una: o è sbagliata la prospettiva teorica classica -e non credo proprio- o effettivamente sarebbe meglio lasciar morire l’ebreo pur di dire la verità laddove non ci fosse data la possibilità della restrizione mentale, o esistono dispositivi concettuali per mediare le due cose e togliere la contraddizione. E la suddivisione in classi è uno strumento goffo che trovo razionalmente problematico e che ho raccontato solo per spiegare la genesi e lo sviluppo della questione in me.
Le chiedo quindi di potermi aiutare in termini generali di prospettiva sul problema e possibilmente di fornirmi una disamina dei casi esemplificativi che le ho presentato (nazista senza possibilità di restrizione, bambino, politico/generale, dito/vita umana), in modo da capire bene dove stia il punto e da avere gli strumenti per affrontare casi di questo tipo. 
Per me certi problemi si pongono talvolta con stringenza particolare anche perché mi occupo di politica da anni e, nella mediazione e nella comunicazione con molti in situazioni particolari, di azione e pure di tattica/strategia, in un contesto in cui si deve essere scaltri come serpenti per portare avanti un progetto di bene tra le insidie di mille nemici, con cui si ha però da interagire e comunicare, si presentano davvero molti casi di perplexitas di fronte ai quali mi ritrovo concettualmente sprovvisto per poter capire cosa sia moralmente possibile e cosa no, pur essendo sempre tutto a fin di bene.
La ringrazio anticipatamente e chiedo scusa per la lunghezza di questa email, ma volevo essere il più chiaro possibile nel tratteggiare e delineare la problematica. Spero di esserci almeno riuscito, così che la fatica Sua nell’arrivare in fondo possa non esser stata vana.
Rimango in attesa di un Suo aiuto, le chiedo anche una preghiera e una benedizione.
Cari e grati saluti
Lorenzo


Risposta del sacerdote

Caro Lorenzo,
ti ringrazio anzitutto per la fedeltà con cui segui la nostra rubrica e ti dico anche che mi dispiace risponderti con così grande in ritardo.

1. Ti rispondo in maniera succinta.
Quanto ipotizzati da Scheler potrebbe andar bene purché il bene minore che viene sacrificato rientri all’interno del volontario indiretto.
In altre parole, che il bene sacrificato (e cioè il male compiuto) non sia la causa del bene raggiunto.
Diversamente si introduce il cavallo di troia: in qualche caso, il fine buono giustifica i mezzi cattivi.
Ma questo non è mai lecito.

2. Mi poni della casistica nella quale sembrerebbe col buon senso (sinderesi) che si debba talvolta derogare dal principio secondo cui non è mai lecito fare del male per salvare un bene più grande.
Ma non è così.

3. Tra i criteri prudenziali c’è, sì, quello del buon senso secondo cui in  situazioni ordinarie ci si comporta secondo criteri ordinari.
Ma il vecchio Aristotele tra le parti potenziali della prudenza vi indicava anche la gnome; che è un giudizio di coscienza per cui in situazioni straordinarie ci si comporta secondo criteri straordinari.
Il criterio straordinario non contraddice il criterio ordinario, ma lo supera.
Faccio un esempio:
Se per un intervento chirurgico viene detto che vi sono solo venti possibilità su cento di riuscita, in situazioni ordinarie quell’intervento non va compiuto.
Ma se è questione di vita o di morte, si accetta anche il 20%. Tutto sommato è meglio di niente. In teologia morale si è sempre detto che in extremis extrema sunt tentanda, che può essere tradotto così: nei casi estremi si deve salvare il salvabile.

4. È interessante questo criterio fornito da Aristotele, filosofo pagano del quarto secolo avanti Cristo.
Perché i teologi parleranno di un dono dello Spirito Santo che si potrebbe definire come la gnome cristiana: è il dono del Consiglio.

5. I doni dello Spirito Santo conferiscono un duplice beneficio: rendono pronti ad assecondare una mozione superiore, che viene dallo Spirito Santo, e danno alle nostre azione una certa istintualità divina.

6. Il dono del Consiglio viene definito come abito soprannaturale per cui l’anima in grazia, sotto l’ispirazione dello Spirito Santo, giudica rettamente quello che si deve fare nei casi particolari in ordine al fine ultimo soprannaturale.
A questo dono il Signore stesso allude quando dice: “E quando vi consegneranno nelle loro mani non preoccupatevi di come o di che cosa dovrete dire, perché vi sarà suggerito in quel momento ciò che dovrete dire; non siete infatti voi a parlare, ma è lo Spirito del Padre vostro che abita in voi” (Mt 10,19-20).
L’istintualità divina si manifesta nell’agire con prontezza in ordine a Dio senza passare attraverso il lento e laborioso processo della ragione.

7. In diversi passi della Scrittura si possono scorgere manifestazioni del Consiglio.
In maniera eccellentissima si trovano in Gesù: nelle sue risposte agli accusatori dell’adultera, a coloro che lo interrogano sul tributo da pagare a Cesare.
Se ne scorgono in passi anche dell’Antico Testamento, come nel giudizio di Salomone sull’appartenenza del bambino superstite, l’impresa di Giuditta per salvare il popolo d’Israele dall’esercito di Oloferne, la condotta di Daniele per provare l’innocenza di Susanna.

8. La necessità del Consiglio è richiesta soprattutto in certi casi difficili da risolvere e che richiedono tuttavia una soluzione rapidissima, perché il peccato o l’eroismo a volte sono questioni d’un istante. È molto difficile talvolta conciliare la soavità con la fermezza, la necessità di conservare un segreto senza mancare alla verità, la vita interiore con l’apostolato, l’affetto con la castità…
Il dono del Consiglio, sempre accompagnato dalla carità, indica istantaneamente, come per un’intuizione d’amore soprannaturale, quello che si deve fare.
Penso che un politico santo, come è stato Giorgio La Pira, lo abbia sperimentato molte volte e non sia dovuto ricorrere mai ad artifizi per i quali sia stato costretto poi a confessarsene.

Ti ringrazio del quesito, volentieri ti ricordo al Signore (soprattutto tra breve nella celebrazione della Santa Messa) e ti benedico.
Padre Angelo

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