Quesito

Caro Padre Angelo,
supplico il Signore affinché mi dia la forza di essere chiaro nel domandare e nel discorrere, umile nell’ascoltare, docile alla Sua guida. Rendo lode per questo tempo relativo, benché eterno, per le risposte che saprà accordarci.
Con ciò, confidando di poter rifuggire l’assillo della difficoltà, scusa puerile di fronte alla verità del Cristo per noi e in noi.
Se oggi le scrivo, Padre, è per avanzare un ulteriore passo, fra i pochi recenti, verso la conversione, che anelo e desidero nel suo accadere; poco è da attribuire alla mia ricerca e molto alla grazia, quando si manifesta, persino al mio cuore indurito dal peccato, negli anni veicolo di assenza e distanza dalla Comunità dei credenti. Attendo di poter rivisitare il mio passato per rinascere nuovamente nella misericordia, attraverso la confessione, concludendo già ora di dover rivedere molte posizioni prese, che ho creduto essere certezze, ma che ritratto come false rassicurazioni e futili risposte arroccate, tali da rendermi giudicante, supponente, sofista, menzognero a me stesso e agli altri. A questo hanno condotto i miei studi di filosofia, di questo ho imbevuto i miei insegnamenti, una volta divenuto docente alle scuole superiori. Se dovessi sintetizzare i fatti mirabili che mi trascendono, oserei dire, ora, che la ragione ha dimostrato l’infondatezza dei miei approdi e che la fede mi ha sorpreso. Ciò è venuto dallo Spirito Santo, per conto dei suoi messaggeri, che hanno un volto e un nome, e che hanno toccato corde segrete della mia anima.
Ma ancora la mia argomentazione è debole. Poichè lei, Padre, possa meglio comprendere il significato delle mie intenzioni, occorre tornare indietro di buoni vent’anni, nei quali mi sono dichiarato, persino fieramente, ateo, non facendone poca misura nei momenti di confronto e di dialogo. Quando presi la decisione di lasciare la Chiesa, ebbi la vanagloria di soppesarne il mio bisogno; mi rifiutai di ascoltare chi cercò di ravvedermi, e così nei giorni a venire, disprezzando e calunniando mio fratello, quando fu toccato dalla luce divina, o mia madre, che pure mi ha iniziato con estrema dolcezza alla preghiera: due esempi, questi, che si impongono ricordi più forti di altri.
Evidentemente, Dio non si lascia abbandonare, non lascia che lo abbandoniamo, chiama ad abbandonarci in Lui, in maniera consapevole e libera.
Per questo chiedo consiglio e guida spirituale.
Mi domando infatti come l’uomo nuovo possa scalzare il vecchio, se è giusto considerare di perdere l’unità dell’essere ponendo una soglia tra il prima e l’adesso, in vista del dopo, e in quale maniera essa debba essere marcata.
C’è poi una questione più intima: questo mio percorso di conversione rallenta su un punto; più l’adesione alla fede si rafforza più mi ritraggo, frenando l’impeto che vorrebbe approfondire il disegno che Dio ha voluto e vuole per me. Sento fortemente la Sua chiamata, e non me ne capacito, data la mia condizione di peccatore e l’età ormai avanzata, forse troppo per accogliere la vocazione, considerando che ho ormai quarant’anni. Non so se dovrei pentirmi anche di questo, o forse del troppo pudore e cautela che ancora mi riservo.
La ascolterò con vivo interesse, qualsiasi possano essere le sue conclusioni in merito alla mia situazione.
Mi conceda di poterla ricordare nelle mie preghiere.
Grazie.


Risposta del sacerdote

Carissimo,
1. la tua email è tra quelle che spingono in maniera immediata ad adorare Cristo e a ringraziarlo perché continua ad andare alla ricerca di coloro che il Padre gli ha affidato, perché non ne perisca neanche uno.
Ti ha cercato anche se ti sei deliberatamente allontanato, certamente in buona fede, ma una buona fede che era frutto – permettimi di dirlo, vista la sincerità della tua email – anche di una condotta non del tutto intemerata.
Perché quando si opera le verità, si viene alla luce, come ha detto Nostro Signore (Gv 3,21).
La verità, prima che con la testa, la si cerca con una vita retta.
Quando la si ama, e cioè quando si vive rettamente in tutti gli ambiti della propria vita (anche nella sfera più intima) la si trova e da essa si viene custoditi.

2. Al contrario, quando si comincia a scantonare nella morale, se non si ha l’umiltà di riconoscere l’errore, è facile che si annebbi il giudizio di coscienza e non si riesca più a discernere tra bene e male e a confonderli.
Questa è la situazione denunciata dal Signore quando ha detto: “la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate” (Gv 3,19-20).

3. Sei filosofo e docente di filosofia. Mi piace allora ricordare alcune espressioni di un grande pensatore pagano, Aristotele, il filosofo per antonomasia secondo San Tommaso.
Ebbene Aristotele osservava che nel vocabolario greco la saggezza e la temperanza venivano indicati con il medesimo nome, sofrosüne, perché queste due virtù si custodiscono a vicenda. Dice testualmente: “Da qui chiamiamo con questo nome anche la temperanza, per indicare che salvaguarda la saggezza. Ma è il giudizio pratico che essa salvaguarda. Infatti il piacere e il dolore non corrompono né stravolgono ogni giudizio (ad esempio, che il triangolo ha o non ha gli angoli uguali a due retti), ma i giudizi concernenti ciò che è oggetto di azione” (Etica Nicomachea, VI, 5).
E dal momento che il piacere più travolgente è quello venereo, quando ci si abbandona ad esso, diventa fatale che si corrompa in particolare il giudizio de agendis, e cioè il giudizio di coscienza, il giudizio che la nostra intelligenza è chiamata a pronunciare sulla bontà o sulla malizia degli atti umani.

4. Ma lasciamo questo terreno, che è pure importante per comprendere la genesi di tante derive intellettuali, per venire a te.
Ti stai avvicinando al lavacro della misericordia divina, alla confessione, durante la quale Cristo per mezzo del sacerdote effonderà sulla tua anima “acqua e sangue” (1 Gv 5,6), quella medesima acqua e sangue che scaturirono dal suo costato quando gli è stato trafitto. L’acqua che purifica, che elimina ogni macchia, e il sangue che dona la vita, anzi, la vita divina mediante la grazia santificante, che opera in coloro che la ricevono attraverso la fede, la speranza e la carità e i doni dello Spirito Santo.
Mentre ti scrivo mi viene da pregustare la freschezza e l’abbondanza di questa Vita che il Signore riverserà su di te, perché sarai in grado di fare esperienza di quello che è promesso nel salmo 36: “Si saziano dell’abbondanza della tua casa: tu li disseti al torrente delle tue delizie” (Sal 36,9).
San Tommaso dice che questa esperienza è una prelibazione o un pre-assaggio della beatitudine del Paradiso (Somma Teologica, II-II, 180, 4).
Il Signore ti chiama a questo: dall’indigenza del figliol prodigo alla tavola del Paradiso!

5. Certamente la tua vita cambierà. L’uomo nuovo non correrà più dietro alle lusinghe che affascinavano l’uomo vecchio. Cibandoti di Cristo, non avvertirai più la fame o sete che di ciò che non sazia: “Chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai” (Gv 6,35).
Forse anche tu adesso come Agostino sul crinale della conversione temi di perdere qualche cosa: “Ma da quella parte, dove tenevo rivolta la faccia e trepidavo di fare il passo, mi si mostrava la casta bellezza della continenza, serena e pudicamente lieta, invitandomi con tratto onesto ad andare senza dubbi, stendendo per accogliermi ed abbracciarmi le pie mani tra una folla di buoni esempi; fanciulli e fanciulle, giovani molti e gente d’ogni età, vedove austere e vergini anziane; ed era in tutti la stessa purezza non sterile, ma feconda madre di figli della gioia a Te sposo, o Signore. E mi faceva un sorriso d’incoraggiamento come per dirmi: ‘E tu non riuscirai a fare quello che hanno fatto questi e queste? Forse che questi e queste ne hanno la forza in se stessi e non piuttosto nel Signore loro Dio?’” (s. agostino, Confessioni, 8, 11).
Ma ora in te, come in Sant’Agostino, sta succedendo qualcosa di nuovo perché Cristo ti è passato accanto, ha alitato sopra di te il suo profumo, tu l’hai respirato e adesso aneli a lui (s. agostino, Confessioni, 10, 27).

6. Il tuo passato ti gioverà perché “noi siamo sicuri di questo: Dio fa tendere ogni cosa al bene di quelli che lo amano” (Rm 8,28).
In quell’ogni cosa Sant’Agostino vi metteva anche i peccati.
La Liturgia della Chiesa nell’orazione della domenica IX del tempo ordinario dice: “Deus, cuius Providentia in sui dispositione non fallitur” (“o Dio, che nella tua provvidenza tutto disponi secondo il tuo disegno di salvezza”, o quasi alla lettera: “o Dio, la cui Provvidenza nelle sue disposizioni non si sbaglia”).
Io non posso dirti ora come il tuo passato ti gioverà, ma di questo ne sono certo.
Quando Dio ha permesso che tu ti allontanassi da Lui, quando ha permesso che tu disprezzassi e calunniassi tuo fratello, allorché fu toccato dalla luce divina come mi scrivi, o quando ha permesso che tu disprezzassi e calunniassi tua madre, non si sbagliava. Aveva i suoi disegni di salvezza. Anche i tuoi errori e i tuoi peccati ti serviranno. “Dio fa tendere ogni cosa al bene di quelli che lo amano” (Rm 8,28).

7. Vengo infine a quello stai sentendo nel tuo cuore: la chiamata a servire al Signore.
Non mi meraviglio di questo. Anche il grande padre Lacordaire, domenicano francese del secolo XIX, dopo un breve periodo di ateismo (quello dell’adolescenza), quando scoprì il Signore, conoscerlo e decidere di dedicare la sua vita solo per Lui e per la sua causa fu la stessa cosa.
Ma tu hai quarant’anni. Non sei più giovanissimo. Eppure il Signore chiama ad ogni età, ad ogni stagione della vita.
Penso a Felice Leseur, medico e ateo, che aveva fatto di tutto per portare all’ateismo la moglie, Elisabetta. Ma proprio mentre pensava di aver concluso la sua impresa, ebbe come risvolto la conversione molto bella della moglie, che di lì a qualche tempo fu colpita da grave malattia e dopo alcuni anni morì (a 48 anni), offrendo tutte le proprie sofferenze per la conversione del marito e compiendo un gran bene in tutta la Francia attraverso le sue lettere.
Dopo la morte, il marito fu folgorato dalla grazia. Si convertì e decise di farsi domenicano. Quando ne parlò ad un domenicano, questi gli disse: “Per ora pensa alla conversione, fra cinque anni parleremo di vocazione”. E fu così, perché cinque anni dopo entrò nel noviziato dei domenicani, prendendo il nome di frère Marie-Albert, divenne sacerdote e predicò in tutta la Francia, chiamato soprattutto dalle persone che erano state toccate dalla spiritualità della moglie.
Visse nell’Ordine per 31 anni e morì il 25 febbraio 1950. Era nato nel 1861 ed era entrato nell’Ordine alla bella età di 58 anni!
Tu ne hai solo 40! Non ti dico di diventare sacerdote a 60 anni. Ma provvedi presto alla tua conversione perché Cristo ti aspetta e ha pensato a te per condurre a salvezza molti che corrono il pericolo di perdersi di qua e di là, e cioè nella vita presente e in quella futura.

Ti assicuro la mia preghiera, ti ricordo in modo particolare nella celebrazione della S. Messa e ti benedico.
Padre Angelo