Quesito

Salve padre,
le scrivo in questo momento di gioia ma anche di preoccupazione.
Dal mio incontro con fra M. ho avuto un’altra scintilla circa l’Ordine domenicano, un po’ come con lei. Ma, invece che nella spiritualità, nello studio.
Ora per quanto io sia felicissimo del fatto che sto iniziando a studiare con più frequenza, so che mi sto riempiendo di vanagloria e vanita e ciò mi porta ad altri peccati. È come se provassi un’avversione ancor maggiore verso i miei compagni blasfemi e che a volte mi spinge a pensare di loro come a degli ignoranti, ma non nel senso oggettivo, piuttosto in quello dispregiativo.
Molte volte mi trovo a voler alzare la mani quando bestemmiano accanto a me e provo una rabbia dentro diversa da quella di prima come un disgusto. Mentre prima provavo compassione, ora provo solo avversione.
So che questo è il frutto della superbia del mio cuore causata dai miei vanti.
Solitamente davanti a Dio resto umile ma poi con gli altri mi vanto, faccio vedere loro quanto studio e l’importanza di quei testi.
Sono diventato vanitoso, nonostante questo accada principalmente in momenti di conversazione. Subito dopo me ne pento.
Se non imparo ad allontanare la vanagloria dal mio cuore l’Ordine domenicano mi renderà teologo di satana.
Chiedo al Signore l’umiltà da molto tempo nei rosari completi e nella preghiera generale.
So che se mi affido al Signore la superbia sparirà.
Ho provato a concentrarmi sulla passione e sulla mia ingratitudine verso Cristo. Ma questo funziona per quando si è nel peccato.
Invece la mia vanagloria viene dalla conoscenza. Su cosa dovrei meditare per cacciarla via?
La ringrazio per la risposta.
La ringrazio ancora per tutto cio che ha fatto per me. Senza di lei credo che sarei molto indietro con il mio cammino spirituale.
Ci ricordiamo nella preghiera.


Risposta del sacerdote

Carissimo,
1. hai toccato un tasto dolente.
Dante aveva detto dei domenicani che sono gli agni de la Santa Greggia, u’ ben si impingua se non si vaneggia.
Sono gli agnelli del Santo Gregge (li chiama Agnelli perché sono vestiti di lana bianca) dove ci si arricchisce se non si monta in superbia.
Il rischio dello studio, che è un elemento portante del nostro Ordine, è questo.

2. San Paolo a tale proposito ha detto che “la scienza gonfia, mentre la carità edifica” (1 Cor 8,2).
Pertanto è necessario fare attenzione perché l’inclinazione alla superbia è un’eredità del peccato originale che tutti ci portiamo dietro. Chi più, chi meno (cfr. 1 Gv 2,16).

3. Intanto occorre precisare lo scopo dello studio per i domenicani.
Ecco che cosa dicono le nostre Costituzioni: “San Domenico, portando una notevole innovazione rispetto al passato, volle che facesse parte della finalità del suo Ordine lo studio come strumento del ministero della salvezza. Egli stesso che portava sempre con sé il Vangelo di San Matteo e le lettere di San Paolo, inviò ai suoi frati nelle scuole del tempo e li mandò nelle città più importanti affinché studiassero, predicassero e fondassero conventi” (n. 76).

4. Proseguono le nostre Costituzioni: “Pertanto il nostro studio principalmente deve soprattutto tendere a far sì che siamo di utilità alle anime del prossimo.
Attraverso lo studio, i frati meditano nel loro cuore la multiforme sapienza di Dio e si preparano al servizio dottrinale della Chiesa e di tutti gli uomini. Ed è tanto più urgente il dovere che si hanno di dedicarsi allo studio in quanto, secondo la tradizione dell’Ordine, sono chiamati in modo speciale a coltivare negli uomini il desiderio di conoscere la verità” (n. 77).

5. Non si tratta dunque di uno studio fine a se stesso, semplicemente per imparare. Ma di uno studio ordinato alla salvezza delle anime in modo che la nostra predicazione, con un suo preciso carattere dottrinale, sappia nutrire le menti degli ascoltatori, riscaldi il loro cuore e li porti al Signore

6. Ciò significa che nella predicazione la nostra persona in qualche modo debba scomparire al punto che tutti sentano la presenza del Maestro interiore, di Cristo, che attraverso il predicatore illumina, riscalda e piega la volontà ad unirsi a Lui.
Ciò che disse di se stesso a San Giovanni Battista “Io devo diminuire, lui crescere” (Gv 3,30) deve essere il programma di ogni domenicano.

7. A questo proposito, mi piace riportare la bella testimonianza di San Tommaso d’Aquino, il il quale pur essendo un abisso di scienza, era nello stesso tempo un abisso di umiltà.
Era consapevole di aver ottenuto tutta la conoscenza da Dio. La sua preoccupazione era quella di rimanere umile perché sapeva che l’umiltà lo rendeva aperto a ricevere le illuminazioni da parte di Dio.
Quando avvertiva un moto di vana gloria, lo stroncava sul nascere perché era persuaso che con la vana gloria avrebbe chiusa la porta all’illuminazione che viene da Dio (cfr. Guglielmo di Tocco, Storia di San Tommaso d’Aquino, capitolo 25)..

8. In una preghiera alla Madonna da lui composta e che consigliava di recitare a tutti i suoi confratelli ogni giorno, ad un certo momento si esprime così: “Ottienimi, Signora mia dolcissima, una vera carità perché ami con tutto il cuore, il tuo sacratissimo Figlio e Signore nostro Gesù Cristo; e te, dopo di lui, sopra ogni altra creatura; e il prossimo Dio e per Dio, sì da godere del suo bene, soffrire del suo male, non disprezzare né giudicare temerariamente alcuno, né preferirmi ad alcuno nel segreto del mio cuore”.
Puoi recitare anche tu tutti i giorni questo breve tratto della sua preghiera alla Madonna.
Così ti ricorderai quotidianamente che non devi disprezzare né giudicare temerariamente nessuno. E neanche preferirti a qualcuno nel segreto del tuo cuore.
Questo in nome di quell’umiltà che riconosce prontamente che è tutto quello che hai imparato l’hai imparato da Dio.
È Dio infatti che te ne ha fornito il materiale.
È Gesù Cristo, il maestro interiore,che te l’ha fatto comprendere e ritenere.
E che l’hai ricevuto in dono non per giudicare o per disprezzare il tuo prossimo, ma per servirlo e per presentargli la testimonianza di una fede motivata e argomentata.

9. C’è un versetto nei salmi di Davide in cui questo santo re implorava da Dio che non venisse raggiunto dal piede della superbia.
Nel salmo 36,12 si legge: “Non mi raggiunga il piede dei superbi”, non veniat mihi pes superbiae.
La superbia o vanagloria viene rappresentata come un piede che sale e si eleva per diventare il motore di tutto.
È necessaria molta attenzione perché questa inclinazione penetra anche nel compimento delle buone azioni e nell’esercizio delle virtù, sicché uno è tentato di inorgoglirsi persino della sua stessa umiltà.
Nella santità vera invece non c’è niente che si desideri quanto l’essere nascosti con Cristo in Dio (Col 3,3).
E se si deve stare sulla cima del monte, vi si sta con la speranza che le attenzioni degli altri non si rivolgano semplicemente verso la propria persona, ma verso Dio.

Con l’augurio di un santo combattimento e anche di ogni bene per la solennità del Santo Natale ormai prossima, ti benedico e ti ricordo nella preghiera.
Padre Angelo