Quesito

Reverendo Padre Angelo,
Anzitutto mi scuso perché sono ancora qui ad importunarla, e perché quello che le pongo adesso è un argomento delicato. Ma, lei lo sa meglio di me, è difficile parlare della donna senza toccare, in un modo o nell’altro, la concezione (o meglio, le concezioni) che il Medioevo aveva del corpo e del matrimonio.
Le confesso che è difficile farsene un’idea, poiché anche in questo campo è stato detto tutto e il contrario di tutto. Anche lasciando da parte tutte le balordaggini che sono state dette dal Settecento in poi sull’argomento, l’idea generalmente diffusa è che la vita consacrata fosse considerata di dignità di gran lunga superiore a qualsiasi altra e che il matrimonio venisse accettato solo in quanto remedium concupiscentiae, e non in quanto vocazione. Gli autori di Medioevo al Femminile citano in proposito una sessantina di penitenziali esaminati tra il VI e il X secolo (a mio parere un po’ pochi) nei quali i giorni di astinenza dall’opus coniugalis sono sterminati… Insomma, l’opinione degli autori è che, soprattutto nei territori di pertinenza dei monasteri, i monaci tendessero a imporre il proprio stile di vita anche ai laici.
Per fortuna, mi è capitato di recente tra le mani un bellissimo libro di Jean Leclercq, La figura della donna nel Medioevo, nel quale traspare l’ammirazione dei monaci per la bellezza dell’amore sponsale, del quale parlano liberamente ed esplicitamente. D’altronde, ho riscontrata questa serenità di visione anche in altre fonti (soprattutto Santa Ildegarda di Bingen). E infatti altri studiosi tendono a considerare la morale medievale molto meno “sessuofoba” e con molti meno tabù di quella tridentina e soprattutto sette-ottocentesca: per esempio, si paragona lo “scandalo” che fecero i nudi della Cappella Sistina con certe illustrazioni di manoscritti medievali, decisamente più audaci. Per sintetizzare con una frase di Drieu la Rochelle: “Non a dispetto del Cristianesimo, ma per mezzo del Cristianesimo si rivela pienamente e apertamente la gioia di vivere, di avere un corpo, un’anima in questo corpo… insomma la gioia di essere”.
Il fenomeno di “demonizzazione” del corpo e del matrimonio sarebbe iniziato proprio con San Tommaso e gli Scolastici. Sarebbe stato proprio San Tommaso a definire la libido (e non so se fosse la stessa libido intesa da Santa Ildegarda come il primo passo per adempiere l’opus coniugalis, che ella considera addirittura immagine della vita interna della Santissima Trinità) come il potere più alieno allo spirito. Da San Tommaso in poi, il matrimonio sarebbe stato visto soltanto come remedium concupiscentiae, quasi un’attenuazione alla colpevolezza della sessualità. Gli Scolastici sarebbero stati dunque tra i principali responsabili della svalutazione del corpo, del matrimonio e della donna.
Addirittura il mio professore di Storia Medievale, parlando di San Tommaso, affermava che egli ponesse lo stupro, in ordine di gravità, al penultimo posto tra i peccati carnali.
Spero che lei possa portare un po’ di chiarezza in tutta questa confusione. E mi permetto di chiederle, per concludere, qualche lettura obiettiva sull’argomento.
La ringrazio in anticipo.
Federica


Risposta del sacerdote

Cara Federica,
1. Scrivi: “Da San Tommaso in poi, il matrimonio sarebbe stato visto soltanto come remedium concupiscentiae, quasi un’attenuazione alla colpevolezza della sessualità. Gli Scolastici sarebbero stati dunque tra i principali responsabili della svalutazione del corpo, del matrimonio e della donna”.
Ecco il pensiero di S. Tommaso, che definisce il matrimonio come “maxima amicitia”, cioè la più grande delle amicizie, o, come traducono alcuni, “una grandissima amicizia” (S. Tommaso, Summa contra Gentes, III, 123).
E ne porta le ragioni.
È la più grande delle amicizie perché realizza tra l’uomo e la donna una triplice altissima unione:
quella dell’unione affettiva, che è così grande da indurre gli sposi a lasciare quanto da un punto di vista naturale hanno di più caro: i propri genitori;
quella della vita comune, come si desume dalle parole della Scrittura “si unirà alla sua donna”, per la quale condividono ogni cosa;
e quella dell’unione carnale perché qui ci si dona interamente non solo nell’anima, ma anche nel corpo, come si evince dalle parole “i due formeranno una carne sola” (Gn 2,24; Ef 5,31) (In Eph. V, lect. X).

2. Circa la libido.
San Tommaso ha scritto un trattato sulle passioni (emozioni) della persona. Sa che le emozioni costituiscono un grande potenziale per la persona umana che, senza di esse, sarebbe fredda come un robot.
Il suo pensiero di stacca notevolmente da quello degli stoici, per i quali la persona umana non avrebbe dovuto turbare il proprio animo con le passioni.
Quella che oggi in senso buono è chiamata libido si configura come una passione.
Sotto il profilo morale, dice san Tommaso, le passioni sono neutre: la loro bontà o malizia dipende dall’uso che uno ne fa.

3. Non è vero che il matrimonio, anche dopo san Tommaso sia stato considerato semplicemente come remedium concupiscentiae. È sufficiente ricordare che per la teologia cattolica è sempre stato considerato come un sacramento, e cioè un segno sacro.
Questo è stato messo in risalto ancor più dopo il Concilio di Trento, in razione a Lutero che considerava il matrimonio come un semplice contratto, analogo a quello che si fa in un mercato (sono parole sue).

4. Ti riporto una pagina del Catechismo Romano pubblicato subito dopo la fine del Concilio di Trento. Siamo nel 1566.
È solo una pagina della tante che i vari parroci, ogni domenica pomeriggio fino a qualche decennio fa, ciclicamente spiegavano ogni quattro anni ai loro fedeli. Vedrai che siamo lontani da una visione angusta.
Il matrimonio come sacramento

Elevato alla dignità di sacramento il matrimonio ha assunto una natura infinitamente più nobile e un fine più alto. Se ai suoi inizi esso ebbe, come unione naturale, lo scopo di propagare il genere umano, più tardi, con la dignità di sacramento, ebbe da Dio lo scopo di far sorgere un popolo nuovo per il culto del vero Dio in Cristo Signore.
A questo proposito, quando Gesù volle esprimere in un simbolo sensibile la sua intima unione con la Chiesa e il suo infinito amore verso di noi, raffigurò tale misteriosa unione divina in quella dello sposo con la sposa. Nessuna unione, infatti, vincola due esseri più intimamente degli sposi e nessun amore è più profondo e più fervido dell’amore nuziale. Perciò così spesso la Scrittura simboleggia il rapporto tra Gesù e la Chiesa con l’immagine delle nozze.
Sulla esplicita testimonianza di san Paolo, la Chiesa ha sempre insegnato che il matrimonio è un vero e proprio sacramento. Scrive l’Apostolo: “Così anche i mariti hanno il dovere di amare le mogli come il proprio corpo, perché chi ama la propria moglie ama se stesso. Nessuno mai infatti ha preso in odio la propria carne; al contrario la nutre e la cura, come fa Cristo con la Chiesa, poiché siamo membra del suo corpo. Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà alla sua donna e i due formeranno una carne sola. Questo mistero è grande; lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa!”(Ef 5,28-32).
Le parole «questo mistero è grande» si riferiscono certamente al matrimonio e vogliono dire che l’unione fra l’uomo e la donna, di cui Dio è autore, è un sacramento, ossia un segno sacro di quell’ineffabile vincolo che congiunge Gesù alla Chiesa. I Padri, commentando questo passo di san Paolo, l’hanno inteso appunto in questo senso e il Concilio di Trento ha definitivamente sanzionato questa interpretazione.
San Paolo paragona infatti il marito a Cristo e la moglie alla Chiesa; stabilisce che il marito è il capo della moglie, come Cristo è il capo della Chiesa; e infine che il marito deve amare la moglie e la moglie deve amare il marito, come Cristo ha amato la Chiesa fino a dare per essa la sua vita. A sua volta, insiste l’Apostolo, la Chiesa è soggetta a Cristo.
Il Concilio di Trento insegna inoltre che questo sacramento non solo simboleggia, ma realmente conferisce la grazia come esige ogni sacramento. Ecco la dottrina del Concilio di Trento: «Gesù Cristo, istitutore dei sacramenti, ci meritò con la sua passione la grazia capace di sublimare l’amore naturale e di radicarne l’indissolubile unità. Per la grazia del sacramento, perciò, i coniugi uniti dal vincolo del reciproco amore riposano nella mutua affezione, rifuggono da amori illeciti e conservano il talamo senza macchia (Eb 13,4)»”.

5. Per san Tommaso lo stupro viene inteso come violazione sessuale di una ragazza che è ancora sotto la tutela dei genitori.
Ecco il suo pensiero sulla gravità del peccato:
“Nulla impedisce che un peccato diventi più grave assommandosi a un altro. Un peccato di lussuria quindi diventa più turpe con l’aggiunta di un peccato di ingiustizia: poiché la concupiscenza che non rifugge dall’ingiustizia si rivela più disordinata. E lo stupro implica due ingiustizie. La prima rispetto alla vergine, che viene sedotta, anche se non viene violentata: per cui si è tenuti a riparare…
La seconda ingiuria viene fatta invece al padre della fanciulla. E secondo la legge anche per questo è prevista una pena” (Somma teologica, II-II 154, ad 3).

Spero di aver portato qualche precisione su svarioni, che alcuni professori di università passano invece come verità.
Ti saluto, ti prometto un ricordo al signore e ti benedico.
Padre Angelo

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