Quali sono i motivi per cui due persone preferiscono un’unione di fatto al matrimonio

////Quali sono i motivi per cui due persone preferiscono un’unione di fatto al matrimonio

Quali sono i motivi per cui due persone preferiscono un’unione di fatto al matrimonio

Quesito

Caro Padre Angelo,
perchè alcune persone decidono di scegliere questo tipo di unioni piuttosto che il matrimonio (civile o religioso)?
Matteo


Risposta del sacerdote

Caro Matteo,
I motivi che spingono alle unioni di fatto sono molti.

1. Alcuni si uniscono di fatto “ad esperimento” prima del matrimonio.
Queste unioni sono come un matrimonio di prova. A loro giustificazione si adduce che il matrimonio è una cosa molto seria, una realtà che non si può sfasciare per un nonnulla e che di fronte alle molte crisi matrimoniali è preferibile muoversi cautamente.
A questa motivazione bisogna rispondere, almeno di prima battuta, che non “si può provare” ad essere marito e moglie, come “non si può provare ad essere genitori”.

2. Altre volte la causa più immediata di tali unioni può corrispondere a motivi assistenziali. È il caso, ad esempio, nei sistemi più sviluppati, di persone in età avanzata che stabiliscono tali unioni per paura che il matrimonio comporti maggiori carichi fiscali o la perdita della pensione.

3. In altri casi, le unioni di fatto vengono stabilite tra persone divorziate, che civilmente non hanno ancora regolarizzato la loro posizione.

4. Talvolta alcune persone convivono in un’unione di fatto perché rifiutano esplicitamente il matrimonio per motivi ideologici. Vogliono vivere la loro sessualità secondo una forma alternativa e considerano il matrimonio una “violenza inammissibile al loro benessere personale” o perfino la “tomba dell’amore selvaggio”.

5. Talvolta, soprattutto in zone di grande miseria (come nelle bidonville delle metropoli americane o in certe zone del terzo mondo) le unioni di fatto sono dovute all’assenza di una formazione adeguata. Qui la miseria materiale è intimamente legata alla miseria morale.

6. Ma accanto a questi motivi, sta emergendo una cultura (se così si può chiamare) per cui la sessualità biologica non sarebbe sinonimo di sessualità anche psicologica e comportamentale. Sarebbe invece solo qualcosa di generico. Ognuno poi si darebbe l’orientamento (omo o eterosessuale) che vuole.
La Congregazione per la dottrina della fede in una lettera indirizzata ai vescovi (31.7.2004) scrive che “per evitare ogni supremazia dell’uno o dell’altro sesso, si tende a cancellare le loro differenze, considerate come semplici effetti di un condizionamento storico-culturale…
La differenza corporea, chiamata sesso, viene minimizzata, mentre la dimensione strettamente culturale, chiamata genere, è sottolineata al massimo e ritenuta primaria” (CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE, Lettera ai vescovi della Chiesa cattolica sulla collaborazione dell’uomo e della donna nella Chiesa e nel mondo, n. 2).
“Secondo questa prospettiva antropologica la natura umana non avrebbe in se stessa caratteristiche che si imporrebbero in maniera assoluta: ogni persona potrebbe o dovrebbe modellarsi a suo piacimento, dal momento che sarebbe libera da ogni predeterminazione legata alla sua costituzione essenziale” (Ib.).
Le conseguenze sono enormi perché la “liberazione della donna da ogni determinismo biologico” va a mettere in questione l’essenza della famiglia, per sua indole naturale composta di padre e di madre, equipara l’omosessualità con l’eterosessualità, e introduce “un modello nuovo di sessualità polimorfa” (Ib., n.2).
La Congregazione per la dottrina della fede risponde a queste tendenze antropologiche affermando che mascolinità e femminilità non sono dati culturali, e perciò soggetti a storicità, ma caratteristiche essenziali e permanenti della persona umana.

Ti saluto, ti accompagno con la preghiera e ti benedico.
Padre Angelo