Quesito

Caro padre,
noi sappiamo bene che chi è divorziato e risposato non può ricevere la comunione.
A questo punto mi chiedo: come mai i sacerdoti che abbandonano il loro ministero per sposarsi con una donna continuano a ricevere la comunione?
Non hanno forse anche loro abbandonato la loro Sposa per sposarsi con un’altra? Non hanno forse anche loro tradito le promesse fatte? Non sono forse anche loro in una situazione di peccato continuo?


Risposta del sacerdote

Carissima,
1. potrei risponderti in maniera molto stringata dicendo che l’indissolubilità del matrimonio è di diritto divino mentre il celibato ecclesiastico è di diritto ecclesiastico.

2. Gesù ha espresso in maniera molto chiara la volontà di Dio sul matrimonio. Si pensi a quello che si legge in Mc 10,7-12: “per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e i due saranno una carne sola. Sicché non sono più due, ma una sola carne. L’uomo dunque non separi ciò che Dio ha congiunto». (…) Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio contro di lei; se la donna ripudia il marito e ne sposa un altro, commette adulterio».

3. Mentre sul celibato dei sacerdoti non ha detto nulla. Ha lasciato il suo esempio, ha raccomandato la verginità per il Regno dei cieli, ha promesso cento volte tanto e la vita eterna a chi lascia tutto per la sua causa. Ma non ha chiesto espressamente che i sacerdoti fossero celibi.
La chiesa fin dall’inizio ha trovato estremamente opportuno che rimassero celibi, per cui fin dal termine delle persecuzioni (IV secolo) ha stabilito questa normativa. Ma come l’ha messa, potrebbe anche toglierla.
Non la toglierà, perché è troppo preziosa per la vita del sacerdote e per la vita dei cristiani.
Ma in alcuni casi gravi ne dà la dispensa e concede che si possano sposare, tralasciando evidentemente il ministero sacerdotale.

4. Pertanto sulle norme stabilite da Dio la Chiesa non ha alcun potere.
Mentre sulle norme stabilite da lei stessa: come le ha messe, così le può togliere e da esse può dispensare.

5. Tuttavia c’è della verità in quello che hai detto: il prete ha sposato la Chiesa e ad essa ha promesso fedeltà rimando nel celibato ecclesiastico.
Su questo punto Giovanni Paolo II ha richiamato i preti:
“Il sacerdote attraverso il suo celibato diventa uomo per gli altri, in modo diverso da come uno che, legandosi in unità coniugale con la donna, diventa anch’egli, come sposo e padre, uomo per gli altri soprattutto nel raggio della propria famiglia: per la sua sposa, e insieme con essa per i figli, ai quali dà la vita. Il sacerdote, rinunciando a questa paternità ch’è propria degli sposi, cerca un’altra paternità e quasi addirittura un’altra maternità, ricordando le parole dell’apostolo circa i figli che egli genera nel dolore (Gal 4,19).
Sono essi figli del suo spirito, uomini affidati dal buon Pastore alla sua sollecitudine. Questi uomini sono molti, più numerosi di quanti ne possa abbracciare una semplice famiglia umana.
È ovvio che una tale decisione obbliga non soltanto in virtù della legge stabilita dalla Chiesa, ma anche in virtù della responsabilità personale. Si tratta qui di mantenere la parola data a Cristo e alla Chiesa. (…)
Aggiungiamo infine che i nostri fratelli e sorelle legati al matrimonio hanno il diritto di aspettarsi da noi, sacerdoti e pastori, il buon esempio e la testimonianza della fedeltà alla vocazione fino alla morte, fedeltà alla vocazione che noi scegliamo mediante il sacramento dell’Ordine, come essi la scelgono mediante il sacramento del Matrimonio” (lettera ai sacerdoti, giovedì santo 1979, n. 9).

6. Giovanni Paolo II nei primi anni del suo pontificato non ha concesso dispense ai preti che domandavano di andarsene.
Ma poi, sebbene a malincuore, ha dovuto concederne per rimediare a dati di fatti scandalosi.
E allora ha dispensato dall’obbligo del celibato, con la possibilità di unirsi nel sacramento del matrimonio.

Ti saluto cordialmente, ti prometto un ricordo al Signore e ti benedico.
Padre Angelo