Quesito

Caro padre Angelo,
qualche tempo fa sentii dire da Corrado Augias che i vangeli non potevano avere grande attendibilità, per essere stati scritti 2-3 secoli dopo la morte di Cristo. Avendo una certa idea del soggetto, non mi arrabbiai neppure. Senonché di recente un signore, che mi è sembrato serio ed informato, ha detto che vi era stata una tradizione orale, fissata in scritti dopo qualche secolo. Ho dimostrato la mia sorpresa, ma non ho potuto sostenere un discorso in una materia praticamente sconosciuta.
Poiché apprezzo la sua chiarezza, vorrei chiederle di illustrare (a me e forse a qualcun altro), i termini del problema
Mario


Risposta del sacerdote

Caro Mario,
1. la discussione odierna sulla datazione dei Vangeli non è finita perché le tesi si alternano.
Augias forse voleva dire che i codici più antichi dei Vangeli che noi possediamo sono di due o tre secoli dopo Cristo.
Ma i Vangeli erano conosciuti e diffusi anche prima. Nel secondo secolo i Padri della Chiesa li citano a menadito.
Questo dunque è un fatto indiscusso. Anzi si trovano citazione dei Vangeli anche in alcuni Padri del primo secolo.

2. Ho riflettuto parecchio prima di risponderti e sono giunto alla conclusione di presentare e a te e ai nostri visitatori la tesi tradizionale.
Dico subito che molti esegeti di oggi la mettono sotto discussione.
Non presento la tesi tradizionale come mia e non entro in merito a tale discussione. Può darsi che abbiano ragione gli esegeti di oggi.
Desidero solo che si conosca quello che per 1900 anni si è sempre asserito.

3. Desidero anche dire che la datazione dei vangeli non li rende più o meno credibili.
Per noi è sufficiente sapere che si tratta di Parola del Signore e che ognuna di quelle parole custodisce segreti di vita eterna.

1. Tempo in cui fu composto il Vangelo di Matteo

Non si è d’accordo nel determinare il tempo preciso in cui fu composto il primo Vangelo,
benché  tutte le antiche testimonianze sono concordi nell’affermare che S. Matteo fu il primo
a scrivere il Vangelo in aramaico.
È molto probabile che la
composizione del primo Vangelo risalga più o meno alla dispersione degli Apostoli nel mondo avvenuta circa l’anno 42.
In questi termini ne parla lo storico Eusebio di Cesarea (265-340), il quale fa riferimento a una testimonianza di Papia, vescovo di Gerapoli, vissuto tra il 70 e il 150 circa, che apprese tali notizie da San Giovanni evangelista, di cui era discepolo e amico.
Del medesimo parere di Eusebio sono le testimonianze autorevoli di S. Giovanni Crisostomo
e di S. Girolamo (IV secolo).
Per contro S. Ireneo dice che Matteo
scrisse il suo Vangelo mentre Pietro e Paolo evangelizzavano e fondavano la Chiesa di Roma, il
che ci porterebbe verso l’anno 60.
Lo scrisse in Palestina e lo destinò a lettori cristiani convertitisi dal Giudaismo. L’esame interno del primo Vangelo conferma i dati della storia, poiché noi troviamo che S. Matteo non si ferma come fanno S. Marco e S. Luca a
spiegare gli usi e i costumi giudaici, non dice p. es. che cosa siano le abluzioni, il Corban, la
Parasceve, i giorni degli azzimi, ecc., ma insiste invece sulle false interpretazioni della legge date dai dottori Giudei, smaschera l’ipocrisia e i vizi dei Farisei, e cerca di riferire quanto può interessare i Giudei e mettere loro in risalto la figura del Salvatore. Ora tutto ciò dimostra che egli destinava il suo libro a lettori che perfettamente conoscevano gli usi giudaici.
Sebbene non si possa determinare con precisione l’anno in cui fu fatta la versione greca del primo Vangelo, tuttavia è certo che essa era già terminata verso il fine del primo secolo, poiché parecchi scrittori di quel tempo che non conoscevano l’aramaico ne riportano parecchie citazioni in greco. Non conosciamo né il nome dell’autore né il luogo
dove sia stata fatta.

2. Tempo in cui fu composto il Vangelo di Marco

1. Il più antico scrittore he parla di San Marco come dell’autore di un Vangelo, è Papia, grande indagatore dell’antichità cristiana e uno fra i discepoli di S. Giovanni Evangelista. La testimonianza di Papia ha tanto maggior valore in quanto egli
non parla a nome proprio ma riferisce quanto diceva S. Giovanni. Ecco le parole di Papia, riferite da Eusebio nella Storia ecclesiastica (n. 39): «Diceva dunque quel seniore (S. Giovanni) che Marco, divenuto interprete di Pietro, scrisse con esattezza, benché non ordinatamente (secondo la cronologia), – ma secondo che si ricordava – le cose fatte e dette da Gesù. Poiché egli non aveva né udito, né seguito il Signore, ma solo più tardi, come ho detto, si diede a compagno di
Pietro, il quale dava suoi insegnamenti a seconda delle circostanze, senza intenzione di tessere una serie ordinata dei fatti e dei detti del Signore. Perciò Marco non ha nessuna colpa, se scrisse alcune cose come gliele ricordava la memoria, poiché egli ebbe solo cura di nulla omettere delle cose udite e di non errare nelle medesime».
Eusebio dopo aver riferite queste
parole conclude dicendo: «Tali cose narra Papia di Marco, dal che si vede come tanto Eusebio
quanto Papia intendessero parlare del nostro secondo Vangelo, e non già di un qualche altro
scritto andato perduto».
La testimonianza di Papia non è isolata. Anche S. Ireneo (morto verso il 200) dopo aver parlato del Vangelo di Matteo, continua dicendo (Adv. Haeres., III,I): «Dopo la loro dipartita (morte dei due Apostoli Pietro e Paolo?) Marco discepolo e interprete di Pietro, mise ancor egli per scritto la predicazione di Pietro».
A S. Ireneo fa eco Clemente Alessandrino (+ 212), il quale riferisce questa tradizione,
dichiarando di averla avuta da uno degli antichi (forse S. Panteno): «Diceva (un antico), che… il Vangelo di Marco era stato scritto in questa occasione. Avendo
Pietro predicato pubblicamente in Roma la parola di Dio, e per impulso dello Spirito Santo avendo promulgato il Vangelo, molti fra i presenti pregarono San Marco, come colui che da tempo seguiva S. Pietro e teneva a mente i detti di lui, che mettesse per iscritto quello che l’Apostolo aveva predicato. Così Marco compose il Vangelo, dandolo a coloro che glielo avevano
richiesto. La qual cosa saputasi da Pietro, questi né proibì l’opera, né esortò a farla».
Tertulliano (nato c. 160) ci riferisce la tradizione delle Chiese di Africa con queste parole: «Il Vangelo pubblicato da Marco
si chiama Vangelo di Pietro, di cui Marco fu l’interprete».
La stessa affermazione ripete
Origene (+ 254): «Imparai dalla tradizione… che il secondo Vangelo è quello di Marco, il quale lo mise per scritto come Pietro gliel’aveva esposto».
Ugualmente
Eusebio afferma che Marco scrisse il Vangelo, e fa propria la tradizione riferita da Clemente Alessandrino.

2. È difficile determinare con precisione l’anno, in cui Marco scrisse il suo
Vangelo né gli autori si accordano tra loro. Tuttavia stando a quanto riferiscono gli antichi scrittori si può asserire con certezza che S. Marco non scrisse il suo Vangelo dopo il 67, ossia dopo la morte di S. Pietro, poiché Clemente Alessandrino, Eusebio, S. Girolamo  ecc., affermano esplicitamente che Pietro
venne a conoscere l’opera del suo discepolo.
Di più, siccome tutti gli antichi scrittori affermano che San
Marco scrisse prima di S. Luca e dopo S. Matteo, e S. Luca scrisse verso il 60-63, si deve concludere che la data per la composizione del Vangelo di S. Marco va stabilita tra il 42, anno della dispersione degli Apostoli, e il 60.
Le maggiori probabilità però sono per i primi anni successivi al 42. Infatti per comune testimonianza degli antichi S. Marco scrisse il suo Vangelo «essendo interprete di Pietro o predicando Pietro pubblicamente in Roma». Ora tutto ciò sembra portarsi ai primi anni del ministero di Pietro tra i Romani, quando Marco rendeva veramente servizio di interprete al principe degli Apostoli, e i Romani colpiti dalla novità e dalla sublimità delle cose udite, desideravano di possedere per iscritto quanto Pietro aveva predicato.
Si può quindi ritenere come probabile che il secondo Vangelo sia stato scritto verso il 42-44.

3. Tempo in cui fu composto il Vangelo di Luca

È fuor dì dubbio infatti che S. Luca scrisse il suo Vangelo prima degli Atti, poiché nel prologo
a quest’ultimo libro dice esplicitamente di aver già composto una narrazione (Vangelo) di tutto ciò che Gesù aveva fatto e insegnato dal principio fino all’Ascensione.
Ora il libro degli Atti fu terminato verso il fine del biennio della prima prigionia romana di S. Paolo, ossia verso il 63, poiché mentre S. Luca aveva descritto coi più minuti particolari il viaggio dell’Apostolo a Roma, le accoglienze avute dai fedeli romani, i colloqui coi Giudei e la mite prigionia nella quale gli era permesso di stare in una casa presa a pigione con un solo soldato di guardia, tronca bruscamente tutto ad un tratto la narrazione con queste parole Paolo «dimorò per due anni interi in una casa presa a pigione, e riceveva tutti coloro che andavano da lui, predicando il regno di Dio e insegnando francamente e senza ostacoli le cose spettanti al Signore Gesù Cristo».
Se fosse stato scritto dopo non si comprenderebbe perché S. Luca non accenni nel suo libro al processo svoltosi davanti all’autorità romana, alla liberazione di San Paolo, al suo viaggio nella Spagna, ecc.
Questo fatto non si può spiegare altrimenti se non ammettendo che San Luca abbia scritto gli Atti durante la prigionia romana dell’Apostolo e li abbia interrotti senza più riprenderli non si sa per quale motivo, prima che avesse luogo il processo e la conseguente liberazione, ossia verso il 63.
Pertanto, poiché il Vangelo fu scritto prima degli Atti, è chiaro che la sua composizione va posta prima del 63. Inoltre se si tien conto che S. Luca scrisse il suo Vangelo come veniva predicato da Paolo e che prima di accingersi all’opera volle interrogare coloro che fin da principio erano stati testimoni oculari e ministri della parola, si dovrà concludere che la composizione del terzo Vangelo deve risalire al tempo in cui S. Luca seguì da vicino S. Paolo ed era in grado di poter interrogare i testimoni oculari della vita di Gesù.
Ora tutto questo ci porta verso l’anno 60, quando l’Apostolo era prigioniero a Cesarea e Luca era assieme con lui e aveva tutte le comodità di poter interrogare testimoni e ricevere tutte le informazioni che
desiderava.
Si deve anche riferire l’opinione nata nell’ambiente razionalista protestante che assegna la data a dopo il 70. Quale il motivo? Perché nel terzo Vangelo
più che negli altri si parla chiaramente della distruzione di Gerusalemme. E dal momento che secondo i razionalisti protestanti è impossibile la profezia, necessariamente la data della composizione del Vangelo viene rimandata a dopo il 70. Ma questa tesi nasce da un pregiudizio.
Pertanto fondandosi su argomenti interni (in mancanza di argomenti esterni) si può ritenere che il terzo Vangelo sia stato scritto prima del 63.

4. Tempo in cui fu composto il Vangelo di Giovanni

Sebbene non si possa determinare con precisione l’anno in cui fu scritto il quarto
Vangelo, è sentenza comune però che esso risalga all’ultimo decennio del primo secolo.
Una quantità di indizi interni conferma questa sentenza poiché il quarto
Vangelo fu scritto certamente dopo i Sinottici.
Ad esempio, Gv 21,19 lascia supporre come già avvenuta la morte di S. Pietro.
Il modo con cui in tutto il Vangelo libro si parla dei Giudei
fà capire chiaramente che essi hanno cessato di essere un popolo e che l’antica città e l’antico tempio non sono più che un mucchio di rovine (11,19.55; 13,33; 18,20.36).
Non sono da dimenticare gli errori di Cerinto, degli Ebioniti e dei Nicolaiti, contro i quali è diretto il
quarto Vangelo. Questi errori si sparsero verso la fine del primo secolo.
In ogni caso è certo che il quarto Vangelo non è posteriore alla fine del primo secolo perché alcune sue citazioni sono presenti negli scritti di Sant’Ignazio di Antiochia, di S. Policarpo e forse anche di S. Clemente.

Con la speranza di aver fornito almeno un tassello importante e imprescindibile per la discussione sulla datazione dei Vangeli, ti saluto, ti ricordo al Signore e ti benedico.
Padre Angelo