Quesito

ciao,
sono quello che t’ha detto che stava leggendo i Moralia di san Gregorio.
Ho sentito un prete alla Tv dei vescovi che ha definito l’Atto di dolore una “tremenda preghiera”, “una preghiera che non ha nulla di cristiano perché Dio non si può offendere e poi Dio non castiga, perché Gesù è venuto a rivelarci un altro tipo di Dio, di Padre”.
La mia domanda: è un castigo di Dio? Intendo il fatto che abbiamo personaggi (preti?) … che pontificano in tivvù (nella tivvù dei vescovi italiani [che grazie a Dio nessuno vede, ma questa è un’altra storia]), spargendo e largamente e impunitamente diffondendo eresie.
Sii sincero (è ovvio che è un castigo di Dio, volevo… boh? tentarti… bah).
Ah ti piacciono le scarpe che porta ‘sto prete (?) in quel video? credo siano scarpe Hogan (ma non sono un esperto)

 


 

Risposta del sacerdote

Carissimo,
1. mi spiace per quello che quel prete ha detto nella TV dei vescovi e cioè che il peccato non è un’offesa fatta a Dio.
È vero che chi pecca danneggia se stesso, ma contemporaneamente fa altre due cose: continua a crocifiggere Gesù e compie un danno anche al corpo mistico di Cristo che è la Chiesa.

2. Danneggia chi lo compie: l’ho ripetuto molte volte in questo sito, ricordando anzitutto che cosa dice la Sacra Scrittura: “Chi pecca, danneggia se stesso” (Sir 19,4).
Ma poi anche è l’affermazione di Giovanni Paolo II in Reconciliatio et paenitentia: “Il peccato è un atto suicida” (RP 15).
Evidentemente si tratta del peccato mortale.
Ho ricordato anche quanto dice Sant’Agostino: “il peccato è una maledizione e che per conseguenza dal peccato ne deriva morte e mortalità” (Contra Faustum, 14,4), vale a dire un certo maleficio che uno fa a se stesso. E ho ricordato anche che San Tommaso riporta e fa propria tale affermazione (Somma teologica, III, 46, 4, ad 3).

3. Riporto per intero quanto dice Giovanni Paolo II: “Come rottura con Dio, il peccato è l’atto di disobbedienza di una creatura che, almeno implicitamente, rifiuta colui dal quale è uscita e che la mantiene in vita; è, dunque, un atto suicida.
Poiché col peccato l’uomo rifiuta di sottomettersi a Dio, anche il suo equilibrio interiore si rompe e proprio al suo interno scoppiano contraddizioni e conflitti.
Così lacerato, l’uomo produce quasi inevitabilmente una lacerazione nel tessuto dei suoi rapporti con gli altri uomini e col mondo creato” (RP 15).

4. E proprio perché con peccato l’uomo danneggia se stesso (“il suo equilibrio interiore si rompe e proprio al suo interno scoppiano contraddizioni e conflitti”) si tratta di un castigo che ci su autoinfligge.
Il castigo è intrinseco all’atto che uno compie.
Con linguaggio antropomorfico, ma vero, diciamo: “Perché peccando ho meritato i tuoi castighi.

5.  Ma è anche vero che il peccato offende Dio.
La passione e morte di Gesù non è stata la più grave offesa che gli sia stata fatta?
E Gesù  non è forse Dio fatto carne?
La lettera agli ebrei dice: “Tuttavia, se sono caduti, (…) dal momento che, per quanto sta in loro, essi crocifiggono di nuovo il Figlio di Dio e lo espongono all’infamia” (Eb 6,6).
L’infamia non è forse un’offesa?

6. Pensiamo, ad esempio, a un peccato purtroppo abbastanza diffuso: la bestemmia.
Insultare Dio non è forse offenderlo?
Tra l’altro la parola bestemmia deriva dal greco “blapto” e significa schiaffeggiare.
E che cos’è lo schiaffeggiare se non umiliare una persona?

7. Certo i peccati, tutti i peccati messi insieme, non decurtano neanche di un’unghia la perfezione divina.
Ciò non di meno offendono Dio.
Il Catechismo della Chiesa Cattolica dice: “Il peccato è un’offesa a Dio: «Contro di te, contro te solo ho peccato. Quello che è male ai tuoi occhi, io l’ho fatto» (Sal 51,6). Il peccato si erge contro l’amore di Dio per noi e allontana da esso i nostri cuori.
Come il primo peccato, è una disobbedienza, una ribellione contro Dio, a causa della volontà di diventare «come Dio» (Gen 3,5), conoscendo e determinando il bene e il male.
Il peccato pertanto è «amore di sé fino al disprezzo di Dio». Per tale orgogliosa esaltazione di sé, il peccato è diametralmente opposto all’obbedienza di Gesù, che realizza la salvezza” (CCC 1850).

8. Ecco dunque che cosa pensa la Chiesa nella sua dottrina sul peccato.
È un’offesa a Dio, una disobbedienza, una ribellione, un disprezzo di Dio.

9. Continua il Catechismo della Chiesa Cattolica: “È’ proprio nella Passione, in cui la misericordia di Cristo lo vincerà, che il peccato manifesta in sommo grado la sua violenza e la sua molteplicità: incredulità, odio omicida, rifiuto e scherno da parte dei capi e del popolo, vigliaccheria di Pilato e crudeltà dei soldati, tradimento di Giuda tanto pesante per Gesù, rinnegamento di Pietro, abbandono dei discepoli. Tuttavia, proprio nell’ora delle tenebre e del Principe di questo mondo, il sacrificio di Cristo diventa segretamente la sorgente dalla quale sgorgherà inesauribilmente il perdono dei nostri peccati” (CCC 1851).

10. Se ci mettiamo davanti a Gesù crocifisso vediamo subito che cos’è il peccato: è odio omicida, rifiuto, scherno, vigliaccheria, crudeltà, tradimento, rinnegamento, abbandono.
E tutto questo che cos’è: una lode o un’offesa fatta a Dio?

11. Senza dire di quanto il Signore ha affermato a proposito del giudizio universale in cui verrà detto ai dannati: “In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l’avete fatto a me” (Mt 25,45).
Ciò significa che ogni offesa fatta al prossimo è la stessa cosa che offendere il Signore.

12. Infine il peccato oltre a colpire il corpo fisico di Gesù (la croce) e oltre al danno per chi lo compie, attua sempre un’offesa anche nei confronti della società e della Chiesa.
In Reconciliatio et paenitentia Giovanni Paolo II afferma: “Il peccato di ciascuno si ripercuote in qualche modo sugli altri.
È, questa, l’altra faccia di quella solidarietà che, a livello religioso, si sviluppa nel profondo e magnifico mistero della comunione dei santi, grazie alla quale si è potuto dire che “ogni anima che si eleva, eleva anche il mondo”.
A questa legge dell’ascesa corrisponde, purtroppo, la legge della discesa, sicché si può parlare di una comunione nel peccato per cui un’anima che si abbassa per il peccato abbassa con sé la Chiesa e, in qualche modo, il mondo intero.
In altri termini, non c’è alcun peccato, anche il più intimo e segreto, il più strettamente individuale, che riguardi esclusivamente colui che lo commette.
Ogni peccato si ripercuote, con maggiore o minore veemenza, con maggiore o minore danno, su tutta la compagine ecclesiale e sull’intera famiglia umana” (RP 16).

13. Il peccato pertanto comporta sempre una triplice offesa: verso Dio, verso chi lo compie e verso la comunità.
In quanto tale non danneggia Dio, ma solo chi lo compie e la comunità.
Ciò non ostante rimane un’offesa a Dio, alla sua sapienza e al suo amore.

14. Questa è la mia risposta.
Ma tu potresti dire: la mia domanda era anche un’altra e cioè se quel prete sia un castigo di Dio per tutte “le eresie” che sparge dalla tivù dei vescovi e rimane impunito.
Fai poi anche delle altre domande alle quali non rispondo perché sono meno competente di te, ma che forse non hanno neanche bisogno di risposta.

15. Ti ringrazio di avermi dato l’opportunità di correggere quanto è stato detto dalla TV della conferenza episcopale italiana.
Dispiace anche che forse non ci si prenda cura di correggere e di riparare il male che viene fatto e che tante persone rimangano nella confusione e danneggiate.

Ti auguro ogni bene, ti ricordo al Signore e ti benedico.
Padre Angelo