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Quesito

Gentile P. Angelo,
sento il bisogno di un suo autorevole parere e, magari, anche di un consiglio. Da qualche tempo, mi sorgono nella mente molti dubbi su fatti, alle volte risalenti anche a molti anni fa, che oggi mi appaiono come peccati, ma, che allora non consideravo tali (pur magari avvertendo che potevano essere un po’  sbagliati, non avevo piena consapevolezza che potevano essere peccato mortale, perché, altrimenti, certamente non l’avrei fatto; ma contemporaneamente qualche volta ho paura di autogiustificarmi involontariamente) e che non ho mai pensato di dover confessare. Altre volte i dubbi riguardano azioni del passato sui quali non saprei ben riconoscere se siano peccato, e siano mortali o veniali, e, addirittura, se li abbia già confessati. Non so come comportarmi: per lei, sono solo scrupoli inutili e potrei accostarmi all’Eucaristia (che, invece, non sto ricevendo da qualche settimana) o devo prima confessarmi? (Oppure non c’è proprio necessità di confessione sacramentale?).
Certo di una sua risposta chiarificatrice, la ringrazio e le porgo distinti saluti.


Risposta del sacerdote

Carissimo,
1. finché sei nel dubbio di aver commesso dei peccati mortali, non  sei tenuto a confessarli.
La chiesa dice che è obbligatorio confessare i peccati di cui si è certi in coscienza.

2. Pertanto il mio parere è il seguente: se dall’ultima confessione non ti pare di aver commesso dei peccati gravi, fai pure la Santa Comunione tranquillamente.
In seguito, quando ne avrai la possibilità, dirai al confessore che vuoi sottomettere al suo parere alcune situazioni della tua vita passata.
Gliele sottoporrai così come sono andate, dicendo che si trattava di peccati oggettivamente gravi, ma soggettivamente non li ritenevi tali o che eri nel dubbio.

3. Li sottoponi al suo parere perché talvolta l’ignoranza sulla gravità di certe azioni può essere colpevole.
Per questo, se non vi fosse responsabilità nei singoli atti, vi potrebbe essere una responsabilità o colpevolezza nell’ignoranza che sta a monte, che è stata la causa di tante azioni sbagliate che possono aver inciso nella propria vita.

4. Dopo aver descritto la tua situazione, ti atterrai al suo giudizio.
Se per caso il confessore ti dicesse: “no, lascia stare il passato, non rinvangarlo” perché vede subito che non si tratta di peccati o di una situazione soggettivamente grave, obbedisci.

5. Questo è il criterio prudenziale di San Tommaso, che a mio parere è quello che lascia maggiore tranquillità in coscienza.
Dice infatti San Tommaso: “Quando uno è nel dubbio che un peccato sia mortale, è tenuto a confessarlo, finché è nel dubbio. Tuttavia egli non deve asserire che il suo peccato è mortale, ma parlare in forma dubitativa, lasciando il giudizio al sacerdote cui spetta distinguere ‘tra lebbra e lebbra’ (Dt 17,8)” (Somma Teologica, Suppl. 6,4, ad 3).

6. Altri, appellandosi al noto assioma: “Lex dubia non obligat” (la legge dubbia non obbliga), dicono che fin che si è nel dubbio non si è tenuti alla confessione.

7. Pertanto puoi attenerti alla sentenza di questi ultimi.
Ma la sentenza di san Tommaso, a mio parere, è migliore perché aiuta a fare tutto quello che si può fare davanti a Dio.

Ti saluto, ti ricordo al Signore e ti benedico.
Padre Angelo

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