Quesito

Caro Padre Angelo,
vorrei anzitutto ringraziarLa per l’importante ed utilissima attività di apostolato che Lei svolge curando questa Rubrica e per tutto l’impegno da Lei profuso nel rispondere ai tanti e difficili quesiti che ogni giorno Le vengono sottoposti.
Vengo subito al mio problema.
Sono stato per molti anni lontano dalla Fede, principalmente per disinteresse o superficialità, non per convinzione o avversione.
Conseguentemente ho omesso, durante tutto questo periodo, di confessare i miei peccati. 
Mi sono riavvicinato alla Chiesa da poco, anche grazie a buone frequentazioni (non ultima la "frequentazione telematica" con la Sua rubrica), e, oltre ad aver ripreso a frequentare la Messa, in questo mese di Maggio, ho iniziato giornalmente a recitare il Rosario.
La cosa che sino ad ora ho chiesto a Maria con maggiore insistenza é di aiutarmi nella preparazione per una buona e generale confessione, recuperando i fatti dalla memoria, valutandoli, cercando di capire il male ad essi sotteso, la mia colpevolezza, ecc.
Ne ho riconosciuti molti e gravi e sento l’urgenza di emendarmi, anche perché – al di là dell’oggettività dei fatti – percepisco la mia colpa; tuttavia, vi è un fatto che – ad oggi – non riesco (ancora?) a intendere come peccato, pur avendo tentato di analizzarlo, anche alla luce delle circostanze e delle mie intime intenzioni; il tutto cercando di non pensare con superbia, ma con sincerità ed umiltà d’animo. Insomma: credo di aver contravvenuto una "regola", ma, probabilmente per insufficienza mia e nonostante i miei sforzi o forse giustamente, non riesco (almeno per ora) a valutarlo come "peccato".
Questo, sino ad ora, mi ha fatto posticipare il momento della confessione.
La mia domanda, che Le pongo in termini generali, é questa: ci si può confessare validamente, limitando l’accusa ai peccati effettivamente riconosciuti come tali e per i quali si prova reale contrizione ed omettendo un "fatto" di cui, al momento della confessione, non si percepisce (a ragione o a torto) la rilevanza spirituale? Le preciso che nelle mie intenzioni, quel "fatto" non sarebbe automaticamente archiviato come "non peccato", ma continuerebbe ad essere oggetto di considerazione (magari anche con l’aiuto di un direttore spirituale; magari anche con il Suo aiuto) e di eventuale confessione e riparazione successive.
La ringrazio per l’attenzione che vorrà accordarmi e Le chiedo una preghiera di conforto.
Cordiali saluti.
S.


Risposta del sacerdote

Carissimo S.,
1. avrei desiderato risponderti subito per farti concludere bene, con una bella confessione, il mese di maggio.
Se questa confessione non l’hai ancora fatta, potrai farla in occasione della festa della Madonna assunta in cielo, o anche prima se lo ritieni opportuno.

2. Il concilio di Trento dice che “per disposizione divina (ex iure divino) si devono confessare tutti e singoli i peccati mortali di cui si ha la coscienza dopo debita e diligente riflessione” (DS 1707).
Poiché il criterio decisivo e ultimo delle nostre azioni è il giudizio certo e retto di coscienza, se ne deduce che la confessione deve riguardare i peccati di cui si ha la certezza che sono tali.
Pertanto alla tua richiesta potrei dire: “sì, per ora accusa tutti i peccati di cui sei certo che siano peccati”.

3. Tuttavia siamo consapevoli che anche la nostra coscienza si può sbagliare e che possiamo dare giudizi certi ma erronei.
E di questa erroneità possiamo avere qualche responsabilità, come ricorda il concilio Vaticano II il quale, accanto ad una ignoranza invincibile (e dunque certa) e incolpevole, parla anche di una ignoranza invincibile (e dunque certa) ma colpevole.
E dice che questo si può verificare perché colpevolmente non ci si è istruiti a suo tempo oppure perché la coscienza è diventata quasi cieca in seguito all’abitudine al peccato (Gaudium et spes 16).
Ma mettiamo anche il caso di una ignoranza invincibile e incolpevole. Rimane il fatto, come ricorda Giovanni Paolo II in Veritatis splendor, che da questa  ignoranza “uno non può uscire da solo” (VS 62).

4. Pertanto, per non rimandare in eterno le tue confessioni, io ti direi di confessare come certo quello che ti è sembra certo e di accusare come dubbio ciò su cui hai dei dubbi.
San Tommaso dice: “Quando uno è nel dubbio che un peccato sia mortale, è tenuto a confessarlo, finché è nel dubbio. Tuttavia egli non deve asserire che il suo peccato è mortale, ma parlare in forma dubitativa, lasciando il giudizio al sacerdote cui spetta distinguere ‘tra lebbra e lebbra’ (Dt 17,8)” (Somma Teologica, Suppl. 6,4, ad 3).

5. Nello stesso tempo ti esorto a preparare la tua confessione con un’ardente preghiera a Maria perché ti ottenga la grazia di un vero pentimento.
Se aspettiamo che questo pentimento venga da noi stessi, verrà fuori abbastanza mediocre, o comunque secondo il livello della nostra vita spirituale.
Qui invece si tratta di avere per i nostri peccati il medesimo dispiacere che ne ha provato Cristo dalla croce. Per questo è un dono una grazia da implorare, attraverso il più puro dei cuori, quello di Maria.

Ti assicuro, anche per quest’ultima grazia, la mia preghiera e ti benedico.
Padre Angelo