Quesito

Caro Padre Angelo,
sono M., un ragazzo di 26 anni, e volevo porle una questione che mi turba da diverso tempo. Vorrei parlarne anche a voce con un sacerdote, ma credo che mi risulti più facile esporre il problema per scritto in modo da organizzare meglio il discorso. Veniamo al dunque. Purtroppo nella mia vita sono spesso caduto nella tentazione della pornografia e della masturbazione. Inizialmente non la percepivo come una cosa grave (sapevo che a catechismo mi avevano insegnato che è un peccato grave, ma non ne capivo davvero il reale peso). Con il passare del tempo, grazie a Dio, ho capito che è un peccato mortale, e ho preso la buona abitudine di confessarlo, sentendomi spesso ripetere dai sacerdoti che nel momento della tentazione la preghiera e la Parola sono le due armi più potenti per combattere. Ora, la questione è questa. Ho chiaro che la pornografia e la maturazione sono peccati mortali, ma spesso li confesso solo per paura di rimanere in peccato mortale e di finire all’inferno, mentre trovo più difficile riuscire a confessare che con questi atti ho offeso Dio e che siano realmente gravi. Mi spiego meglio; come faccio dopo essermi confessato a ripropormi di non peccare più, se nel momento della tentazione provo piacere? Inoltre, come faccio nel momento della tentazione a pregare e ascoltare Dio se, anche qui, nel momento della tentazione ho piacere di quello che faccio? Concludo con un esempio. Se fai violenza fisica ad una persona (arrivando ad esempio ad uccidere) in quel momento puoi provare rabbia, odio, ma di sicuro non piacere, ed è più difficile commettere quell’atto, perché sai che è sbagliato e mentre lo fai provi dolore. Ma la pornografia e la masturbazione danno oggettivamente piacere, e non riesco a chiedere a Dio (forse a parole sì, ma non con il cuore) la forza per allontanarmi dal piacere. Spero di essere stato chiaro e mi auguro che mi chiarisca questi dubbi, illuminando la mia vita. 
Una preghiera per lei padre Angelo,
M.


Risposta del sacerdote

Caro M.,
1. vanno distinte due cose.
La prima: è vero che nel compimento del peccato carnale si prova piacere.
Ma il pentimento di cui noi parliamo è quello che si deve trovare nell’atto della confessione.
Come vedi: c’è una tempistica diversa.

2. Facendo un paragone: anche chi si ubriaca prova piacere in quel momento. Il pentimento viene dopo. Ed è quel pentimento che prepara e accompagna la confessione.

3. La seconda cosa riguarda la perfezione del nostro pentimento.
Il pentimento con cui si accede alla confessione sacramentale potrebbe essere motivato solo dal timore di andare all’inferno e non dall’aver offeso Nostro Signore ed essere stato causa della sua crocifissione.

4. Questo sentimento che deriva solo dal timore del castigo non è il migliore perché è un sentimento interessato, tuttavia è già qualcosa. Anzi di per se stesso è già un bene.
I teologi e anche il magistero della Chiesa danno un nome a questo timore del castigo: si tratta di attrizione (o anche: contrizione imperfetta).
Il pentimento più bello è quello che deriva dal dispiacere di aver offeso il Signore e di averlo crocifisso di nuovo nel nostro cuore (cfr. Eb 6,6).
Questo pentimento viene chiamato contrizione o anche contrizione perfetta.

5. Per accedere alla confessione è sufficiente il pentimento imperfetto o attrizione. 
Il Concilio di Trento ricorda che fu per la predicazione terrorizzante di Giona che gli abitanti di Ninive si convertirono e impetrarono la misericordia di Dio (DS 1678).

6. Giovanni Paolo II in Reconciliatio et Paenitentia ricorda che “per accostarsi al sacramento della Penitenza è sufficiente l’attrizione, ossia un pentimento imperfetto, dovuto più al timore che all’amore; ma nell’ambito del sacramento, sotto l’azione della grazia che riceve, il penitente “ex attrito fit contritus”, sicché la Penitenza opera realmente in chi è ben disposto alla conversione nell’amore (cfr. DS 1678). Il Sacramento infatti infonde la grazia e con essa la virtù della penitenza, rendendo così il penitente capace di emettere un atto di contrizione. Perciò in questo caso la contrizione diventa facile e la purificazione più profonda” (cfr. RP. nota 185).

7. Anche l’atto di dolore che si recita quando ci si confessa stimola a passare dei sentimenti di attrizione a quelli di contrizione. Si dice infatti: “Mio Dio, mi pento e mi dolgo con tutto il cuore dei miei peccati, perché peccando ho meritato i tuoi castighi (ecco l’attrizione!), e molto più perché ho offeso te, infinitamente buono e degno di essere amato sopra ogni cosa (ecco la contrizione!). Propongo, con il tuo santo aiuto, di non offenderti mai più e di fuggire le occasioni prossime di peccato. Signore, misericordia, perdonami”. 

Ti ringrazio di cuore per la preghiera che hai fatto per me. La contraccambio volentieri.
Ti saluto, ti auguro ogni bene e ti benedico.
Padre Angelo

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