Quesito

Gentile Padre,
vorrei conoscere il pensiero della Chiesa cattolica sull’aborto.
In particolare vorrei sapere se è sempre un peccato o se ci sono casi in cui è ammesso, ad es. in caso di pericolo di vita della madre o in altre circostanze, come ad es. dopo essere state violentate o in casi di grave povertà della madre o in altri casi ancora.
In attesa di una sua risposta, la saluto


Risposta del sacerdote

Carissimo,
1. Per comprendere il giudizio morale della Chiesa sull’aborto è necessario fare alcune premesse.
Innanzitutto per aborto si intende l’espulsione dell’uovo fecondato, dell’embrione o del feto non viabile, cioè non ancora capace di vita extrauterina.

2. In secondo luogo si deve precisare che parliamo di aborto diretto o procurato, che consiste nell’interruzione volontaria e direttamente perseguita del processo generativo di una vita umana.
L’aborto diretto o procurato è diverso dall’aborto che segue ad un indebolimento generale dell’organismo a causa di un intervento doveroso che si si è fatto su altra parte del corpo della donna. Questo aborto è del tutto involontario. Forse era previsto, ma non era voluto né direttamente perseguito. Viene chiamato aborto indiretto.
Su questo aborto sopravvenuto, ma non voluto, non vi sono problemi morali particolari, se l’azione compiuta è assolutamente necessaria ed è in se stessa buona.

3. Il giudizio dunque si porta sull’aborto diretto.
E questo giudizio è sempre e in ogni caso negativo perché si tratta della soppressione voluta e direttamente perseguita di una persona umana.
Questo giudizio della Chiesa non ha mai subito tentennamenti e lo si può riscontrare già nei primissimi tempi del cristianesimo.
L’aborto era del tutto al di fuori della mentalità degli ebrei. La Sacra Scrittura neanche ne accenna in forma diretta.
Ma gli Apostoli, andando a predicare fuori della Palestina, si sono scontrati con una mentalità e una prassi che ammetteva l’aborto.
Ed è interessante notare come un documento della seconda metà del primo secolo, mentre erano ancora vivi molti apostoli, faccia menzione esplicita all’aborto e lo condanni. Questo documento è la Didaché. Vi si legge: “Tu non ucciderai con l’aborto il frutto del grembo e non farai perire il bimbo già nato”.
In seguito, alla condanna, si aggiunse anche una scomunica, che ancor oggi colpisce tutte le persone che in qualche modo cooperano all’aborto (medici, infermieri, consiglieri, consenzienti…).
Paolo VI ha detto che l’insegnamento della Chiesa sull’aborto non è mutato ed è immutabile.
Giovanni Paolo II, nell’enciclica Evangelium vitae, richiamando l’autorità che Cristo gli ha conferito, in maniera molto forte ha detto: “Dichiaro che l’aborto diretto, cioè voluto come fine o come mezzo, costituisce sempre un disordine morale grave, in quanto uccisione deliberata di un essere umano innocente.
Tale dottrina è fondata sulla legge naturale e sulla Parola di Dio scritta, è trasmessa dalla Tradizione della Chiesa ed insegnata dal Magistero ordinario e universale.
Nessuna circostanza, nessuna finalità, nessuna legge al mondo potrà mai rendere lecito un atto che è intrinsecamente illecito, perché contrario alla Legge di Dio, scritta nel cuore di ogni uomo, riconoscibile dalla ragione stessa, e proclamata dalla Chiesa” (EV 62).
Il motivo di questa condanna è chiaro: si tratta della soppressione violenta di un essere umano innocente, indifeso, bisognoso di tutto e di tutti.

4. Tu mi chiedi se l’aborto sia condannato anche se la donna ha subito violenza carnale.
Certamente la violenza carnale è uno dei crimini più grandi che possano essere compiuti su una persona.
Ma non si rimedia a questo crimine commettendone un altro, uccidendo un innocente.
Alla violenza carnale si rimedia cercando di aiutare la donna in tutti i modi (anche con il sostegno economico e logistico) perché possa portare a termine la propria gravidanza. Se poi non vorrà tenersi il bambino, la Chiesa fa quello che ha sempre fatto: se ne fa carico.
Come non ricordare a questo proposito la bella testimonianza di Madre Teresa di Calcutta quando ricevette il premio Nobel per la pace: “Se sentite che qualche donna non vuole tenere il suo bambino e desidera abortire, cercate di convincerla a portarmi quel bambino. Io lo amerò, vedendo in lui il segno dell’amore di Dio”.
Queste parole furono riportate da Giovanni Paolo II nell’omelia della beatificazione della Suora (cfr. L’Osservatore Romano, 20-21 ottobre 2003, p. 8).
Questo atteggiamento la Chiesa l’ha sempre avuto. Già nell’epoca carolingia i vescovi del Concilio di Arles avevano detto “che, se qualche donna per un peccato nascosto attende un figlio indesiderato, non pensi a uccidere la sua creatura, ma, nel modo che meglio le riesce, la faccia portare alle porte della Chiesa; qui, abbandonato, il bimbo sarà presentato il giorno dopo al sacerdote, che provvederà a cercargli un buon fedele disposto a riceverlo e a nutrirlo; così si eviterà un reato di omicidio”.

5. Lo stesso discorso vale per una famiglia povera: la Chiesa e la società devono farsene carico.
E vale anche qualora si diagnosticasse che il bambino nascerà con qualche handicap.
Il fatto è che lui è vivo e come tale ha diritto alla vita quanto un adulto. Poco importa che non abbia ancor visto la luce del sole.
Nessuno è padrone della sua vita.
Per questo “la vita, una volta concepita, deve essere protetta con la massima cura” (Concilio Vaticano II, Gaudium et spes 51).
Anche nel caso di un parto difficile in cui venga messa a repentaglio la sua vita e la vita della madre, si dovrà fare di tutto per salvare tutti e due.

6. Pio XII, nel famoso discorso alle ostetriche (29.X.1951), ha riassunto così la dottrina della Chiesa sul rispetto del concepito: “Uomo è il bambino, anche non ancora nato; allo stesso grado e per lo stesso titolo che la madre. Inoltre ogni essere umano, anche il bambino nel seno della madre, ha il diritto alla vita, diritto che proviene immediatamente da Dio, non dai genitori, né da qualsiasi società e autorità umana. Quindi non vi è nessun uomo, nessuna autorità umana, nessuna scienza, nessuna indicazione medica, eugenica, sociale, economica, morale, che possa esibire o dare un valido titolo giuridico per una diretta, deliberata disposizione sopra una vita umana innocente, vale a dire una disposizione che miri alla sua distruzione”.

Ti ringrazio di aver attirato l’attenzione su un problema che costituisce un dramma per la nostra società e, oltre che per il bambino che viene ucciso, soprattutto per le donne che ne sono soggette: non escono mai felici da questa esperienza e se ne portano il segno per tutta l’esistenza.
Ti ricordo al Signore e ti benedico.
Padre Angelo