Quesito

Gent.le Padre Angelo Bellon,
sono Federico e spesso leggo le sue risposte ai quesiti che i fedeli le scrivono sul sito dei domenicani.
Le volevo rivolgere due domande.
La prima riguarda gli esercizi spirituali.
Tempo fa svolsi gli esercizi spirituali secondo la modalità insegnata da Sant’Ignazio di Loyola. Anche i domenicani svolgono gli esercizi spirituali? diversamente da quelli ignaziani?
La seconda domanda è un po’ più tecnica. Leggendo il commento al Credo di San Tommaso d’Aquino mi ha colpito la considerazione dell’ <<Angelico>> sul fatto che anche una vecchietta ignorante, ma credente, possederebbe tanta sapienza più di quella dei sapienti antichi. Ora sono del tutto persuaso che per la propria salvezza sia necessaria l’adesione alla Rivelazione, ma non sarebbe anche necessario ribadire che, nel momento in cui si vuole indagare la stessa Rivelazione con la ragione, questa debba far uso sia della filosofia che della teologia? e  che quest’ultima implica la prima con necessità, cosa che, peraltro mi pare di capire dall’enciclica Fides et Ratio di Giovanni Paolo II?
La ringrazio per l’attenzione (P.S. : Mi farebbe piacere sapere se esistono riviste, giornali curati da domenicani, anche per sapere la loro posizione su molte questioni relative ai problemi culturali della nostra società contemporanea.).
Un cordiale saluto.
F.V.


Risposta del sacerdote

Carissimo Federico,
1. il metodo degli esercizi spirituali è proprio dei gesuiti. È stato escogitato da Sant’Ignazio di Loyola subito dopo la sua conversione ed elaborato successivamente in base alle sue esperienze personali.
Prima ancora di fondare la Compagnia di Gesù e di diventare sacerdote faceva fare gli esercizi spirituali e li guidava personalmente.
Questo metodo di predicazione è della durata di un mese, diviso in quattro settimane.
Accanto ad una meditazione già fissata nel suo argomento, si viene aiutati nel discernimento dal colloquio quotidiano con chi detta gli esercizi.
I gesuiti ancora oggi seguono più o meno questo schema, che indubbiamente ha i suoi vantaggi.

2. I domenicani predicano esercizi spirituali là dove vengono chiamati.
E siccome gli esercizi spirituali sono della durata di circa 5 o 6 giorni vengono fatti per lo più da seminaristi, sacerdoti, religiosi e religiose.
I domenicani però non seguono il metodo ignaziano dell’accompagnamento individuale.
Propongono le loro meditazioni e poi ognuno vi riflette per proprio conto.
Così fanno anche i predicatori di esercizi appartenenti al clero diocesano o ad altri istituti religiosi.
Pertanto non vi è un metodo domenicano degli esercizi spirituali, in parallelo col metodo ignaziano.

3. Sulla seconda domanda è necessario precisare.
Intanto San Tommaso non dice che una vecchietta cristiana avrebbe tanta sapienza quanto gli antichi sapienti, ma afferma che “nessuno degli antichi filosofi prima di Cristo con tutti i suoi sforzi ha potuto conoscere su Dio e sulle cose necessarie alla vita eterna, quanto ne sa una vecchierella cristiana mediante la sua fede” (s. tommaso, In Symb. Expos., prol.).
Il che è diverso.
Infatti una vecchierella cristiana lasciandosi illuminare da Cristo, che è Dio fatto carne, possiede su Dio e sulle cose necessarie alla vita eterna una conoscenza di ordine soprannaturale, mentre gli antichi sapienti non potevano andare al di là di quello che riusciva a comprendere la mente umana.

4. Nell’enciclica Fides et ratio San Giovanni Paolo II scrive: “Esistono due ordini di conoscenza, distinti non solo per il loro principio, ma anche per il loro oggetto: per il loro principio, perché nell’uno conosciamo con la ragione naturale, nell’altro con la fede divina; per l’oggetto, perché oltre le verità che la ragione naturale può capire, ci è proposto di vedere i misteri nascosti in Dio, che non possono essere conosciuti se non sono rivelati dall’alto ».
La fede, che si fonda sulla testimonianza di Dio e si avvale dell’aiuto soprannaturale della grazia, è effettivamente di un ordine diverso da quello della conoscenza filosofica. Questa, infatti, poggia sulla percezione dei sensi, sull’esperienza e si muove alla luce del solo intelletto. La filosofia e le scienze spaziano nell’ordine della ragione naturale, mentre la fede, illuminata e guidata dallo Spirito, riconosce nel messaggio della salvezza la « pienezza di grazia e di verità » (cfr Gv 1, 14) che Dio ha voluto rivelare nella storia e in maniera definitiva per mezzo di suo Figlio Gesù Cristo (cfr 1 Gv 5, 9; Gv 5, 31-32)” (Fides et ratio, 9).

4. Sono invece pienamente d’accordo con te sulla coniugazione della ragione con la fede per l’approfondimento della fede stessa e per il perfezionamento del pensiero umano.
Infatti “la fede e la ragione sono come le due ali con le quali lo spirito umano s’innalza verso la contemplazione della verità. E Dio ad aver posto nel cuore dell’uomo il desiderio di conoscere la verità e, in definitiva, di conoscere Lui perché, conoscendolo e amandolo, possa giungere anche alla piena verità su se stesso” (Fides et ratio, 1).

5. Scrive ancora Giovanni Paolo II: “Quanto profondo sia il legame tra la conoscenza di fede e quella di ragione è indicato già nella Sacra Scrittura con spunti di sorprendente chiarezza. Lo documentano soprattutto i Libri sapienziali. Ciò che colpisce nella lettura, fatta senza preconcetti, di queste pagine della Scrittura è il fatto che in questi testi venga racchiusa non soltanto la fede di Israele, ma anche il tesoro di civiltà e di culture ormai scomparse. Quasi per un disegno particolare, l’Egitto e la Mesopotamia fanno sentire di nuovo la loro voce ed alcuni tratti comuni delle culture dell’antico Oriente vengono riportati in vita in queste pagine ricche di intuizioni singolarmente profonde” (Fides et ratio, 16).

6. È così importante questa relazione vicendevole tra fede e ragione che Giovanni Paolo II afferma: “Se il teologo si rifiutasse di avvalersi della filosofia, rischierebbe di far filosofia a sua insaputa e di rinchiudersi in strutture di pensiero poco adatte all’intelligenza della fede” (Fides et ratio, 77). Negherebbe alla ragione la capacità di conoscere, come dicono non pochi filosofi. 
“Il filosofo, da parte sua, se escludesse ogni contatto con la teologia, si sentirebbe in dovere di impadronirsi per conto proprio dei contenuti della fede cristiana, come è avvenuto con alcuni filosofi moderni.
In un caso come nell’altro, si profilerebbe il pericolo della distruzione dei principi basilari di autonomia che ogni scienza giustamente vuole garantiti” (Ib.).

7. In riferimento alla domanda che hai posto in calce alla mail non c’è, almeno in Italia, una rivista domenicana che faccia pendant alla Civiltà Cattolica.
Vi fu un tentativo del genere nel dopo guerra, con la rivista Sapienza, che poi però ha preso un altro indirizzo prevalentemente filosofico.
La Civiltà Cattolica è un unicum nel suo genere, anche perché visionato dalla Segreteria di Stato della Santa Sede.
Indubbiamente è una delle opere più preziose prodotte dalla Compagnia di Gesù in quest’ultimo secolo e mezzo.
I domenicani non hanno quello spirito di corpo che è caratteristico della Compagnia di Gesù e che costituisce indubbiamente la sua forza.
Sotto un certo aspetto sono più poveri, più deboli e più individualisti (nel senso migliore del termine) dei gesuiti, pur avendo maggior vita comunitaria.
Ma rendono ugualmente nella Chiesa grandi servizi, soprattutto a livello teologico e nella predicazione della fede.
C’è qualcosa in loro che li distingue ed è quanto ha riconosciuto il beato Paolo VI nella lettera scritta per il settimo centenario della morte di San Tommaso: “Vogliamo infine segnalare un ultimo pregio, che conferisce non poco alla validità perenne della dottrina di San Tommaso: ed è la qualità del linguaggio limpido, sobrio, essenziale, che egli riuscì a forgiarsi nell’esercizio dell’insegnamento, nella discussione e nella composizione delle sue opere. (…).
Non è questa l’ultima ragione dell’utilità di volgersi a San Tommaso in un tempo come il nostro, nel quale si usa spesso un linguaggio o troppo complicato e contorto, o troppo rozzo, o addirittura ambiguo” (Lumen Ecclesiae 20).
San Tommaso è l’espressione più riuscita del carisma domenicano.
Per questo tra i domenicani, in genere, non si trova “un linguaggio o troppo complicato e contorto, o troppo rozzo, o addirittura ambiguo”.

Ti saluto, ti auguro ogni bene, ti ricordo al Signore e ti benedico.
Padre Angelo