Quesito

Rev.do Padre Angelo,
prima di tutto, intendo ringraziarLa per le tante risposte date ai tanti dubbi dei fedeli, perché ho trovato in esse una profonda chiarezza che mi rasserena. 
Ho deciso di scriverle questa lettera volendo chiederLe qualche delucidazione su due argomenti: la pazienza di Dio e l’Islam.
Tempo addietro mi addentrai un po’ negli scritti di Sant’Alfonso Maria De’ Liguori, soprattutto nell’Apparecchio alla morte e nella Verità della Fede.
Leggendo uno dei capitoli dell’Apparecchio (dal titolo "Il numero dei peccati"), ho trovato frasi di questo tipo le quali, premetto, sicuramente ho mal compreso: "ma bisogna intendere che Dio aspetta e sopporta: ma non aspetta e non sopporta sempre", e ancora dice il Santo parlando dei padri della Chiesa, […] "sempre tiene a ciascuno determinato il numero de’ peccati, che vuol perdonargli compito il quale non perdona più" e prosegue aventi dicendo "Ma Dio è di misericordia" […] "e chi lo nega? La misericordia di Dio è infinita, ma con tutta questa misericordia, quanti tutto dì si dannano?" e poi però :"Io non dico assolutamente, che dopo un altro peccato per te non vi sarà più perdono, perché questo nol so, ma dico che può succedere."
Che cosa intendeva dire con questo capitolo sulla pazienza di Dio e sul peccato? Tenga conto, Padre, che con i discorsi da me estrapolati potrei non aver seguito il filo logico della trattazione di Sant’Alfonso.
Invece, nel capitolo IV della terza parte della Verità della Fede, ho letto la dimostrazione del Doctor Zelantissimus, in base alla quale non può esser vera la religione maomettana.
Dunque, padre, mi chiedevo questo: Allah che cos’è per la teologia cristiana? Se uno bestemmia Allah, bestemmia Dio? La Chiesa Cattolica come concepisce il dio dei musulmani, è un falso idolo? Non riesco a capire.
Le chiedo scusa della complessità delle due questioni che Le ho posto, ma confido che saprà ben illuminarmi.
La ringrazio per la Sua cortesia e le chiedo di nuovo scusa delle difficili domande.
Le chiedo di pregare per me,
grazie.
Giacomo


Risposta del sacerdote

Caro Giacomo,
1. Sant’Alfonso dei Liguori è un santo del XVIII secolo.
I suoi scritti sono dolci, devoti, alla portata di tutti.
Molte persone in questi ultimi secoli si sono nutrite quotidianamente delle sue meditazione, delle sue preghiere, dei suoi canti (il più famoso è il Tu scendi dalle stelle) e soprattutto delle sue “Massime eterne”. Quest’ultimo era un libretto che facilmente si poteva vedere nelle mani delle persone anziane.
La predicazione sulle realtà ultime della vita batteva molto sulla disgrazia di vivere in peccato, sul pericolo della morte improvvisa, sulla necessità di tenersi pronti e sul giudizio del Signore.
Anche nel secolo XIX era così. Gli esercizi spirituali di san Giuseppe Cafasso trattavano prevalentemente questi temi.
Ma anche san Giovanni Bosco, che peraltro faceva consistere la santità nell’allegria, nell’essere sempre felici, nella sua predicazione trattava spessissimo di questi temi.
Si insisteva molto sul timore di Dio, inteso in particolare come timore servile: il timore delle pene e della dannazione eterna.

2. Che dire di questa predicazione?
Che tutto quello che si diceva era vero. Tutte quelle espressioni avevano radici bibliche, ma messe  insieme e confrontate col Vangelo si poteva subito vedere la netta differenza.
Anche la teologia morale era segnata da quella mentalità. Era la morale che sembrava più preoccupata di dire fin dove si poteva andare per non commettere peccato che quella che mostra in positivo l’obiettivo della santificazione.
Indubbiamente su questo il Concilio Vaticano II segnerà una svolta e dirà: “Si ponga speciale cura nel perfezionare la teologia morale, in modo che la sua esposizione scientifica, più nutrita della dottrina della sacra Scrittura, illustri la grandezza della vocazione dei fedeli in Cristo e il loro obbligo di apportare frutto nella carità per la vita del mondo” (Optatam totius, 16).
Non so se le indicazioni del Vaticano II siano state messe in pratica. Certo non ci troviamo più di fronte alla morale del peccato. Ma viene presentata una morale che indichi la via della santità?
In diversi corsi non vengono più trattate le virtù teologali e la virtù di religione, che compendia i primi tre precetti del decalogo.
Sicchè si parla di morale sociale ed economica, di morale della vita fisica, di morale della sessualità.
E l’altezza della vocazione dei fedeli in Cristo?
Non c’è da invocare un concilio Vaticano III, ma semplicemente l’applicazione del Concilio Vaticano II.
Devo dire che non dappertutto è così. I Domenicani e qualche altro istituto continuano a trattare in specifico delle virtù teologali e della morale religiosa.
Per loro non trattare di questi temi sarebbe come decapitare la teologia morale, riducendola a etica di ispirazione religiosa.
Ma la teologia, anche quella morale, ha per oggetto Dio e il suo obiettivo è quello di indicare concretamente le vie di Dio.

3. Ma torniamo a Sant’Alfonso.
Come dicevo, sono tutte vere le sue affermazione e sono tutte radicate nella Sacra Scrittura.
Gesù parla insistentemente della necessità di essere vigilanti. Ha detto che arriverà all’improvviso quando uno meno se l’aspetta: “Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli” (Lc 12,37);
“Fate in modo che, giungendo all’improvviso, non vi trovi addormentati” (Mc 13,36);
“State attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso all’improvviso” (Lc 21,34);
“Il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l’abito nuziale. Gli disse: «Amico, come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale?». Quello ammutolì” (Mt 22,11-12);
“Siate pronti (Estote parati), con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese” (Lc 12,35);
“Anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo” (Lc 12,40).
Gesù parla della distruzione di Gerusalemme come di un evento che capiterà all’improvviso e così anche la fine del mondo. Così può essere anche della fine dei singoli.
Nei passi citati vi si trova l’urgenza di essere pronti.
E nell’Apocalisse si leggono versetti in cui pare che i tempi stabiliti da Dio per la conversione abbiano dei limiti: “L’angelo lanciò la sua falce sulla terra, vendemmiò la vigna della terra e rovesciò l’uva nel grande tino dell’ira di Dio” (Ap 14,19).

4. Tuttavia è anche vero che nella sacra Scrittura, soprattutto nel Nuovo Testamento, c’è sempre la tensione verso l’alto, verso la santità, a conformarsi a Cristo.
Si pensi a quanto San Paolo scrive ai Romani: “Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, a offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale” (Rm 12,1).
Non dico che questo in passato non ci fosse. C’era eccome. Ma l’altro elemento sembrava prevalere.

 5. Sulla religione islamica bisogna evitare degli equivoci.
Sebbene gli islamici siano poco propensi a pensare che noi adoriamo il vero Dio, anzi per loro siamo decisamente degli infedeli e pertanto tutti destinati all’inferno, tuttavia al di là del nome, il Dio che si adora è l’’unico Dio.
Il Concilio Vaticano II nel decreto Nostra aetate dice: “La Chiesa guarda anche con stima i musulmani che adorano l’unico Dio, vivente e sussistente, misericordioso e onnipotente, creatore del cielo e della terra, che ha parlato agli uomini. Essi cercano di sottomettersi con tutto il cuore ai decreti di Dio anche nascosti, come vi si è sottomesso anche Abramo, a cui la fede islamica volentieri si riferisce. Benché essi non riconoscano Gesù come Dio, lo venerano tuttavia come profeta; onorano la sua madre vergine, Maria, e talvolta pure la invocano con devozione. Inoltre attendono il giorno del giudizio, quando Dio retribuirà tutti gli uomini risuscitati. Così pure hanno in stima la vita morale e rendono culto a Dio, soprattutto con la preghiera, le elemosine e il digiuno.
Se, nel corso dei secoli, non pochi dissensi e inimicizie sono sorte tra cristiani e musulmani, il sacro Concilio esorta tutti a dimenticare il passato e a esercitare sinceramente la mutua comprensione, nonché a difendere e promuovere insieme per tutti gli uomini la giustizia sociale, i valori morali, la pace e la libertà” (NA 3).
Il Concilio non dice dunque che adorano un falso Dio, no, ma adorano l’unico Dio.
Tuttavia insieme ad alcune verità nell’islam vi è anche dell’altro per cui anche i musulmani necessitano dell’annuncio del Vangelo e di conversione.

Volentieri ti ricordo nella preghiera, come mi chiedi.
Ti auguro ogni bene e ti benedico.
Padre Angelo